Riformisti, conservatori e opportunisti  scaldasedie. Dal 1953 al nuovo ddl, una frattura che ritorna

Dal ddl elettorale 2026 alla legge del 1953 e alla legge Acerbo: un confronto storico sul rapporto tra governabilità e rappresentanza
Di Stefano Marafini
Rissa in Parlamento

Conflitti e giochi di potere tra le varie forze politiche condotti sulla testa dei cittadini e, troppo spesso, a loro danno.

Da almeno un anno è in corso un grande dibattito, con posizioni contrapposte tra le diverse forze politiche, su quale dovrebbe essere la migliore legge elettorale per far valere la scelta dei cittadini e, nello stesso tempo, garantire la stabilità del governo indicato dai risultati delle urne.

Le due cose, però, non sempre vanno d’accordo. Ogni sistema elettorale cerca infatti un punto di equilibrio tra rappresentatività e governabilità, e proprio su questo terreno si concentra da decenni lo scontro politico italiano.

Il nuovo sistema elettorale e lo scontro tra maggioranza e opposizioni

Le forze di opposizione contestano il nuovo sistema sostenendo che il premio previsto possa alterare eccessivamente il rapporto tra voti ottenuti e seggi assegnati. La maggioranza, al contrario, difende il principio secondo cui una legge elettorale deve anche creare le condizioni per governi stabili.

Il governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, il 4 settembre 2026 ha superato il precedente record del Berlusconi II diventando il singolo esecutivo più longevo della storia repubblicana.

Il 15 settembre il Senato ha approvato, con 113 voti favorevoli, il disegno di legge che modifica il sistema elettorale di Camera e Senato. Il testo, modificato a Palazzo Madama, deve però tornare alla Camera prima di poter diventare definitivamente legge. Prevede un sistema proporzionale con un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere, entro i limiti stabiliti dal testo. Le opposizioni lo hanno ribattezzato “Melonellum” e hanno mostrato in Aula cartelli con la scritta “No alla legge truffa”; la maggioranza preferisce invece la definizione “Stabilicum” e sostiene la compatibilità costituzionale del meccanismo.

È quindi più corretto parlare, allo stato attuale, di una riforma elettorale ancora in corso di approvazione e di dubbi di costituzionalità sollevati dalle opposizioni, non di una incostituzionalità già accertata.

L’espressione “legge truffa”, del resto, possiede nella storia repubblicana un significato preciso.

La “legge truffa” del 1953 e il premio di maggioranza

La prima legge elettorale passata alla storia con questo appellativo fu quella voluta dal governo De Gasperi nel 1953, dopo che la Democrazia Cristiana aveva registrato una perdita di consensi nelle precedenti elezioni amministrative.

Mario Scelba, allora ministro dell’Interno, ebbe un ruolo importante nell’elaborazione della riforma. Il sistema prevedeva l’attribuzione del 65 per cento dei seggi della Camera alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato il 50 per cento più uno dei voti validi. Il premio, alle elezioni del giugno 1953, non scattò.

La legge incontrò una durissima opposizione parlamentare e politica. PCI, PSI, monarchici e MSI si schierarono contro la riforma e il confronto si trasferì anche nelle piazze.

È importante però distinguere quella vicenda dalla cosiddetta legge Scelba, la legge n. 645 del 1952. Quest’ultima non era una legge generale sull’ordine pubblico: dava attuazione alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito fascista, e disciplinava anche le manifestazioni esteriori di carattere fascista.

Ciò non cancella il fatto che negli anni Cinquanta la gestione dell’ordine pubblico fu caratterizzata da fortissime tensioni sociali e politiche. Scelba, da ministro dell’Interno, rafforzò considerevolmente gli apparati di polizia e la Celere, e la sua figura rimase strettamente legata alla linea dura adottata in numerose manifestazioni di quegli anni.

Negli anni successivi gli scontri politici di piazza continuarono, fino alla stagione del Sessantotto. Ne ho visto personalmente qualche esempio all’Università La Sapienza.

Oggi il tema del rapporto tra sicurezza e diritto al dissenso è tornato al centro del confronto politico. La legge 9 giugno 2025, n. 80, che ha convertito il cosiddetto decreto sicurezza, ha introdotto tra l’altro il reato di blocco stradale e ferroviario e altre misure in materia di ordine pubblico. Il governo le presenta come strumenti per rafforzare la sicurezza; parte delle opposizioni ha invece contestato un possibile irrigidimento repressivo nei confronti di alcune forme di protesta. Sono due interpretazioni politiche contrapposte che vanno tenute distinte dai contenuti effettivi della norma.

Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: la discussione sul punto di equilibrio tra ordine pubblico, diritto alla protesta e stabilità delle istituzioni accompagna da decenni la storia politica italiana.

Di nuovo c’è forse la condizione dei cittadini contemporanei, chiamati a orientarsi tra problemi reali, propaganda politica e una quantità di informazioni, vere o presunte, che circolano continuamente sui social media.

Dalla legge Acerbo alle elezioni del 1924

Andando ancora più indietro nel tempo, uno dei precedenti più importanti di sistema elettorale fortemente maggioritario fu quello voluto da Mussolini, diventato presidente del Consiglio nel 1922 dopo l’incarico ricevuto dal re Vittorio Emanuele III al termine della crisi politica culminata nella marcia su Roma.

