Nikos Kazantzakis e “L’ultima tentazione” di Cristo

Può un romanzo - “L’ultima tentazione” di Nikos Kazantzakis - aiutarci, almeno in parte, a delucidare, nella misura del possibile, l’individualità di Gesù?
Di Daniele Lorusso
Dal film di Martin Scorsese "L'ultima tentazione di Cristo"
Dal film di Martin Scorsese "L'ultima tentazione di Cristo"

All’inizio del suo primo libro, “La natura ama nascondersi” (Adelphi) del 1948, opera che ha ad oggetto il pensiero dei Presocratici e del giovane Platone – e dedicata alla memoria di Friedrich Nietzsche – verso la fine del primo capitolo, dopo uno sguardo sintetico sull’epoca suprema dei sapienti, lungo circa tredici pagine e che è tra le cose più straordinarie che è possibile leggere sul primo pensiero dei Greci, Giorgio Colli (1917-1979) si sofferma su Socrate e fa due osservazioni decisive.

La prima è che Socrate è una “personalità che pensiamo non possa essere in alcun modo afferrata compiutamente e con chiarezza” (p. 32). La seconda è che “la sua ambiguità” è “degna dei Presocratici”. Poi aggiunge: “Superiore anzi, sovrana, poiché l’interiorità di questo sileno ci è sfuggita” (p. 33).

Mutatis mutandis, il pensiero corre a Gesù di Nazareth – completamente estraneo agli interessi e alle ricerche di Colli – poiché anche di lui è possibile dire che si tratta di una personalità insondabile, non del tutto afferrabile dalla ricerca erudita e dall’esegesi filosofica. Anche l’interiorità di Gesù ci è sfuggita. Ad accomunare Gesù e Socrate è la condivisione di un dato macroscopico.

Entrambi, non solo hanno subito una morte violenta da parte dei loro contemporanei, ma, fatto assai più significativo, sono le colonne sul cui insegnamento l’Occidente e l’Europa si sono fondati. Dall’insegnamento di Gesù vengono i Vangeli. Da quello di Socrate viene Platone.

Proviamo a vedere, dunque, se un romanzo – “L’ultima tentazione” di Nikos Kazantzakis – possa aiutarci, almeno in parte, a delucidare, nella misura del possibile, l’individualità di Gesù…

Tra remoto passato e contemporaneità

Nikos Kazantzakis è stato il maggiore scrittore greco contemporaneo. L’altro grande nome che viene in mente, a questo proposito, è quello di Konstantìnos Kavàfis. Ma Kavàfis era un lirico, di lega purissima, mentre Kazantzakis è stato, soprattutto ma non solo, un romanziere e un narratore. Celeberrimo il suo “Zorba il greco” (ed. it. Crocetti) del 1946. Da cui è tratto il film di Michael Cacoyannis del 1964, con Anthony Quinn nel ruolo del protagonista.

Kazantzakis nacque a Creta nel 1883 e morì nella Friburgo di Martin Heidegger nel 1957, mentre il grande filosofo era ancora nel pieno della sua attività. In comune, i due – Heidegger e Kazantzakis – ebbero la stella polare di Nietzsche e quella della cultura greca arcaica. Sulla tomba di Kazantzakis a Creta è scritto: “Non spero niente. Non temo niente. Sono libero”.

“L’ultima tentazione” (ed. it. Crocetti) uscì nel 1955 e venne scomunicato dalla Chiesa ortodossa. Nel 1988 Martin Scorsese ne fece un film, con Willem Dafoe nel ruolo di Cristo e in Grecia i cinema vennero dati alle fiamme. Ma perché tanto odio e tanta intolleranza?

