Pronto soccorso di Roma e Lazio, più di un’aggressione ogni due giorni contro medici e infermieri

Aggressioni negli ospedali di Roma e Lazio: 37 casi in tre mesi, 1.139 allarmi dai braccialetti e sei strutture monitorate
Di Simone Fabi
Sala Pronto Soccorso ospedaliera
Sala Pronto Soccorso ospedaliera

Nei Pronto soccorso di Roma e del Lazio la tensione continua a colpire chi lavora in corsia: nei primi tre mesi dell’anno sono state registrate 37 aggressioni contro medici, infermieri e operatori sanitari, con una media di un episodio ogni 2,4 giorni.

Aggressioni nei Pronto soccorso, cosa sta accadendo negli ospedali di Roma e del Lazio

Il Pronto soccorso è il luogo dove tutto arriva insieme: dolore, paura, attese, familiari preoccupati, personale sotto pressione. In questo spazio, già fragile per natura, la violenza contro medici e infermieri è diventata un dato costante. Nei primi tre mesi dell’anno le segnalazioni raccolte dal progetto Raoss hanno fotografato 37 aggressioni nei reparti più esposti del Lazio.

Il fenomeno non riguarda soltanto un singolo ospedale o un turno particolarmente difficile. Coinvolge strutture romane e regionali, aree di emergenza, servizi psichiatrici, medicina d’urgenza, pediatrie e reparti dove l’assistenza è più complessa. Lì il personale sanitario si trova a gestire casi delicati e, sempre più spesso, anche comportamenti aggressivi.

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Nel 2024 gli atti violenti negli ospedali del Lazio erano stati 133. Nell’anno precedente erano stati 111, con l’aggiunta di 38 danneggiamenti a macchinari o arredi e 621 aggressioni verbali. Dietro ogni episodio ci sono turni interrotti, paura, colleghi costretti a intervenire, pazienti che assistono a scene che non dovrebbero mai entrare in un luogo di cura.

Braccialetti elettronici per medici e infermieri: come funziona il sistema di allarme

Per proteggere il personale sono stati consegnati 1.669 braccialetti elettronici in sei ospedali: San Camillo Forlanini, Pertini, Santo Spirito, Santa Maria Goretti di Latina, Grassi di Ostia e Policlinico Umberto I. Il dispositivo si porta al polso e permette di lanciare un allarme immediato quando un operatore percepisce un rischio.

Il segnale attiva la vigilanza interna e, quando necessario, l’intervento delle forze dell’ordine. È una misura semplice nella forma, ma importante nella pratica quotidiana. Un infermiere impegnato al triage, un medico in visita, un operatore in reparto non sempre può chiamare aiuto con il telefono o allontanarsi da una situazione che sta degenerando. Avere un sistema rapido può fare la differenza nei secondi più delicati.

Il monitoraggio ha riguardato trenta unità operative considerate ad alto rischio. La scelta ricade soprattutto su Pronto soccorso, psichiatria, medicina d’urgenza, aree pediatriche e reparti ad alta complessità. Sono zone nelle quali le emozioni dei pazienti e dei familiari possono salire in fretta, specie quando l’attesa appare lunga o quando la comunicazione non riesce a contenere l’ansia.

San Camillo, Goretti, Umberto I e Grassi: dove gli allarmi sono stati più frequenti

Nei primi tre mesi il sistema ha registrato 1.139 segnalazioni. Molte sono state annullate perché il pericolo è rientrato, ma questo non riduce il valore del dato: significa che il personale usa il dispositivo anche per prevenire, prima che il confronto diventi violento.

Le segnalazioni concluse sono state 194. Nel 71,4% dei casi non è stato necessario chiamare polizia o carabinieri. Nel restante 28,6%, invece, l’intervento delle forze dell’ordine ha contribuito a ristabilire la calma in corsia. Gli episodi segnalati riguardano soprattutto aggressioni fisiche o situazioni percepite come imminenti.

San Camillo e Santa Maria Goretti risultano gli ospedali con il maggior numero di interventi utili a prevenire o fermare episodi ai danni del personale. Seguono Policlinico Umberto I e Grassi di Ostia. È una geografia che racconta bene la pressione sulle grandi strutture romane, ma anche su ospedali che servono bacini molto ampi e accolgono ogni giorno pazienti da territori diversi.

La sicurezza in corsia diventa parte della cura

La Regione Lazio ha inserito il progetto Raoss in una strategia più ampia, insieme alla riattivazione dei presidi di polizia 24 ore su 24 negli ospedali. L’obiettivo è rendere più sicuri i reparti e dare agli operatori strumenti immediati per chiedere aiuto.

Francesco Rocca lega la sicurezza alla qualità della sanità pubblica: proteggere chi lavora in prima linea significa anche migliorare l’assistenza ai pazienti. Il messaggio è chiaro: un ospedale non può funzionare bene se chi cura deve farlo con la paura di essere insultato, minacciato o aggredito.

Al Policlinico Umberto I, inoltre, da due anni sono attivi corsi di autodifesa rivolti al personale. È un segnale forte, anche simbolico. Nessun medico dovrebbe avere bisogno di imparare a difendersi per svolgere il proprio lavoro, eppure la realtà dei reparti ha reso necessarie anche misure di questo tipo.

Rabbia, attese e denunce mancate: il lato nascosto degli episodi violenti

Antonio Magi, alla guida dell’Ordine dei medici di Roma, invita a leggere i numeri con attenzione. Le aggressioni denunciate rappresentano solo una quota di quelle reali. Molti episodi restano fuori dai conteggi: una minaccia liquidata come parte del turno, un insulto non verbalizzato, una spinta che non arriva mai in un verbale.

C’è poi il tema della rabbia dei cittadini. Le aggressioni non possono essere giustificate, ma spesso nascono in un contesto di attese, servizi percepiti come lenti, difficoltà nel ricevere risposte, paura per un familiare. Quando il sistema appare distante, la frustrazione può scaricarsi sulla persona più vicina: il medico al banco, l’infermiere che passa nel corridoio, l’operatore che cerca di tenere insieme reparto e urgenze.

Roma conosce bene questa pressione. I grandi ospedali della Capitale assorbono un carico enorme, non solo cittadino ma regionale. Il rischio è che il Pronto soccorso diventi il luogo dove si accumulano tutti i problemi non risolti prima: medicina territoriale insufficiente, accessi impropri, difficoltà organizzative, carenza di personale e attese che pesano su pazienti e lavoratori.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista