Quando ho sentito per la prima volta parlare di “riparazione della poesia”, ho pensato che forse quella domanda contenesse già tutto: che cosa dobbiamo riparare, esattamente… Una persona? Una distanza? Una colpa? Un rapporto spezzato tra l’individuo e il mondo? Oppure quella parte di noi che, quando viene rinchiusa troppo a lungo dentro una definizione, rischia di dimenticare perfino il colore del mare.
È da questa domanda che sono entrata idealmente, il 25 settembre, nelle sale di Palazzo Valentini, a Roma, dove si è svolta la tavola rotonda “La riparazione della poesia. Cosa accade quando la poesia entra negli istituti di pena”, moderata dal giornalista Roberto Monteforte.
Non è stato semplicemente un incontro sulla poesia nelle carceri. È stato, piuttosto, un attraversamento. Un viaggio dentro luoghi che siamo abituati a pensare mediante parole come pena, reato, detenzione, follia, ergastolo, REMS e che, per una volta, sono stati attraversati da altre parole: ascolto, scrittura, dignità, identità, abbraccio, libertà, speranza.
Palazzo Valentini e la poesia che entra nei luoghi della pena
Ad aprire l’incontro è stato Dario Nanni, consigliere comunale e presidente della Commissione speciale Giubileo, che ha ricordato la storia di Palazzo Valentini e il rapporto tra i luoghi storici della città e la poesia, illustrando anche le iniziative poetiche realizzate in diversi spazi simbolici di Roma. Ha ricordato inoltre che la sala in cui si svolge il convegno è dedicata a Monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana di Roma, organizzazione impegnata nella promozione della dignità umana in ogni settore.
Poi la parola è passata a Enrica Vignoli, presidente dell’associazione Idee Erranti di Firenze, che, insieme all’associazione La Corte dei Poeti, Mantova Poesia e al Comune di Roma, ha sostenuto l’iniziativa.
E qui, prima ancora che arrivassero le poesie, è arrivata una realtà difficile da ignorare. Vignoli ha richiamato il XXII Rapporto di Antigone, “Tutto chiuso”, presentato nel maggio 2026 e costruito a partire da 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari italiani. Il titolo sembra quasi una diagnosi.
Il rapporto descrive carceri sempre più affollate e sempre più chiuse alla società, lontane dal dettato costituzionale. Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute, a fronte di 46.318 posti realmente disponibili.
È difficile parlare di poesia dentro un carcere senza partire da qui. Perché la poesia può aprire una finestra, ma prima bisogna avere il coraggio di guardare il muro.
E il muro non è soltanto quello di cemento. È il muro del sovraffollamento, della solitudine, dell’isolamento, della stigmatizzazione, dell’indifferenza. È il muro che separa chi è dentro da chi è fuori, ma anche quello che, lentamente, può separare una persona da se stessa.
Il rapporto di Antigone racconta un sistema nel quale la dimensione della chiusura si intreccia con quella del sovraffollamento e della sofferenza. E proprio per questo parlare di poesia in carcere non significa parlare di un ornamento culturale, di un’attività collaterale da aggiungere alla pena quando tutto il resto è stato fatto. Significa interrogarsi su che cosa può accadere quando, dentro un’istituzione totale, entra uno strumento di pensiero.
La domanda che torna più volte durante l’incontro è proprio questa: che cosa rimane quando il laboratorio finisce?
Roberto Monteforte introduce così le diverse esperienze: Rebibbia, Opera, Cremona, Mantova, Caltagirone, Castiglione delle Stiviere. Carceri e REMS. Luoghi diversi, persone diverse, storie diverse. Eppure, ascoltando gli interventi, sembra emergere un filo sottilissimo che li unisce tutti: l’ascolto.
Suor Emma Zordan: ascoltare prima di giudicare
È Suor Emma Zordan a portarlo per prima. Racconta i suoi dodici anni trascorsi nel penale. Dice che oggi il carcere e le persone che lo abitano sono diventati la sua famiglia. Ma racconta anche la paura con cui vi era entrata. Aveva paura di trovare persone cattive, violente, irredente e irrimediabilmente diverse.