Un libro pieno di amore

Non esiste modo migliore, per capire le intenzioni di un libro, che lasciare la parola all’autore. Alla fine del “Prologo” di “L’ultima tentazione”, Kazantzakis scrive: “Questo libro non è una biografia, è una confessione dell’uomo che lotta. Con la sua pubblicazione, ho compiuto il mio dovere: il dovere di un uomo che ha lottato molto, che molto è stato amareggiato nella vita e molto ha sperato. Sono certo che ogni uomo libero che leggerà questo libro pieno di amore amerà Cristo più che mai, meglio che mai” (corsivo mio).

All’inizio del “Prologo”, Kazantzakis ci spiega come deve essere intesa questa lotta. Come un contrasto tra carne e spirito, in vista di una loro superiore conciliazione. È ovvio che siamo lontani da una visione cristiana ortodossa, o anche cattolica. La vicenda del sentimento che lega Gesù e Maria Maddalena, il contrasto tra dimensione terrena e missione divina della vita di Gesù, occupa tutto il libro.

Il peso della vicenda

La peculiarità dell’opera di Kazantzakis sull’ultima tentazione di Cristo è di essere un romanzo storico, ossia un’elaborazione letteraria delle vicende che ruotano intorno alla vita e alla morte del fondatore del cristianesimo.

Ora, si può essere atei (come l’autore di questa nota), si può essere credenti – fuori o dentro le chiese ufficiali – si può essere ebrei, mussulmani, induisti, buddhisti, taoisti o confuciani, resta che il cristianesimo non è solo una delle grandi religioni della storia dell’umanità, ma ha anche giocato un ruolo, nelle vicende storiche e culturali dell’Europa occidentale, di straordinaria centralità e influenza.

Anche il più grande dei suoi detrattori, Friedrich Nietzsche, ne riconobbe implicitamente la grandezza proprio facendo del cristianesimo (e del platonismo) un grande nemico, quasi l’ossessione della sua vita e si pensi a “L’anticristo. Maledizione del cristianesimo” (ed. it. Adelphi) del 1888.

Lo sguardo laico

Le elaborazioni letterarie sulla vicenda di Gesù permettono non solo di affrontare la vicenda del fondatore del cristianesimo con leggerezza, ma di concentrarsi sull’uomo, in ogni caso straordinario, anche se non si è interessati al contenuto di fede della religione di cui egli fu il capostipite. Penso a “King Jesus” (1946, ed. it. Longanesi) di Robert Graves – tradotto in italiano con il titolo “Io, Gesù” – e al “Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991, ed. it. Feltrinelli) di José Saramago.

Non solo, ma l’insegnamento del cristianesimo (e dell’ebraismo) è di importanza cruciale sul piano etico, ciò anche per un laico o un ateo. Di ciò si accorse, meglio di ogni altro – nel mondo moderno e contemporaneo – un intelletto dell’acume e della profondità di Goethe. In una delle sue “Massime e riflessioni” (ed. it. Bur), precisamente nella n° 807, l’autore del “Faust” scrive: “Noi siamo nell’investigare la natura panteisti, nel poetare politeisti e in morale monoteisti” (p. 158).

C’è poi, tra le meditazioni letterarie sul tema di Cristo e del cristianesimo, un libro come “Il Regno” (2014, ed. it. Adelphi) di Emmanuel Carrère, che, pur non essendo un romanzo, spazia tra le vicende personali dell’autore a contatto col cristianesimo contemporaneo, per arrivare al piano della libera ricerca e dell’indagine erudita e filosofica.

La capacità di conquistare uno sguardo laico sulla figura di Gesù – come è noto l’interpretazione cattolica (e delle altre tradizioni cristiane) è solo una delle possibilità ermeneutiche per approcciarsi a questa figura straordinaria e si veda la stupenda voce “Gesù Cristo” (1932) dell’Enciclopedia Italiana Treccani scritta da Leone Tondelli, Giuseppe Filograssi, Alberto Pincherle e Guillaume De Jerphanion, (disponibile su Internet) – può avvicinare i giovani alla sua grande personalità, con tutte le importanti conseguenze etiche che potrebbero discenderne.

