Roma Pride, il carro degli ebrei Lgbtqia+ non sfila: la Capitale si divide prima del 20 giugno

Roma Pride 2026, escluso il carro Keshet: polemica su Gaza, identità ebraica Lgbtqia+ e sicurezza prima del corteo romano
Di Alessandra Monti
Roma Pride

Il Roma Pride del 20 giugno non è ancora partito, ma la polemica è già arrivata nel cuore della città: Keshet Italia e Keshet Europe non sfileranno con il proprio carro. La scelta, legata alla posizione su Gaza e alla mancata presa di distanza richiesta dal Pride, apre una spaccatura destinata a far discutere Roma ben oltre il giorno della parata.

Roma Pride e carro Keshet, la polemica entra nel corteo prima della partenza

Il caso riguarda una presenza dal forte valore simbolico: associazioni ebraiche Lgbtqia+ che avrebbero voluto partecipare al corteo romano con un proprio carro. Dopo il confronto con il Roma Pride, la partecipazione non ci sarà. Il motivo è politico, non logistico: al centro c’è Gaza, il linguaggio usato sulla guerra, la richiesta di prendere posizione e la risposta di Keshet, che rivendica il diritto di non ricevere lezioni da chi esclude.

A Roma questa vicenda non resta confinata al mondo dell’attivismo. Tocca nervi sensibili della città. Il Pride è da anni una delle manifestazioni più partecipate e riconoscibili della Capitale, un appuntamento che riempie strade, piazze, mezzi pubblici, quartieri, bar, balconi e discussioni familiari. Ogni edizione porta con sé musica, colori e rivendicazioni. Questa volta, prima dei carri e degli slogan, arriva una domanda più dura: chi decide chi può sfilare?

La risposta non è semplice. Il Pride ha una piattaforma politica e non è mai stato soltanto festa. Parla di diritti, corpi, libertà, discriminazioni, lavoro, famiglia, scuola, salute, diritti negati. Nel 2026 sceglie di collocare anche Gaza dentro il proprio discorso pubblico. Keshet, dal canto suo, rappresenta persone che vivono una doppia esposizione: essere Lgbtqia+ ed essere ebree in un tempo nel quale il conflitto mediorientale ha riacceso rabbia, paura e sospetti anche nelle città europee.

Gaza e diritti Lgbtqia+, perché Roma rischia una frattura simbolica

La polemica non riguarda solo un carro in più o in meno. Riguarda il modo in cui una piazza romana tiene insieme cause diverse senza trasformarle in prove di appartenenza. Da una parte c’è chi considera impossibile sfilare senza una presa di posizione netta sulla tragedia di Gaza. Dall’altra c’è chi teme che la richiesta di allineamento politico finisca per colpire persone ebree Lgbtqia+ chiamate a rispondere, in quanto ebree, di un conflitto e di scelte governative che non possono essere scaricate su identità individuali o associative.

È il punto più delicato dell’intera vicenda. Roma conosce bene il peso delle parole quando si parla di ebraismo, memoria, sicurezza e spazio pubblico. La città porta nella sua storia ferite profonde e una presenza ebraica radicata, visibile, viva. Per questo il caso Keshet non può essere letto solo come una disputa interna al Pride.

Il rischio è che il corteo, nato per affermare la libertà delle persone escluse, venga percepito da alcuni proprio come un luogo nel quale una parte di quelle persone non trova più posto. Al tempo stesso, il Roma Pride rivendica una postura politica che lega i diritti Lgbtqia+ alla denuncia di ogni oppressione. Due piani che ora si urtano, producendo una tensione reale.

Il 20 giugno Roma sfilerà con una domanda in più

Il 20 giugno le strade della Capitale si riempiranno comunque. Il Pride resta uno degli appuntamenti più attesi dell’estate romana, con migliaia di persone pronte a partecipare, sostenere, guardare, criticare, fotografare, commentare. Per molti sarà una giornata di orgoglio e liberazione. Per altri, dopo il caso Keshet, sarà anche una giornata segnata da una assenza rumorosa.

Quella assenza parlerà. Parlerà a chi difende la causa palestinese e ritiene necessario portarla dentro ogni spazio politico. Parlerà a chi teme nuove forme di esclusione verso gli ebrei. Parlerà a chi, dentro il mondo Lgbtqia+, chiede che il Pride resti casa aperta, anche quando le posizioni non coincidono. Parlerà pure a chi osserva da fuori e vede in questa frattura il segno di un clima pubblico sempre più teso.

Roma, in fondo, è spesso questo: una città capace di trasformare ogni corteo in una grande discussione collettiva. Stavolta la discussione comincia prima della musica, prima dei carri, prima delle bandiere. E obbliga tutti a misurarsi con una questione concreta: l’inclusione non è una parola da striscione, è una pratica difficile, soprattutto quando entrano in gioco guerra, identità, paura e dolore.

 
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