Una stanza per gli esami, un cellulare, ragazze molto giovani convinte a spogliarsi o a restare in biancheria intima durante visite che avrebbero dovuto essere normali. A Roma la vicenda del tecnico radiologo di 31 anni già sospeso dall’attività professionale arriva a una nuova tappa giudiziaria: le indagini sono state chiuse e il quadro accusatorio resta durissimo, con al centro 57 video sequestrati e presunti abusi compiuti nel momento in cui le pazienti si trovavano nella condizione di maggiore esposizione.
Roma, la svolta sul caso del radiologo sospeso
La storia era emersa a gennaio, quando il gip aveva disposto il divieto temporaneo di esercitare la professione. Adesso il fascicolo compie un passo avanti che pesa molto: la Procura ha chiuso le indagini su un’indagine nata da una denuncia e allargata poi ad altri episodi. Secondo l’accusa, il professionista avrebbe usato il contesto sanitario per chiedere alle pazienti movimenti, posture e persino di togliere alcuni indumenti senza che vi fosse una ragione medica. In alcuni episodi, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, alle riprese si sarebbero aggiunti palpeggiamenti mascherati da aiuto tecnico per far assumere la posizione voluta.
Come è partita l’indagine e cosa hanno trovato gli agenti
Tutto comincia dalla segnalazione della madre di una ragazza minorenne. La donna capisce che qualcosa non torna durante un esame diagnostico e chiama la polizia. Da quel momento gli accertamenti prendono corpo rapidamente. Gli agenti del commissariato Flaminio sequestrano lo smartphone dell’uomo e nella memoria del telefono trovano 57 video. Non semplici file, ma materiale ritenuto importante dagli investigatori perché mostrerebbe pazienti riprese in biancheria intima durante esami o preparazioni che, secondo chi indaga, nulla avrebbero avuto a che vedere con la prestazione sanitaria richiesta.
Le vittime, l’età delle pazienti e il peso delle accuse
Il dato che colpisce di più è quello legato all’età. Secondo gli atti ricostruiti finora, le persone offese sarebbero 20 e diverse di loro sarebbero minorenni. È questo il punto che rende la vicenda ancora più inquietante sul piano pubblico, oltre che giudiziario. Per una ragazza, e ancora di più per una bambina, distinguere ciò che è necessario da ciò che non lo è durante un esame specialistico non è semplice. In un ambulatorio ci si affida, si obbedisce, si dà per scontato che ogni gesto richiesto faccia parte della procedura. Se invece quel confine viene usato per finalità diverse, il danno diventa enorme e lascia addosso un senso di violazione che va ben oltre il momento della visita.
Dove avrebbe lavorato e perché la città segue il caso
Secondo quanto emerso nelle indagini, il tecnico radiologo prestava attività privata in diverse strutture polispecialistiche di Roma nord, Roma est e Ostia. È un dettaglio che allarga la portata del caso, perché significa che gli accertamenti si muovono in un perimetro urbano molto esteso. Roma conosce bene il tema delle liste d’attesa, delle visite in centri privati, del ricorso a strutture sparse nei quartieri e sul litorale. Per questo la vicenda viene seguita con particolare attenzione: non resta chiusa dentro un’aula di tribunale ma tocca una quotidianità molto concreta, quella delle famiglie che accompagnano figli e figlie a un controllo e pensano soltanto alla salute.
Che cosa succede adesso dopo la chiusura delle indagini
Con la chiusura delle indagini si apre una fase delicata ma decisiva. La difesa potrà far valere le proprie ragioni, mentre l’accusa mette a fuoco in modo definitivo le contestazioni prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. È bene ricordarlo: la responsabilità penale si accerta solo nel processo e fino a sentenza definitiva valgono tutte le garanzie previste dall’ordinamento. Però, intanto, il segnale che arriva dal procedimento è netto. La ricostruzione raccolta dagli investigatori viene ritenuta tale da sostenere il passaggio successivo e da mantenere al centro il tema della tutela delle pazienti più giovani.
Il nodo vero: riconoscere subito ciò che non è normale
C’è infine una lezione civile che questa storia lascia sul tavolo. In un esame medico non tutto ciò che viene chiesto deve essere accettato senza domande, soprattutto quando la richiesta appare incoerente con il disturbo o con la parte del corpo da controllare. Gli investigatori hanno acceso i riflettori proprio su questo: posture anomale, richieste di spogliarsi, riprese non autorizzate, contatti non necessari. Segnali che, presi uno per uno, possono perfino confondere una paziente, ma che messi insieme cambiano completamente il quadro. Roma oggi si ritrova davanti a una vicenda che riguarda la cronaca nera, certo, ma anche il diritto di sentirsi al sicuro in un luogo di cura. Ed è forse questo l’aspetto che resta più difficile da accettare.