Un giovane come tanti

Sotto lo sguardo di Kazantzakis romanziere, Gesù è un giovane come tanti, un uomo del suo tempo che ha ereditato l’attività paterna di falegname e ha una madre normale, con i suoi crucci, le sue preoccupazioni, i suoi sogni per il futuro dei propri figli. Con somma ironia – che, probabilmente, avrà contribuito all’insuccesso del romanzo presso le gerarchie della Chiesa ortodossa – Gesù non è solo falegname, ma crocifissore.

Ossia, fabbricante di croci. Croci che i romani utilizzavano per punire, soprattutto, ebrei e rivoltosi di quella zona di mondo, che continua ancora oggi a non trovare pace e armonia tra le genti che la compongono.

Non solo, ma l’umanizzazione della sua figura, compiuta da Kazantzakis, ce lo mostra riottoso alla sua grande missione divina. Gesù si sente fragile, inadeguato, inadatto, è spaventato dalla grandezza del compito e anche Maria, sua madre, vorrebbe per lui una vita normale. Qui, inevitabilmente, tornano in mente le grandi, stupende, folli parole dell’ultima lettera che Nietzsche scrisse a Jakob Burckhardt il 6 gennaio 1889.

Ascoltiamole: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo” (F. Nietzsche, “Lettere da Torino”, Adelphi, p. 200).

Gli attori principali della vicenda ci sono già tutti: Maria Maddalena, Pietro, gli Apostoli, Giona, Giuda, Maria e Giuseppe – come si accennava – Giovanni Battista, il Precursore, colui che battezzerà Gesù ed il primo a riconoscerne la natura divina. Così come i luoghi di questa grande vicenda: Gerusalemme, Nazareth, Betlemme, il lago di Tiberiade, il deserto in cui Gesù si ritira a meditare e preparare la sua grande predicazione.

Il punto di vista filosofico

Filosofia e teologia si sono intrecciate per secoli, fino alla separazione di una con l’altra iniziata attraverso Kant. Della condanna, netta e senza appello, di Nietzsche verso il cristianesimo si è già accennato. Heidegger, che pure sposerà in toto la visione di Nietzsche sotto questo profilo, in gioventù aveva lavorato con maggiore apertura sul versante del dialogo tra fenomenologia e teologia.

Lo stesso ha fatto Habermas nell’ultimo ventennio e basti tenere presente un libro come “Verbalizzare il sacro. Sul lascito religioso della filosofia” (2012, ed. it. Laterza).

Ma il punto di vista più interessante è quello di Hannah Arendt (1906-1975). Cresciuta alla scuola di Heidegger e di Karl Jaspers – un altro filosofo profondamente persuaso dell’importanza del dialogo tra filosofia e teologia – concluse la sua formazione universitaria con un lavoro sul concetto di amore nel pensiero di Sant’Agostino.

Nell’ultima pagina del capitolo dedicato all’azione di quella che è probabilmente la sua opera più importante – “Vita activa. La condizione umana” (1958, ed. it. Bompiani) – Arendt fa una considerazione di portata decisiva, per la sua filosofia e per la nostra comprensione di essa.

Ossia che la facoltà di agire, che ci permette di vivere come uomini liberi e che è il cuore stesso della politica, si radica nella facoltà di cominciare, di portare nel mondo qualcosa di nuovo. Il mondo greco-romano – cui l’Occidente è debitore di tante tra le sue acquisizioni migliori – non conobbe la fede e la speranza, che si reincarnano ogni volta di nuovo con la nascita, con il fatto elementare della natalità.

Come Socrate per la dimensione del pensiero, così Gesù – con la sua predicazione straordinaria – ha gettato una luce nuova sulla facoltà di agire. Luce che si riassume nella lieta novella dell’avvento annunciata dai Vangeli: “Un bambino è nato fra noi” (pag 182)…

 
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Cultura

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