Un uomo di 47 anni viene aggredito davanti al figlio di 11 da un gruppo di giovani, forse ubriachi. Cade, sbatte la testa e va in arresto cardiocircolatorio. Malgrado i soccorsi, l’uomo non ce la fa. La lite con il gruppo di ragazzi sembra sia iniziata dopo l’invito del cognato della vittima a smettere di lanciare bottiglie di vetro contro una vetrina, a sua volta colpito con calci e pugni e ricoverato con diverse fratture.
Questa, a quanto si apprende, è la drammatica sequenza dei fatti avvenuti in piena centro a Massa, subito dopo la mezzanotte.
Una notizia che irrompe nella cronaca nazionale e sconcerta non solo la piccola provincia delle Alpi apuane, ma che rattrista e interroga tutti noi. Un gruppo di giovani, sicuramente alterati dall’alcol, che in una serata primaverile scelgono come gioco lo stupido lancio di bottiglie di vetro contro una vetrina. Un gioco che chi sa quali forti emozioni restituiva al gruppo di giovani, vista la violenta reazione che ha scatenato in loro la richiesta di interromperlo.
O forse ciò che è accaduto è molto più semplice e allo stesso tempo complicato da elaborare?
L’intervista rilasciata da uno dei commercianti della zona in cui si parla di “tragedia annunciata” è drammaticamente eloquente di quanto accaduto. Siamo di fronte ad un episodio che purtroppo vede nel suo epilogo la morte di un uomo, ma che nella dinamica è simile ad una miriadi di altri episodi che accadono nei piccoli centri, come nelle grandi città. Episodi di violenza di gruppo che si scatena e manifesta per futili motivi. Ecco cosa ci destabilizza di più. L’inconsistenza di una ragione difficile da contestualizzare alla base di tanto risentimento.
La violenza va sempre condannato benintesi. Ma la storia ci restituisce comunque alcune particolari ferite che istigano e producono reazioni emotive innate, deprecabili ma che razionalizziamo. In questo caso tutto diventa più complesso. Eppure, se torniamo allo stupido gioco di lanciare bottiglie, già qui possiamo intravedere cosa oggi emoziona un gruppo di giovani. Riuscite a sentire il rumore dei cocci di vetro? Il suono sordo dei fondi di bottiglia che rimbalzano a terra? L’adrenalina che dà il potere di frantumare qualcosa, facendo un fracasso che rimbomba nella piazza di una piccola provincia già mezza addormentata?
Un ritorno enorme in termini di economia funzionale. Io funziono perché conforme al gruppo che a sua volta è conforme alla regola del fare “qualsiasi cosa non sia normale”. Esorcizzare la normalità. Essere normale, vivere normalmente, esprimersi normalmente significa essere morto socialmente. E per non essere “normali” bisogna andare oltre. Cercare o creare la condizione che esca fuori dai limiti.
E quale migliore occasione da cavalcare poteva presentarsi se non quella di cambiare quadro al video game della serata, passando dal lancio di bottiglie alle botte? Adrenalina pura che si somma e si conforma alle nuove regole delle condivisioni sulle chat e sui social.
Magari con tanto di ripresa filmata. Il tutto senza la minima percezione delle conseguenze. Ecco di cosa è figlia questa tragedia annunciata. È figlia del moderno paradosso che vede nel conformismo stesso la paura di sembrare ed essere normali. Vivere normali emozioni è roba vecchia, è preistoria. Conformarsi oggi significa paradossalmente essere e vivere il più lontano possibile dalla normalità. Regola che vale per tutto, anche per i sentimenti più arcaici.
Non si può amare normalmente, si deve amare in maniera tossica. Non ci si può annoiare tranquillamente, bisogna annoiarsi iperstimolandoci. Non si può uscire e fare due chiacchiere, no, bisogna fare qualcosa da poter per forza poi raccontare e condividere. Qualcosa che esca dai confini della normalità. Una normalità che, purtroppo, questa insensata e drammatica vicenda, ha tolto per sempre ad un ragazzino di 11 anni che davanti a lui ha visto morire il proprio padre.