Il grande contributo filosofico e politico di Karl Marx (1818-1883) può essere sdoppiato, incanalato in due grandi filoni: Marx critico del capitalismo; Marx profeta della rivoluzione. Ecco perché, a nostro avviso, marxismo e comunismo non sono completamente sovrapponibili. Si può condividere, in toto, la visione critica di Marx, relativa alla natura profondamente distruttiva del capitalismo.
E, allo stesso tempo, si può non condividere la visione marxiana per quanto riguarda il necessario legame che unisce comunismo e rivoluzione, rivoluzione e violenza…
Marx non aveva, sotto gli occhi, ciò che risulta visibile a noi: il fallimento dell’URSS, dei paesi del socialismo reale, della Cina. Il nesso tra burocrazia e socialismo di Stato, il cuore totalitario delle società comuniste del Novecento. Un elemento storico-politico talmente lampante ed evidente da far sanguinare qualunque testa pensante che si sia occupata del tema. Anche quella super-corazzata del grande György Lukács…
Splendore e miseria della rivoluzione
Nelle “Tesi su Feuerbach” del 1845, specificamente nella XI ed ultima tesi, Marx afferma: “i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo” (https://www.marxist.org). Questa tesi è visibile anche nel monumento funebre dedicato a Marx nel cimitero di Highgate nel nord di Londra. Emerge qui il rapporto privilegiato che il pensiero di Marx ha con la dimensione della prassi, intesa come trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose esistente.
Certo non si può negare che Marx, con la sua filosofia e con la sua azione politica, abbia cambiato il mondo. Il comunismo è stato, politicamente e storicamente, una delle realtà più significative della storia del Novecento, in Italia, in Europa, nel mondo.
Tuttavia, come si accennava, qualcosa non ha funzionato. Qualcosa non è andato come avrebbe dovuto. Lo si può esprimere con una affermazione di Hannah Arendt relativa al senso complessivo della civiltà occidentale: “ciò che è andato storto è la politica”.
Oppure lo si può caratterizzare, concettualmente, attraverso la categoria filosofica dell’eterogenesi dei fini: un processo politico si mette in moto per realizzare determinati scopi e arriva ad ottenere risultati molto distanti, per non dire opposti, a quelli inizialmente auspicati e previsti.
Basti pensare alla Rivoluzione bolscevica, a Stalin e a quello che è venuto dopo. Un mondo congelato da “ideologia e terrore”, per usare il titolo dell’ultimo capitolo di “Le origini del totalitarismo” (1951, ed. it. Einaudi) di Hannah Arendt. Ma già Lenin e Trockij avevano dimostrato una netta propensione all’autoritarismo.
Si pensi, infine, ai regimi dell’Est Europa nella seconda metà del Novecento. Al 1956 in Ungheria e al 1968 a Praga. A un film come “Le vite degli altri” (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck che, con intelligenza e lungimiranza, mette a fuoco la situazione di quel periodo nella Germania dell’Est. Alla Rivoluzione cinese. Alla stessa Cuba di Castro. A Pol Pot…
Solo quando il comunismo si è affiancato ad esperienze di cultura democratica, il risultato è stato diverso. Durante la Seconda guerra mondiale e in Occidente. In Italia con il PCI di Gramsci e Togliatti e, poi, di Berlinguer.
Il diamante nella corona
La domanda, legittima, da porsi è la seguente: Marx c’entra davvero qualcosa con tutto questo? A nostro avviso, la filiazione – tra il suo pensiero e le Rivoluzioni comuniste del Novecento – c’è, ma si tratta di un legame indiretto. Analogamente a quello riscontrabile tra la filosofia di Nietzsche e i fascismi del XX secolo.
Mentre l’ideologia comunista ufficiale del Novecento è grigia, scialba, fredda, burocratica – si pensi ai comunicati delle Brigate Rosse – la filosofia di Marx è una festa dell’intelligenza, analogamente alle opere di Benjamin e Adorno. “Il pensiero astratto una festa? La forma suprema di esistenza? In effetti è così”, scrisse Heidegger al principio del suo monumentale “Nietzsche” (ed. it. Adelphi) del 1961. Ossia, in Marx non è dato riscontrare elementi di totalitarismo filosofico.
Marx fu, dunque, un grande pensatore. Un filosofo di prima grandezza. Laureatosi con una tesi sulle differenze tra il materialismo di Democrito e quello di Epicuro, si formò attraverso il corpo a corpo con un grande filosofo del passato, ossia Hegel. Per poi dirigersi a studiare l’economia politica e i grandi teorici liberali come Adam Smith e David Ricardo.
Completando la sua formazione con gli esponenti del pensiero socialista a lui precedenti. Come Nietzsche, a meno di trent’anni era un filosofo fatto e finito, pronto alla composizione di una grande opera.
Un altro elemento fondamentale della sua attività teorico-politica fu la collaborazione con Friedrich Engels (1820-1895), a partire dalla metà degli anni ’40 dell’Ottocento. Dalla loro collaborazione nacquero opere come “L’ideologia tedesca” (1845-46, pubblicata nel 1932) e il “Manifesto del Partito Comunista” (1848).
