Quella che all’inizio sembrava la cronaca tragica di un crollo in un rudere frequentato da senza fissa dimora si è trasformata, nell’arco di poche ore, in un delicato dossier di sicurezza nazionale. Nel Parco degli Acquedotti, in un casolare abbandonato della zona Capannelle, sono morti Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, identificati dagli investigatori come appartenenti all’area anarchica vicina ad Alfredo Cospito.
Il sospetto su cui lavora la Procura di Roma è che i due stessero preparando un ordigno artigianale e che la deflagrazione, avvenuta verosimilmente nella serata di giovedì 19 marzo, abbia provocato il sollevamento del tetto e poi il crollo della struttura. Da quel momento l’inchiesta non riguarda più soltanto due decessi: riguarda il possibile fallimento di un’azione clandestina che avrebbe potuto colpire obiettivi sensibili nella Capitale o fuori da essa.
Dalla scoperta dei corpi alla pista anarchica
Il ritrovamento dei due cadaveri è avvenuto venerdì mattina, dopo la segnalazione di un testimone che aveva notato uno dei corpi sotto le macerie. I vigili del fuoco, intervenuti dalle 9:10, hanno escluso in seguito la presenza di altre persone coinvolte. Nella prima fase, anche per le condizioni del luogo, si era parlato di un fabbricato usato come riparo da persone fragili e senza casa.
Ma i segni riscontrati sui corpi, i tatuaggi e poi le identificazioni hanno cambiato immediatamente scenario. Mercogliano e Ardizzone non erano lì per caso. L’inchiesta si è spostata così sul terreno dell’eversione anarco-insurrezionalista, con l’intervento degli specialisti della Scientifica e con il coordinamento del pool che a Roma segue i procedimenti di terrorismo.
I dettagli che orientano l’indagine verso la bomba artigianale
Ci sono almeno tre elementi che spingono gli investigatori a privilegiare l’ipotesi dell’ordigno. Il primo è il boato udito da alcuni residenti o frequentatori della zona la sera precedente al ritrovamento. Il secondo è la dinamica del collasso: i rilievi tecnici indicano che il crollo sarebbe stato causato da una deflagrazione sviluppatasi all’interno del casolare.
Il terzo è la condizione del corpo di Mercogliano, che presentava mutilazione di un arto superiore e ustioni, un dato che secondo gli investigatori sarebbe compatibile con la manipolazione ravvicinata di un congegno esplosivo.
Al momento, è bene dirlo con chiarezza, non esiste ancora una ricostruzione giudiziaria definitiva e gli approfondimenti tecnici serviranno a stabilire composizione, potenza e destinazione del materiale. Ma il quadro emerso nel corso della giornata ha reso la pista del gesto accidentale durante la preparazione di una bomba la più solida sul tavolo investigativo.
Gli obiettivi possibili e il contesto che allarma gli apparati
Le ipotesi sui possibili bersagli restano, al momento, terreno di lavoro investigativo e non verità accertate. Tuttavia il fatto che nel novero delle possibili destinazioni compaiano la rete ferroviaria e il gruppo Leonardo basta da solo a spiegare il livello di allerta. La linea ferroviaria era già finita nel mirino di sabotaggi di matrice anarchica a febbraio, in concomitanza con il periodo dei Giochi di Milano Cortina, e proprio la continuità con quella stagione è uno degli aspetti che gli inquirenti vogliono verificare.
Un’altra chiave di lettura riguarda la mobilitazione attorno ad Alfredo Cospito e la scadenza di maggio relativa al decreto applicativo di quattro anni del 41 bis. In questa cornice, l’eventuale preparazione di un ordigno assumerebbe un valore non soltanto operativo ma anche simbolico, come rilancio di una campagna di pressione e propaganda.
Chi erano Mercogliano e Ardizzone
Anche il profilo delle due vittime contribuisce a far leggere l’episodio non come una fatalità privata ma come un fatto inserito in una storia più ampia. Mercogliano era stato processato e condannato nell’ambito del maxi processo torinese legato alle Fai-Fri, mentre Ardizzone era comparsa in procedimenti relativi all’area anarchica ed era stata prosciolta nel 2025 nell’inchiesta Sibilla.
Non si parla dunque di figure ignote emerse all’improvviso, ma di nomi che gli ambienti investigativi conoscevano già. Per questo gli accertamenti sui telefoni, sugli ultimi contatti, sugli spostamenti e sugli eventuali supporti logistici esterni saranno decisivi. La domanda vera non è soltanto perché fossero in quel casolare, ma se agissero da soli o all’interno di una filiera più ampia fatta di coperture, complicità, indicazioni operative e possibili collegamenti con altri militanti.
Roma davanti a un segnale che non può essere sottovalutato
La convocazione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo al Viminale conferma il peso del caso. Un’esplosione accidentale durante la preparazione di un ordigno, se questa ipotesi sarà confermata, significherebbe che nella Capitale esisteva un punto operativo clandestino capace di agire al riparo dagli sguardi, in un’area verde notissima ma evidentemente non abbastanza controllata.
È un segnale che impone domande sul monitoraggio dei luoghi abbandonati, sui canali di approvvigionamento del materiale esplosivo e sulla vitalità concreta di circuiti anarco-insurrezionalisti che, secondo le valutazioni di sicurezza richiamate nelle ricostruzioni di giornata, restano oggetto di attenzione costante.
La Procura dovrà stabilire fin dove arrivava il progetto fermato dalla deflagrazione. Per Roma, però, un dato è già chiaro: non si è trattato di un semplice crollo in periferia, ma di un episodio che riporta la questione antiterrorismo dentro il perimetro quotidiano della città.