Da Roma arriva il blocco di cFake.com, piattaforma usata per pubblicare immagini e video sessualmente espliciti di donne note, anche realizzati con intelligenza artificiale. L’attività investigativa della Polizia Postale, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, ha portato all’oscuramento del sito per gli utenti italiani dopo una serie di segnalazioni arrivate nell’ottobre 2025.

Deepfake sessuali online: da Roma il blocco della piattaforma cFake.com
Il caso apre una finestra concreta su una forma di abuso digitale sempre più aggressiva: l’uso dell’intelligenza artificiale per produrre contenuti sessuali falsi, ma credibili, costruiti sul volto di donne reali. In molti casi non serve più sottrarre un video privato o recuperare materiale intimo. Basta una foto, un volto pubblico, una traccia digitale. Da lì, strumenti sempre più accessibili possono creare immagini o filmati capaci di sembrare autentici agli occhi di un pubblico non preparato.
cFake.com era organizzato come un portale per adulti, con sezioni specifiche e una grafica pensata per facilitare la ricerca dei contenuti. L’accesso avveniva mediante autocertificazione della maggiore età, un passaggio debole, incapace di garantire un vero controllo. Dentro la piattaforma erano presenti materiali riferiti a donne della politica nazionale e internazionale, dello spettacolo, dello sport e della cultura. La notorietà dei volti diventava un mezzo per generare attenzione, traffico e consumo di immagini manipolate.
Donne note trasformate in contenuti espliciti: il danno oltre lo schermo
Il deepfake sessuale produce un danno che non dipende soltanto dalla verità del contenuto. Anche quando il video è artificiale, l’impatto sulla persona raffigurata può essere reale e duraturo. Chi subisce questo tipo di violazione vede il proprio volto sottratto, inserito in un contesto sessuale mai scelto e poi esposto a una diffusione potenzialmente illimitata. La vittima può essere una figura pubblica, una professionista, un’atleta, un’artista, una donna impegnata nelle istituzioni. Il meccanismo resta lo stesso: usare l’identità altrui come materiale di sfruttamento.
Roma, in questa indagine, diventa il centro giudiziario e investigativo di una risposta che guarda oltre il singolo sito. La Polizia Postale ha lavorato sulla parte tecnica della piattaforma, ricostruendo l’infrastruttura e individuando l’hosting negli Stati Uniti. Un passaggio decisivo, perché molti servizi di questo tipo vivono proprio della distanza fisica dai luoghi in cui si trovano le vittime o gli utenti. La rete permette una circolazione rapida, ma lascia tracce. Seguirle richiede competenze specialistiche e cooperazione con autorità straniere.
Il provvedimento del Gip e l’oscuramento in Italia
Nel novembre 2025 il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma ha emesso un decreto di sequestro preventivo, eseguito mediante oscuramento sul territorio nazionale. In termini pratici, il sito non è più raggiungibile dagli utenti italiani attraverso i normali canali di accesso. La misura punta a interrompere la disponibilità dei contenuti e a impedire che la piattaforma continui a essere consultata dall’Italia.
Il blocco è una risposta immediata, ma non esaurisce la questione. I deepfake sessuali rappresentano una minaccia mobile: i contenuti possono migrare, essere copiati, rilanciati, ricaricati su altri domini o nascosti dentro circuiti più difficili da monitorare. Per questo l’oscuramento assume valore anche come messaggio operativo: chi usa l’intelligenza artificiale per violare identità e dignità non agisce in uno spazio privo di regole.
Stati Uniti coinvolti: il dominio nel mirino delle autorità americane
L’indagine ha avuto anche uno sviluppo internazionale. Homeland Security Investigations, organismo del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, ha comunicato di aver richiesto al Department of Justice l’emissione di un provvedimento di sequestro del dominio per violazione del Take It Down Act. La presenza dell’infrastruttura negli Stati Uniti ha reso necessario un raccordo operativo fuori dall’Italia, confermando la natura transnazionale dei reati digitali legati alla diffusione di contenuti non consensuali.
Il caso mostra quanto sia complesso intervenire contro piattaforme ospitate all’estero, scritte in lingua inglese e rivolte a un pubblico globale. Un sito può nascere in un Paese, raccogliere utenti da altri continenti e colpire persone che vivono in luoghi ancora diversi. La giurisdizione diventa un terreno delicato, ma la cooperazione consente di superare una parte degli ostacoli e di colpire il dominio alla radice.
Intelligenza artificiale e tutela dell’immagine: cosa cambia per gli utenti
La vicenda cFake.com riguarda anche chi naviga ogni giorno senza competenze tecniche avanzate. I contenuti generati con AI stanno diventando più realistici, più rapidi da produrre e più difficili da riconoscere. Questo impone una maggiore cautela davanti a immagini o video sessualmente espliciti attribuiti a persone note. La domanda non è solo se un contenuto sia vero o falso. Conta anche sapere se sia stato diffuso con consenso, se violi la dignità di una persona, se contribuisca a un circuito di abuso.
Chi si imbatte in materiali di questo tipo dovrebbe evitare condivisioni, download e rilanci. Ogni passaggio aumenta la circolazione del danno. La segnalazione tempestiva agli organi competenti può diventare decisiva per limitare la diffusione e avviare accertamenti. Il consumo passivo non è neutro quando alimenta piattaforme costruite sulla manipolazione dell’identità.
L’oscuramento di cFake.com segna una risposta netta della Polizia Postale e della magistratura romana a un fenomeno che unisce pornografia non consensuale, uso illecito dell’immagine e nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento potente, ma il suo impiego contro la libertà e la dignità delle persone apre un fronte che richiede regole, controlli e consapevolezza pubblica. Da Roma arriva un segnale preciso: anche davanti ai deepfake sessuali, la rete non è un territorio senza responsabilità.