La riforma prese il nome di legge Acerbo, dal deputato Giacomo Acerbo che ne fu l’estensore.

Il premio di maggioranza era enorme: la lista più votata, purché avesse raggiunto almeno il 25 per cento dei voti validi, avrebbe ottenuto automaticamente i due terzi dei 535 seggi della Camera.

Le elezioni dell’aprile 1924 si svolsero in un clima segnato da violenze, intimidazioni e irregolarità. Il candidato socialista Antonio Piccinini fu ucciso, altri esponenti delle opposizioni vennero aggrediti e numerosi comizi furono ostacolati.

Il Listone guidato da Mussolini ottenne circa il 65 per cento dei voti, molto più del quorum richiesto per ottenere il premio, conquistando una maggioranza schiacciante alla Camera.

Poco dopo, Giacomo Matteotti denunciò alla Camera violenze e irregolarità avvenute durante le elezioni. Il deputato socialista venne rapito e assassinato il 10 giugno 1924; il suo corpo fu ritrovato oltre due mesi più tardi.

La legge Acerbo appartiene naturalmente a un contesto storico e istituzionale radicalmente diverso da quello dell’Italia repubblicana contemporanea. Proprio per questo, ogni parallelo diretto con le attuali riforme elettorali richiede cautela. Resta però una pagina essenziale per comprendere quanto il sistema con cui i voti vengono trasformati in seggi possa incidere sugli equilibri politici.

Riformisti, conservatori e “scaldasedie”

Da qui nasce anche una provocazione terminologica.

Si potrebbero chiamare “riformisti”, in questa particolare accezione, i partiti che oggi vogliono cambiare il sistema elettorale, a partire dalle forze della maggioranza guidata da Giorgia Meloni.

Fratelli d’Italia nasce nel 2012 anche dall’esperienza politica di esponenti provenienti da Alleanza Nazionale, formazione nata a sua volta dalla trasformazione del Movimento Sociale Italiano con la svolta di Fiuggi. Non sarebbe però corretto sostenere che Giorgia Meloni non abbia mai preso le distanze dal fascismo: nel 2022 dichiarò pubblicamente che la destra italiana aveva consegnato il fascismo alla storia e, nel discorso programmatico alla Camera, affermò di non aver mai provato simpatia per regimi antidemocratici, “fascismo compreso”.

Con lo stesso gioco di parole si potrebbero definire “conservatori” i partiti che preferiscono mantenere, almeno in assenza di un diverso accordo, l’attuale Rosatellum.

Quest’ultimo è un sistema misto, con una parte dei seggi attribuita attraverso collegi uninominali maggioritari e la restante parte attraverso il proporzionale.

Fu applicato nelle elezioni del 2018 e del 2022. Proprio nel 2022 il centrodestra ottenne alla Camera circa il 43,8 per cento dei voti, mentre Fratelli d’Italia raggiunse circa il 26 per cento: non il 40 per cento.

Da quelle elezioni nacque il governo Meloni.

Oggi il quadro politico è diventato nuovamente mobile. La nascita di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha modificato gli equilibri nell’area della destra e alcune rilevazioni recenti attribuiscono al nuovo partito un consenso significativo. Lo stesso Vannacci ha sostenuto che il centrodestra dovrebbe confrontarsi con la sua formazione in vista delle prossime elezioni, ma alleanze e risultati restano naturalmente da definire.

Anche nel centrosinistra i partiti lavorano alla costruzione dell’offerta politica per il prossimo voto. Elly Schlein ha dichiarato che il Partito Democratico intende farsi trovare pronto “in qualsiasi momento si voterà”, senza che questo equivalga automaticamente alla certezza di elezioni anticipate.

Ed è proprio quando si avvicinano le elezioni che, accanto alle grandi questioni istituzionali, emergono inevitabilmente i calcoli personali e di partito.

Qui entra in gioco l’ultima categoria provocatoria: gli “opportunisti scaldasedie”.

È una definizione polemica, non una categoria oggettiva, con la quale si vuole indicare quella parte della classe politica che sembra preoccuparsi più della propria permanenza in Parlamento che delle questioni affrontate dagli elettori.

Anche su questo punto, però, occorre evitare ricostruzioni inesatte. Il trattamento previdenziale dei parlamentari eletti dopo il 2012 è calcolato con il sistema contributivo e le regole prevedono requisiti legati alla durata del mandato; non risulta invece fondato attribuire automaticamente a singoli parlamentari la volontà di prolungare la legislatura esclusivamente per maturare un trattamento pensionistico, né risulta allo stato un decreto del governo Meloni predisposto per trasformare artificialmente in cinque anni un mandato non ancora concluso.

La XIX legislatura è iniziata il 13 ottobre 2022 e la sua scadenza naturale, salvo scioglimento anticipato delle Camere, è nel 2027.

Resta allora la questione politica che attraversa tutto il ragionamento: mentre maggioranza e opposizione discutono di percentuali, premi, soglie, alleanze e formule elettorali, i cittadini continuano a confrontarsi con lavoro, salari, costo della vita, servizi pubblici e prospettive dei giovani.

E a noi cittadini, oltre a soffrire sempre di più per la crisi (molti giovani fuggono all’estero per trovare lavoro, si sa), ci tocca anche assistere a questo indegno teatrino. Quando reagiremo?

 
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