Poi, non appena attraversata quella porta, dall’altra parte ha trovato invece persone che la guardavano con rispetto. Ha chiesto un luogo dove poter incontrare i detenuti, che le è stato subito concesso. E lì ha cominciato ad ascoltare. Non ha iniziato con una lezione. Non ha iniziato con una risposta. Ha iniziato con una domanda implicita: Raccontami.
Ascoltare le loro storie, le domande semplici, le emozioni che venivano fuori. Poi, lentamente, imparare insieme a esprimersi. Il primo tema sono stati i muri. Quei muri che impediscono di vedere l’orizzonte.
E la paura della libertà. Perché sembra un paradosso, ma si può avere paura non soltanto della reclusione, bensì anche del momento in cui la porta si aprirà. Del ritorno fuori. Della necessità di ricominciare. Della vita che attende oltre il cancello e che, dopo anni, appare più estranea della cella.
Suor Emma ha raccontato anche le resistenze incontrate quando ha cercato di portare fuori quella ricchezza. “Che marciscano dentro.” “Che buttino le chiavi.” Frasi che sembrano appartenere a un mondo nel quale il reato finisce per inghiottire l’intera persona.
Ma nei suoi laboratori, dice, non c’è una soglia, non c’è un tetto. E allora arrivano le storie. Quella di Francesco, che aveva paura di uscire e che proprio dentro quel luogo aveva ritrovato una speranza. Una speranza che, racconta Suor Emma, gli aveva impedito di togliersi la vita.
E quella di Edoardo, ergastolano, dopo trent’anni di pena, immerso in una condizione di profonda disumanità, che aveva trasformato in poesia la cultura del perdono e dell’abbraccio: “Mi sono perdonato. Non sono più il mio reato. Non sono più il mio errore.”
Queste parole non cancellano ciò che è accaduto e non cancellano la responsabilità. Ma introducono una distinzione essenziale: una persona può essere responsabile di un errore senza coincidere interamente con quell’errore. Un errore può appartenere a una vita senza diventare necessariamente tutta una vita.
Tornano anche le parole di Fabrizio: “Scrivere significa entrare in un tempo senza tempo. In un istante quasi infinito di silenzio. In quel mare di solitudine, l’uomo può accendere un faro nella notte e vedere un porto nel quale approdare”.
Nel carcere di Opera, prima della condizione giuridica c’è la persona
Alberto Figliolia, giornalista e poeta, opera ogni sabato nel carcere di Opera. Ricorda Silvana Ceruti, fondatrice, più di trent’anni fa, del laboratorio di lettura e scrittura creativa. E anche qui ritorna la parola… ascolto.
Figliolia precisa qualcosa che non è soltanto terminologico. Non “detenuti”: persone detenute. Perché prima della condizione giuridica c’è la persona… sempre.
Entrare senza giudizio permette di ascoltare sospesi in un intervallo di libertà. Ogni sabato, durante tutto l’anno, senza ferie, vengono ascoltate le poesie scritte durante la settimana. Due letture. Alla seconda possono arrivare i consigli tecnici, le osservazioni critiche. E quei consigli possono arrivare da tutti, anche dalle persone detenute.
L’ego, dice Figliolia, in carcere viene molto ridimensionato. Ogni anno nasce un calendario poetico. Per il 2027 il titolo sarà “Frammenti di felicità”; negli anni precedenti i temi sono stati i sogni, le finestre, i muri e le erranze, quest’ultima parola nel suo duplice significato: l’errore e il viaggio.
Due parole che sono molto più vicine di quanto pensiamo. Perché si può errare sbagliando strada. Ma si può errare anche cercando una strada.
E poi c’è la competizione poetica, lo Slam Poetry, all’interno del teatro di Opera, con la giuria interna. Il carcere di Opera dispone infatti di un teatro, e lì poeti interni e poeti dall’esterno possono incontrarsi sullo stesso terreno: un logos che “fuori-esce” dalle gabbie… trabocca autenticità.
