A Roma la campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo passa anche da 166 postazioni di propaganda elettorale distribuite nelle strade della città. La decisione del Campidoglio è nero su bianco in una delibera del 5 febbraio 2026, che richiama la normativa vigente e conferma il numero minimo di spazi destinati alle affissioni per una città con oltre un milione di abitanti. Ma l’installazione dei cartelloni è diventata subito un caso politico e urbano: il costo stimato in 300 mila euro e la denuncia del consigliere Dario Nanni hanno aperto una discussione dura sul senso di questi impianti in una Capitale che fatica ogni giorno su manutenzione, pulizia e decoro.
Cartelloni per il referendum a Roma, cosa ha deciso il Campidoglio
La delibera capitolina approva 166 spazi destinati alla propaganda referendaria e specifica che ogni postazione è composta da 24 tabelloni da un metro per due. L’atto richiama espressamente il referendum popolare confermativo sul testo di legge costituzionale relativo all’ordinamento giurisdizionale e alla Corte disciplinare, cioè la consultazione nazionale fissata dal D.P.R. 13 gennaio 2026 per domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo. La stessa pagina istituzionale di Roma Capitale conferma l’appuntamento elettorale e inserisce gli spazi per la propaganda fra gli atti ufficiali collegati al voto.
Non si tratta, dunque, di un’iniziativa autonoma del Comune nata da una scelta politica locale. Il Campidoglio si è mosso in attuazione di un obbligo connesso alla disciplina delle affissioni elettorali. La Giunta, nel testo approvato, ricorda anche che il numero delle postazioni è in continuità con precedenti consultazioni e che 166 rappresenta il minimo consentito dalla normativa per una realtà demografica come Roma. Questo dato è rilevante, perché smonta in parte l’idea di una moltiplicazione arbitraria degli impianti: semmai, il problema sta a monte, cioè nella legge e nella sua traduzione concreta su un tessuto urbano già saturo.
Roma referendum marzo 2026, perché il caso non è solo tecnico
La notizia sarebbe rimasta confinata nel perimetro degli adempimenti amministrativi se non fosse emersa la cifra economica dell’operazione. Il costo delle plance è pari a 300 mila euro e il consigliere capitolino Dario Nanni ha scritto a Camera e Senato denunciando l’impatto negativo di questi impianti sulla città. Il passaggio è importante perché sposta la vicenda dal piano formale a quello politico: non più solo “cosa prevede la legge”, ma “quanto costa applicarla” e “quali effetti produce nei quartieri”.
Il testo della delibera capitolina non dettaglia quella cifra, ma il quadro amministrativo conferma l’impianto complessivo: 166 postazioni, 24 tabelloni per ciascuna, distribuzione capillare sul territorio e possibilità di adeguamento in base alle richieste dei soggetti ammessi. È questa la struttura materiale che rende credibile una spesa elevata e che alimenta il dissenso di chi ritiene anacronistico continuare a presidiare la propaganda politica soprattutto con supporti fisici di grandi dimensioni.
Propaganda elettorale a Roma, il peso della normativa nazionale
Per capire il caso bisogna guardare fuori dal Campidoglio. Le regole sulla propaganda mediante affissione affondano nella legge n. 212 del 1956, poi integrate e aggiornate nel tempo. Le istruzioni operative del Ministero dell’Interno per le consultazioni del 2026 ricordano che, nei referendum, gli spazi vanno assegnati ai partiti o gruppi politici rappresentati in Parlamento e ai promotori del referendum, considerati come gruppo unico secondo la disciplina di settore. La funzione del Comune è quindi quella di predisporre e localizzare gli spazi, assicurando parità di accesso e rispetto delle regole.
Il paradosso che emerge a Roma è questo: la legge nasce per garantire equilibrio, visibilità e correttezza della campagna elettorale, ma la sua applicazione in una metropoli contemporanea rischia di produrre l’effetto opposto sul piano della percezione pubblica. Il cittadino non vede il principio giuridico, vede il cartellone montato sul marciapiede, il costo raccontato sui giornali, il contrasto con una città che ha ancora tante urgenze aperte. E in questo scarto si inserisce la protesta politica.
Il referendum sulla giustizia e la battaglia romana sul decoro
La consultazione del 22 e 23 marzo riguarda il testo di riforma costituzionale che separa le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti e istituisce due distinti organi di autogoverno, oltre all’Alta Corte disciplinare. È un tema di forte rilievo istituzionale, destinato a dividere il dibattito nazionale. Ma a Roma, almeno in queste prime settimane, il referendum rischia di essere associato non tanto al merito della riforma quanto al costo e all’impatto urbano della sua campagna di affissioni.
È il segno di una città che filtra ogni questione generale attraverso il metro della vita quotidiana. Se una norma nazionale si traduce in plance che occupano spazio e in una spesa ritenuta elevata, il tema locale si mangia quello costituzionale. È un riflesso quasi inevitabile in una Capitale dove il rapporto con cartelloni, impianti pubblicitari e arredo urbano è storicamente delicato. Per questo la denuncia di Nanni non appare come una semplice polemica di giornata: intercetta una sensibilità diffusa, fatta di insofferenza verso tutto ciò che viene percepito come ingombro e come costo non prioritario.
Roma e le plance elettorali, cosa può cambiare dopo il 23 marzo
Il voto passerà, i cartelloni saranno rimossi, ma il tema resterà. Il caso di Roma può diventare la base per una riflessione più ampia sulla propaganda elettorale nelle grandi città. Il legislatore nazionale potrebbe essere chiamato a interrogarsi su strumenti più compatibili con il contesto urbano contemporaneo, con l’evoluzione della comunicazione politica e con l’esigenza di contenere spese e impatti estetici. La domanda non è se la propaganda debba esistere, ma come debba essere garantita oggi.
Per ora, però, la fotografia è nitida. Roma applica la legge, predispone gli spazi minimi, organizza la propaganda per il referendum. E proprio da questa esecuzione fedele nasce la contestazione più dura. È il classico corto circuito italiano: un obbligo formale rispettato alla lettera che diventa, nella percezione pubblica, il simbolo di un sistema da aggiornare. Nella Capitale il referendum di marzo si gioca anche così, non solo nelle urne ma nelle strade, sui tabelloni e dentro una domanda che resta aperta: quanto può costare, oggi, rendere visibile la democrazia?