Ostia è stata messa in una bara e portata idealmente davanti agli occhi di tutti. Domenica scorsa 14 giugno, in piazza Anco Marzio, circa 400 persone hanno partecipato al funerale simbolico della città: una protesta dura, teatrale, volutamente provocatoria, con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni morbide. Per molti residenti, commercianti e balneari, il mare di Roma è stato lasciato solo.
Ostia in bara, la protesta che punta il dito contro Roma Capitale
La scena era costruita per far discutere. Una bara al centro della piazza, persone con il capo coperto da cappucci neri, manifesti funebri, cittadini radunati nel cuore del litorale romano. Non una protesta ordinaria, non il solito presidio destinato a passare inosservato. Il funerale simbolico di Ostia ha scelto il linguaggio più forte: dichiarare “morta” la città per accusare chi, nella percezione di molti abitanti, non l’ha difesa abbastanza.
A promuovere l’iniziativa è stata l’associazione “Giustizia per Ostia”, guidata dall’attivista Mauro Delicato, da tempo impegnato nel denunciare criticità, degrado e scelte contestate sul territorio. La manifestazione ha raccolto circa 400 persone, con una partecipazione composta da cittadini, commercianti, balneari e volti noti. In piazza c’era anche il comico e attore Enzo Salvi, già intervenuto pubblicamente nelle scorse settimane dopo la chiusura per sequestro del lido “Bagni Vittoria”.
Il bersaglio politico della protesta è apparso chiaro: Roma Capitale e la gestione del litorale. Ostia, per chi ha partecipato, non può essere trattata come una periferia qualsiasi, utile d’estate quando arrivano i bagnanti e dimenticata quando servono manutenzione, decoro, visione e risposte. Il funerale è stato una provocazione, ma dietro la scenografia c’era una rabbia concreta.
Enzo Salvi, commercianti e balneari: il litorale porta la rabbia in piazza
La presenza di Enzo Salvi ha dato alla protesta un’eco ancora maggiore. Il comico romano, molto seguito e legato al territorio, ha scelto di essere presente accanto a chi vive ogni giorno le difficoltà del litorale. Non solo una comparsa simbolica, ma un segnale destinato ad amplificare il malumore.
Con lui c’erano balneari preoccupati, commercianti stanchi, cittadini che chiedono una città più decorosa, più curata, più rispettata. La protesta non nasce soltanto dal tema degli stabilimenti o dalle vicende legate alle spiagge. Il malessere riguarda l’immagine complessiva di Ostia: strade, centro urbano, lungomare, servizi, sicurezza, manutenzione, prospettive economiche.
La domanda che attraversava la piazza era semplice e scomoda: se Ostia è il mare di Roma, perché così tanti suoi abitanti si sentono trattati come cittadini di serie B? È su questo sentimento che la manifestazione ha costruito la propria forza. Non una lamentela generica, ma la sensazione diffusa di vivere in un territorio con enormi potenzialità e con troppe occasioni bruciate.
I manifesti funebri e l’accusa: “Ostia uccisa da anni di gestione indegna”
Nei giorni precedenti l’appuntamento erano comparsi manifesti funebri che annunciavano la morte simbolica di Ostia all’età di 105 anni. Il testo, durissimo, attribuiva la “dipartita” della città a una gestione politica romana definita indegna, assente e inetta. Parole pesanti, scelte non per cercare equilibrio, ma per rompere il silenzio.
L’effetto è stato immediato. I manifesti hanno attirato attenzione, commenti, critiche e condivisioni. C’è chi ha giudicato l’iniziativa eccessiva, chi l’ha considerata necessaria, chi ha visto nella provocazione l’unico modo per far arrivare il messaggio fuori dal perimetro del litorale. Proprio questa divisione ha reso il funerale simbolico un fatto politico, prima ancora che una manifestazione di piazza.
La bara non rappresentava soltanto il degrado. Rappresentava la frustrazione di chi ricorda una Ostia più viva, più ordinata, più orgogliosa del proprio ruolo. Rappresentava la delusione degli operatori economici che affrontano ogni stagione estiva con incertezze e tensioni. Rappresentava il senso di abbandono di chi vede il lungomare come una risorsa enorme e teme di vederla consumata da ritardi, contenziosi e decisioni calate dall’alto.
Mare di Roma o periferia dimenticata? La ferita aperta del X Municipio
Ostia vive da anni una contraddizione evidente: è il mare della Capitale, ma spesso sembra costretta a inseguire l’attenzione della Capitale. Ha spiagge, attività commerciali, una storia urbana importante, gli scavi archeologici, il borgo, la pineta, il porto turistico, il centro pedonale e una vocazione naturale all’accoglienza. Eppure il dibattito pubblico continua a ruotare intorno a degrado, sequestri, polemiche, incuria, emergenze e promesse mancate.
Il funerale del 14 giugno ha trasformato questa frattura in una scena pubblica. Chi era in piazza non chiedeva solo interventi tecnici, ma riconoscimento. Ostia vuole essere considerata parte viva di Roma, non un problema stagionale da affrontare quando esplode una protesta o quando l’estate rende tutto più visibile.
Il nodo degli stabilimenti balneari ha aumentato la tensione. Le vicende che hanno coinvolto alcuni lidi, insieme alla discussione sulle concessioni e sulla gestione delle spiagge, hanno generato un clima pesante per operatori, residenti e frequentatori. In una città che vive anche di mare, ogni incertezza produce conseguenze economiche, turistiche e sociali.
Una provocazione estrema per una domanda brutale: chi risponde a Ostia?
La scelta di inscenare un funerale può piacere o indignare. Può essere considerata geniale o esagerata. Può far sorridere amaramente o irritare. Proprio per questo ha raggiunto il suo obiettivo: costringere tutti a parlare di Ostia. La protesta ha usato un linguaggio teatrale perché, evidentemente, i toni ordinari non bastavano più.
Ora resta la parte più difficile: trasformare la rabbia in risposte. I cittadini chiedono decoro urbano, manutenzione delle strade, cura degli spazi pubblici, sicurezza, chiarezza sulle spiagge, sostegno alle attività, una regia amministrativa capace di guardare oltre l’emergenza. I commercianti chiedono che piazza Anco Marzio e il centro tornino a essere luoghi vivi e attrattivi. I balneari chiedono regole comprensibili e tempi compatibili con il lavoro.
Il rischio, dopo una manifestazione così forte, è che tutto venga ridotto a folklore. Sarebbe l’errore più grave. Una bara in piazza può sembrare una provocazione scenica, ma 400 persone presenti indicano un malessere che non può essere liquidato come rumore di fondo. Quando una città arriva a celebrare simbolicamente il proprio funerale, significa che una parte del territorio non si sente più ascoltata.
Ostia non è morta, naturalmente. Ma la rabbia vista in piazza Anco Marzio racconta una città che teme di essere stata lasciata appassire. La provocazione di Mauro Delicato e dell’associazione “Giustizia per Ostia” ha colpito proprio perché ha messo in scena una domanda che molti residenti si fanno da tempo: Roma vuole davvero rilanciare il suo mare o preferisce ricordarsene solo quando conviene?
Il funerale simbolico resterà una delle immagini più dure di questa stagione. La bara, i cappucci, i manifesti e la presenza di Enzo Salvi hanno costruito un evento destinato a dividere. Alcuni lo considereranno eccessivo, altri necessario. Ma il dato politico resta: Ostia ha portato la propria rabbia in piazza e ha chiesto di non essere più trattata come un territorio da rimandare a domani.