Spesso in carcere la scrittura scopre talenti che forse non sarebbero mai stati scoperti. Uno dei partecipanti è arrivato al nono posto in Italia. E sta per uscire un’antologia dal titolo “Ho incontrato una matita”, nella quale tutte queste opere verranno trascritte.
Durante l’intervento viene letto un testo. E arriva un verso che resta sospeso tra il detto e il sussurrato: “Le parole sono le cose che si spaccano.” È una frase che sembra contenere il laboratorio stesso: le parole possono rompersi, ma proprio nelle loro fratture possono trovare una forma nuova.
Quando il reato e la diagnosi rischiano di precedere la persona
A seguire è Carla Villagrossi, dalla REMS di Castiglione delle Stiviere, a porre una domanda apparentemente semplice: Che cosa cambia quando scopriamo che una cosa che stiamo leggendo è stata scritta da una persona detenuta? Cambia il testo? O cambiamo noi?
Il rischio è quello di leggere prima la storia e poi le parole. Di vedere il reato prima del verso. La diagnosi prima della persona.
Villagrossi richiama Erving Goffman, il rapporto tra identità e cornice culturale e la necessità di modificare lo sguardo. Ma nel suo intervento entra anche Michel Foucault, con la sua riflessione sulla follia e sui meccanismi attraverso i quali la società costruisce e delimita ciò che considera normale e ciò che invece espelle verso il territorio dell’anormale.
La follia, nella prospettiva foucaultiana, non appare come una categoria eterna e immutabile, ma come qualcosa che la società ha definito anche attraverso pratiche di esclusione.
E allora: chi stabilisce il confine tra il normale e l’anormale?
Villagrossi arriva così al punto essenziale: scrivere non significa curare, ma la scrittura può essere cura. È uno spazio di soggettivazione. Chi scrive deve essere letto per ciò che scrive. Non per la diagnosi. Non per il reato. Non per l’etichetta.
Un quaderno diventa così uno spazio nel quale l’identità può tornare a essere pronunciata. E ciò che è scritto deve poter essere vissuto per quello che è scritto, non per chi lo ha scritto.
La REMS di Caltagirone e il ritorno al mondo reale
L’intervento di Salvatore Aprile, medico e direttore della REMS di Caltagirone, racconta dal 2015 il percorso della struttura e il passaggio da una separazione iniziale tra uomini e donne a una realtà mista.
La sua parola chiave è mondo reale. Una struttura non può essere un universo separato per sempre dalla società. I pazienti delle REMS non sono detenuti e hanno bisogno di protezione, indipendentemente dal reato commesso.
Per questo sono state chieste autorizzazioni per uscire in maniera anonima, senza l’etichetta della struttura, nel mondo esterno. Nella REMS di Caltagirone non soltanto si partecipa ai laboratori di cucina e si pranza tutti insieme, non soltanto si compone e si legge la poesia, ma si ritorna gradualmente alla vita pubblica: bar, mare, lido, giochi, balli. La possibilità di stare nella collettività senza che l’identità del reato preceda ogni gesto.
Afferma con convinzione il dottor Aprile: “Il reato si può riparare ritornando in società.”
Anche le famiglie entrano, cucinano insieme. Tutto questo aiuta a riparare il dolore del mancato perdono da parte dei propri cari. Il riferimento a Basaglia diventa allora naturale: si può curare con le parole, con i farmaci, ma anche con l’apertura. Non soltanto aprendo una porta. Aprendo un rapporto con il mondo.
Il viaggio, Itaca e la trasformazione attraverso la parola
Giuliana Adamo, docente del Trinity College di Dublino, porta l’esperienza del carcere di Cremona e introduce il tema dell’acqua e delle significazioni. Richiama Seamus Heaney e il significato della riparazione. La poesia, dice, non necessariamente cambia il mondo. Può cambiare il modo di guardare il mondo.
Racconta il gesto di un detenuto che, attraverso il suono di un violino, riesce simbolicamente a oltrepassare i muri. Una goccia nell’oceano. Ma una goccia che fa la differenza.
Richiama il magistrato Giuseppe Spadaro, che criticava bonariamente le attività volontarie che, proprio perché volontarie, permettono la latitanza delle istituzioni – “siete una banda di deficienti”, riconoscendone però le grandi potenzialità –, la sua riflessione sulle potenzialità trasformative della pena, il problema del sovraffollamento, le persone tossicodipendenti che portano con sé il peso della pena e quello della dipendenza.
E poi ricorda Ulisse, il viaggio, Itaca.
Perché il viaggio di Ulisse non è soltanto uno spostamento nello spazio: è un attraversamento dell’esperienza, della perdita, della paura, della conoscenza. È quel principio antico che i Greci hanno consegnato alla formula pathei mathos: apprendere attraverso il soffrire. È il dolore che, senza per questo diventare buono o desiderabile, può trasformarsi in conoscenza.
Nell’Itaca di Kavafis, il valore del ritorno non consiste semplicemente nell’arrivare alla meta, ma nell’essere diventati diversi grazie a tutto ciò che è accaduto lungo la strada. Itaca rimane lì, ma chi vi ritorna non è più colui che era partito.
E persino nell’Odissea, quando Ulisse finalmente approda a Itaca, il ritorno non è immediatamente riconoscimento e trionfo. Dorme. Si risveglia. Non riconosce la propria terra. La nebbia avvolge l’isola e lui teme persino di essere stato ingannato.
È come se il ritorno dovesse attraversare ancora una volta lo smarrimento prima di poter diventare riconoscimento.
È proprio questo che Giuliana Adamo cerca di riportare nel discorso sulla pena: non esiste attraversamento senza trasformazione. E il dolore, quando trova una forma, può diventare conoscenza di sé, degli altri, del mondo.
Arriva anche una riflessione sulla parola poetica nell’epoca dell’intelligenza artificiale: nel carcere, dice, può esserci uno spazio nel quale la parola nasce ancora senza quelle contaminazioni tecnologiche, quasi allo stato originario. Uomo e parola. Parola e corpo. Parola e presenza. Come se, per qualche istante, fosse possibile tornare alla sorgente.
I laboratori di poesia e le risonanze dentro il carcere
Lucia Papaleo, presidente dell’associazione La Corte dei Poeti, ripercorre quindi le origini dell’esperienza di Mantova. Per comprendere un progetto, dice, bisogna comprenderne la nascita, l’istanza che lo ha generato, il contesto, i cambiamenti che ha prodotto e il modo in cui ha progressivamente coinvolto persone e istituzioni.
Nel 2022 si erano chiesti perché, dopo sette anni, dal carcere di Mantova non fosse arrivato nulla al Premio Terra di Virgilio, che ha una sezione specifica per ospiti di strutture protette. Sono entrati per capire. E non sono più usciti.
Un dispositivo apparentemente piccolo, inserito dentro un’istituzione totale, può produrre risonanze. Come un sasso nello stagno: il sasso tocca un punto, ma l’acqua si muove molto oltre quel punto.
Si muovono le persone. Le parti dell’istituzione. Le associazioni. I volontari. La comunità. I laboratori di lettura e scrittura sono ormai numerosi nelle carceri italiane. Nascono da gruppi, singoli volontari, insegnanti della scuola pubblica.
Non esistono ancora sufficienti sperimentazioni scientifiche per trasformare ogni osservazione empirica in una certezza. Ma l’esperienza accumulata mostra una loro utilità nell’elaborazione del trauma, nello sviluppo dell’autoconsapevolezza, nel riconoscimento dei bisogni e nella preparazione alla vita fuori.
Una delle ragioni della partecipazione è semplicissima: il laboratorio fa uscire dalla cella. Fa incontrare. Permette di stare insieme in uno spazio diverso.