Qualcosa di questa esperienza rivivrà nel sodalizio filosofico tra Max Horkheimer e Theodor W. Adorno e in quello tra Gilles Deleuze e Félix Guattari. A dimostrazione di come il sentimento dell’amicizia faccia germogliare, a volte, il pensiero.
Per avere un’idea della potenza filosofica, critica, stilistica di Marx e Engels, basti ricordare due luoghi classici della loro opera: l’incipit e la conclusione del “Manifesto” del 1848. La frase iniziale del testo suona: “Uno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo”. Ed ecco la conclusione: “I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!” (ed. it. Einaudi, trad. it. di E. Cantimori Mezzomonti).
Passato come redenzione
Tra i libri eterodossi, sui generis, pubblicati su Marx e Engels, vi è – certamente – “Colloqui con Marx e Engels. Testimonianze sulla vita di Marx e Engels” (1973, ed. it. Feltrinelli) di Hans Magnus Enzensberger. Si tratta di un libro composto solo di testimonianze di contemporanei, che accompagna le vicende teoriche, politiche, esistenziali dei due filosofi fondatori del comunismo contemporaneo, per tutto il corso delle loro vite.
Nel dicembre del 1977, Roberto Calasso pubblica un articolo dal titolo “La bottega del mago Röckle” – uscito prima sul “Corriere della sera” e, poi, raccolto nel volume del 1991 dal titolo “I quarantanove gradini” (Adelphi) – in cui lo sguardo su Marx è schietto, lungimirante, sincero, soprattutto se si considera che Calasso non era marxista.
L’articolo ha ad oggetto – attraverso la storia del mago Röckle, una delle fiabe che Marx raccontava alle figlie – proprio il volume di Enzensberger.
A parte la battuta ingenerosa su Enzensberger come “esperto di cucina editoriale”, Calasso vede – in Marx – culminare la cultura contemporanea. Come dargli torto? Schopenhauer. Kierkegaard, Marx, Nietzsche, Freud, Dostoevskij, Baudelaire hanno cambiato il nostro sguardo sul mondo una volta per tutte.
Ma perché insistere tanto, per conservare una visione corretta della storia della nostra tradizione più recente? Il rapporto con il passato è tutto. Prepara il futuro. Si tratta di una dimensione di cruciale importanza. A questo proposito, scrisse Walter Benjamin – nella VI delle tesi “Sul concetto di storia” (ed. it. Einaudi) – che “il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.
Quello che resta
Nei “Colloqui con Marx e Engels” di Enzensberger, le testimonianze negative su i due giganti del comunismo contemporaneo certo non mancano. Marx era collerico, intransigente, intollerante, profondamente persuaso del suo valore, della sua forza teorica e filosofica. In altre parole, era un tiranno. Ma, per dirla con Giorgio Colli, era un tiranno dello spirito. Tutt’altra cosa, dunque, dal georgiano dalla dura cervice, ossia Stalin, il dittatore paranoico cui si deve la morte di almeno 15 se non 20 milioni di russi, la cui affinità con Hitler era assai superiore che non quella con Marx. E ci è voluta una pensatrice del livello di Hannah Arendt per capirlo.
Se, dunque, nel binomio tra “ideologia e terrore” può essere letta, come fece ancora Arendt, nell’ultimo capitolo di “Le origini del totalitarismo”, la cifra che ha connotato il totalitarismo tanto nazista che stalinista, esiste tuttavia una radice di questo atteggiamento anche nell’elaborazione originaria che, del comunismo, fecero Marx e Engels.
Ed essa è, a nostro avviso, l’esaltazione positiva, il ruolo e il valore salvifico assegnato alla violenza rivoluzionaria.
La violenza è, per Marx e Engels, la levatrice della Storia. In questo punto, può essere ravvisato il germe del futuro fallimento delle rivoluzioni comuniste del Novecento. L’autoritarismo che diventa repressione, in nome delle superiori ragioni del socialismo.
Che cosa resta, dunque? Cosa rimane di un’esperienza filosofica e politica tanto determinante negli ultimi centosettantacinque anni? Non risponderei, naturalmente, tirando in ballo la Cina. Resta la traccia di un grande pensiero. Quando leggiamo Eraclito e Platone, non li studiamo perché pensiamo di trovarvi una fotografia esatta della realtà.
Non per questo essi cessano di scavarci e di proporre interrogativi. Così, se le rivoluzioni comuniste hanno fallito, tuttavia è possibile trovare in Marx un’analisi del capitalismo di sconvolgente profondità ed efficacia.
Poi, per i più appassionati, c’è la grandezza di Marx uomo (analogo discorso vale per Engels, naturalmente). Tirannico, bilioso, incapace di perdere, eppure appassionato, tenero marito e genitore, amico fraterno, grande compagno, disposto a soffrire la fame pur di non desistere dal suo grande progetto politico e filosofico, innamorato degli uomini e dell’umano nell’uomo, secondo l’espressione di Vasilij Grossman – lo scrittore che aveva conosciuto sulla propria pelle la terribile violenza dello stalinismo e aveva osservato da vicino quella del nazismo – come ogni grande filosofo.