C’è una frase, trovata in una delle lettere lasciate nella casa di Pietralata, una frase scritta a mano, semplice, disarmante, così potente che paradossalmente fa più rumore degli spari di una pistola.
«Da soli non ce la facciamo».
Non è una spiegazione. È un grido. L’ultimo.
Il 31 agosto 2026, a Roma, in un appartamento del quartiere Pietralata, si sono spente quattro vite che si amavano immensamente: Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, 41, la loro bambina Bianca di 5 anni, e Teo, il loro cane. La Procura segue l’ipotesi più dolorosa, quella di un gesto estremo compiuto insieme e chissà quanto ragionato; “omicidio-suicidio”. Ma le indagini sono ancora in corso e il quadro è lungi dall’essere completo.
Davanti a una notizia così, il primo istinto è cercare un perché, trovare un colpevole, una causa, una spiegazione che ci metta al riparo e che possa in qualche modo restituire un significato comprensibile ed accettabile. Ma forse, questa volta, l’unica cosa che possiamo fare è sospendere momentaneamente ogni tentativo di razionalizzare la vicenda, restando nel rumore di fondo dell’animo umano.
Le verità che abitano dentro una famiglia, dentro una coppia che non dorme da cinque anni, dentro l’amore infinito e sfinito per una figlia, sono verità così profonde, così intime e così lacerate, che qualsiasi lettura dall’esterno rischia di essere non solo incompleta, ma profondamente ingiusta.
Non sappiamo cosa sia accaduto in quel confine invisibile, in quella zona oscura dove l’amore diventa sfinimento, dove la speranza si fa trappola, dove la stanchezza smette di essere stanchezza e diventa annullamento.
Sappiamo questo: quando a Bianca è stata diagnosticata una paralisi cerebrale infantile, la vita di Luca e Valentina ha dovuto cambiare forma. Non è stata solo una diagnosi medica, è stato il crollo di un futuro immaginato e la necessità di inventarne uno nuovo, da zero e senza manuale d’istruzioni.
Valentina aveva lasciato il lavoro. «Si dedicava h24 alla figlia». Giorno e notte, ventiquattro ore su ventiquattro. Senza pause, senza turni, senza ferie. Luca accanto insieme al loro cane. Due genitori che hanno piano piano ristretto il loro mondo fino a farlo coincidere con una sola stanza, un solo letto, una sola necessità: esserci sempre.
E quando sei “lì sempre”, succede una cosa pericolosa e che fuori non si capisce: ti isoli. Non perché non ami gli altri, ma perché senti che nessuno può capire davvero ciò che stai vivendo. Lo sguardo degli altri, anche quello più compassionevole, a volte pesa più di un macigno, diviene specchio di ciò che non vorresti vedere perchè ti fa sentire diverso; ti fa vergognare di una fatica della quale non dovresti vergognarti.
E allora cerchi. Cerchi ovunque e finisci per cercare anche nell’impossibile dove sai benissimo che non troverai nulla, ma lo fai perché è l’unico posto dove puoi trovare ancora effimere molecole di ossigeno. Ecco i viaggi della speranza. Le persone care raccontano di viaggi che la famiglia aveva intrapreso in Messico dove un guru, che si barcamena tra scienza e stregoneria, prometteva cure con radiofrequenze, a 70-80 mila euro ogni ciclo. Un Investimento di 300 mila euro in totale. Anche su questo si sta indagando per capire se la coppia sia stata vittima di un raggiro. Certo è che, nella disperazione, il più facile dei raggiri lo mette in atto proprio la nostra mente. Lo fa per difesa, per puro istinto di sopravvivenza.
E’ su questo che la notizia di cronaca ci spiazza. Il punto che più di tutti facciamo fatica ad accettare in questa società moderna, così performante, così autonoma, così piena di frasi come “se vuoi puoi farcela”, “devi essere forte”, “devi farcela da solo”. Altresì è questa vulnerabilità umana che facciamo fatica a restituire a noi stessi.
La paura di dire “da solo non ce la faccio!”
Ci hanno insegnato che chiedere aiuto è un fallimento, che la famiglia deve bastare a se stessa, che i servizi sono per gli altri, che un genitore deve essere invincibile. Loro ci hanno provato.
Ce lo dicono con quell’ultima lettera straziante che non è così. Che arriva un momento in cui le risorse economiche, fisiche, emotive finiscono. E se intorno c’è il vuoto, se la rete non tiene, se nessuno entra davvero in quella casa, non per giudicare, ma per portare un piatto, per dare un’ora di sonno, per dire “ci sono io ora”, quel vuoto finisce per inghiottirti.
È per questo che non possiamo permetterci di giudicare neanche il gesto più incomprensibile, come quello di portare via con sé chi si ama di più. Portare via con sé anche il cane, così tanto amato, e anch’esso membro a tutti gli effetti di una famiglia unita. Unita nell’amore come nella stanchezza. Una storia questa di solitudine, ma anche di “dispersione”. Ce ne andiamo tutti insieme, non lasciamo nessuno di noi. Uniti nella “dispersione” del vissuto sociale. Le indiscrezioni parlano di una casa lasciata in ordine, l’aria condizionata in funzione e le lucine a LED sulla spalliera del letto accese. L’idea di una confezione ben curata all’interno della quale, abbracciandosi, si dimettono dal ruolo faticoso della vita. Lì, in una stanza che diviene intimo recinto di infinito amore e dolore.
Non sta a noi dire se è giusto o sbagliato, ma sicuramente sta a noi capire se siamo arrivati troppo tardi. Peggio, se facciamo fatica ancora ora ad arrivare!
Prendersi cura di una disabilità complessa non può essere solo affare privato. Non può pesare solo sulle spalle di una madre e di un padre. Servono reti familiari vive, amici che non spariscono, gruppi di genitori che si sostengono, servizi territoriali che non diano solo una terapia, ma un respiro. Servono professionisti che si prendano cura non solo del bambino, ma dell’intero nucleo che lo tiene in braccio.
Oggi vivere è difficile per chi ha tutte le risorse possibili a disposizione, immaginiamo per chi deve affrontare anche una grave disabilità.
L’abbiamo resa noi così complicata l’esistenza, e sul grilletto di quella pistola c’è l’impronta di ognuno di noi.
Che nessuno giudichi, che tutti insieme, si rifletta!
Perdonaci Bianca!
In collaborazione con: Dott.ssa Arianna Spatafora, Dott.ssa Elena Bianco, Dott.ssa Francesca Giancaspro, Dott.ssa Roberta Mancini, Dott.ssa Sara Abate