La lettura e la scrittura sono legate da un filo circolare. Una lettura può generare un’emozione. Un’emozione può generare un dubbio. Un dubbio può diventare scrittura. E una scrittura può spingere verso una nuova lettura.
Entrano in gioco identificazione, imitazione, proiezione. La lettura può modificare il modo di vivere.
Riparare significa assumersi una responsabilità. Rispondere. Mantenere una promessa, anche quando nessuno l’ha pronunciata esplicitamente.
E allora arriva una delle poesie più intense dell’incontro: “Condividere”, scritta nel carcere di Brescia e pubblicata nell’antologia del Premio Terra di Virgilio.
Una delle forme più misteriose della riparazione: ricucire una distanza senza fingere che la distanza non esista.
La speranza di arrivare alla fine della traversata. La traversata dello stare recluso.
Ma i laboratori hanno anche una caratteristica concreta: sono economici, universali, versatili, divulgabili. Richiedono pochi strumenti. Possono essere proposti a persone diverse per lingua, cultura, estrazione sociale, condizioni psicofisiche. Possono affrontare qualsiasi tema.
E ciò che viene scritto può uscire dalla struttura. Può essere letto da altri. Può diventare pensiero di qualcun altro. Può continuare il proprio viaggio.
La poesia, allora, non serve… accade. E quando accade, qualcosa si sposta, si mette in viaggio anche da fermi.
La medicina narrativa e la parola come cura
Ma chi può vedere meglio ciò che si è mosso è chi dentro vi rimane, anche dopo che il laboratorio è finito, e continua a osservare le persone nei loro corpi, nelle loro paure, nelle loro speranze, nelle loro reazioni psicosomatiche.
È a questo punto che entra la medicina narrativa di Laura Mannarini, responsabile della medicina penitenziaria. Lei trascrive ciò che le persone detenute dettano. Non corregge. Non interpreta arbitrariamente. Ascolta e trascrive, e queste azioni svolgono spesso una funzione analoga a quella dei farmaci lenitivi. In questo senso si fa esperienza della “parola come cura”, che è il nome che il laboratorio ha preso sin dalle sue origini.
La malattia, la paura, il corpo, il dolore arrivano nella parola. Cristian dice: “Dormo ma non ho riposo… alla fine resto con ciò che mi fa paura.”
La paura, quando rimane senza parole, può diventare una stanza chiusa dentro un’altra stanza. Quando invece trova una parola, non necessariamente smette di fare male. Ma può essere attraversata.
La scrittura non cancella. Non assolve. Ma permette di dire: guarda. Guarda ciò che hai fatto. Guarda ciò che hai perduto. Guarda ciò che hai fatto agli altri. Guarda ciò che hai fatto a te stesso. E poi prova a trovare una parola.
Finché qualcosa rimane informe, indicibile, senza nome, continua a vivere nell’ombra. Quando trova una forma, anche imperfetta, anche spezzata, può cominciare a muoversi. La parola diventa così una riva.
Rita Migliorino e la poesia del “pesce fuor d’acqua”
Durante l’evento si è colta l’occasione di premiare personalmente Rita Migliorino, proveniente dalla REMS di Caltagirone, che riceve l’attestato per la poesia vincitrice, poi inserita nell’antologia. Visibilmente provata, la stessa Migliorino legge:
“Mi sento un pesce fuor d’acqua
che qualcuno forse pescherà
ma se lo farà sarà soltanto
per arrostirne le carni.”
È un’immagine che ferisce. In quella metafora c’è la vulnerabilità di chi teme di essere visto soltanto per essere nuovamente catturato, classificato, utilizzato, consumato.
La consegna dell’attestato e dell’antologia è stata vissuta da tutti in sala come un tempo dentro a un tempo ancora più grande e prezioso.
L’incontro, ormai, non sembra più una tavola rotonda. Sembra una stanza nella quale le parole hanno smesso di essere semplicemente parole… sono diventate altro, ben oltre l’oltre.
Sul finale intervengono dal pubblico diverse testimonianze. Il confronto si apre. Una volontaria del carcere di Opera ricorda Santo, che scriveva in endecasillabi. Legge una sua poesia, pubblicata sulla rivista “Non tutti sanno”. È una poesia profonda, intensa, capace di far tremare il cuore.
E forse è proprio quel tremore a dare senso a tutto ciò che è accaduto fino a quel momento. Perché Santo non è più soltanto qualcuno di cui ci viene raccontato. Per qualche minuto è la sua voce. È il suo ritmo. È il suo endecasillabo. È la sua parola che arriva fino a noi.
E allora accade che una persona che il carcere aveva definito attraverso una condizione torna a essere definita dalla propria voce.
Quando la poesia torna a chiamare il mare
Molti poeti hanno abitato, almeno una volta, una qualche forma di privazione della libertà, e forse è proprio quando la libertà manca che la poesia impara a chiamare il mare.
Nei Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese, che il confino lo ha conosciuto bene, fa incontrare Ulisse e Calipso. Lei gli offre un’isola, un luogo fuori dal tempo, quasi perfetto nella sua immobilità. Ma Ulisse non può restare. Perché il viaggio non è soltanto quello che lo attende fuori: è già dentro di lui. E così può lasciare l’isola perché, in fondo, l’isola non è più soltanto un luogo. Può portarla con sé, insieme al mare, alla memoria delle partenze, al desiderio di ciò che ancora non conosce.
Forse è anche questo che può accadere quando la poesia entra in un carcere: non apre necessariamente una porta, ma può aprire uno spazio dentro. Può ricordare che una cella non è tutto il mondo e che la libertà, a volte, comincia nelle correnti del pensiero, nel momento in cui una persona torna a riconoscersi nelle proprie parole. Come Ulisse porta con sé la sua Itaca, così chi è dentro può scoprire di portare già dentro di sé il proprio mare.
Perché una gabbia non è sempre fatta di sbarre. E la poesia, qualche volta, non ha bisogno di spezzarle: le basta restituire una parola, e attraverso quella parola un orizzonte.
La poesia è materia vivente. È carne viva. È pelle a contatto con la pelle del mondo. Non resta immobile sulla pagina ad aspettare qualcuno che la decifri. Ogni volta che viene letta, ricomincia a respirare. E respira dentro chi la legge… ovunque egli sia.
Per questo una poesia non è mai veramente la stessa poesia. Quando entra in noi, accade qualcosa di nuovo. La poesia vive nell’incontro, nel corpo di chi legge, nella voce di chi la pronuncia e persino nel silenzio che rimane dopo.
La poesia è stata al centro, ma al centro è stata soprattutto la vita delle persone detenute. È emerso più volte il bisogno di sentirsi persone, vive e libere attraverso la parola. La scrittura può diventare uno spazio nel quale tornare a riconoscersi oltre il proprio reato, oltre la propria diagnosi, oltre l’identità che gli altri hanno costruito.
La poesia non cancella, ma può permettere di nominare, di guardare, di attraversare. Può collegare nuovamente alla propria memoria, al proprio corpo, alle proprie emozioni, alla propria responsabilità e alla possibilità di raccontarsi in un modo diverso da quello con cui si è stati raccontati dagli altri.
Allora la poesia non ripara perché aggiusta. Ripara perché ricollega. E ogni volta che una poesia viene letta, quel mare ricomincia a respirare. In una forma diversa. Nuova. Unica. La nostra.
La tavola rotonda si è conclusa così, con una promessa rimasta viva nell’aria, sulle labbra, negli occhi lucidi, nelle mani che si sono cercate e strette: ritrovarsi presto, ancora più numerosi, per continuare ad accorciare la distanza tra il mondo di dentro e quello di fuori, fino a riconoscere una persona che respira, che cerca parole, che può ancora raccontarsi… e tornare a sentire il colore del mare.
Antonella Multari
