Mario Tozzi contro cacciatori e riforma della caccia: parole durissime

Mario Tozzi rilancia lo scontro sulla caccia con un attacco frontale a cacciatori e riforma: un tema che divide anche chi vive il territorio ogni giorno
Di Alessandra Monti
Cacciatori con il cane da caccia
Cacciatori con il cane da caccia

Mario Tozzi è tornato a parlare di caccia e lo ha fatto senza frenare il colpo. Il volto di Rai 3 ha accusato i cacciatori di amare l’uccisione dell’animale più della passeggiata, del cane, dell’alba e della compagnia, aggiungendo poi un affondo politico sulla riforma in discussione, indicata come un passo capace di rendere l’attività ancora più aggressiva. Parole pesanti, che in poche righe hanno rimesso in moto una lite mai davvero chiusa.

Il tema che accende chi vive città e campagne

La forza di questa polemica sta nel fatto che non riguarda solo chi va a caccia. Tocca pure chi quei territori li attraversa per correre, camminare, fare escursioni, portare i figli fuori città o semplicemente passare una domenica in campagna. Tocca chi abita ai margini dei centri urbani, chi conosce il rumore degli spari nelle stagioni venatorie, chi si chiede fin dove possa spingersi una pratica ancora difesa da una parte del mondo politico come tradizione legittima e attività regolata.

Per questo l’intervento di Tozzi ha avuto un impatto immediato. Non è una frase buttata lì da un commentatore di passaggio. Arriva da un divulgatore che ha costruito la sua identità pubblica sul racconto della Terra, del paesaggio, dei limiti ambientali e del rapporto spesso sbagliato che l’uomo intrattiene con il resto del vivente. Quando una figura così nota scrive che il punto non è amare la natura ma uccidere, il messaggio entra di colpo nelle case e costringe molti a prendere posizione.

Perché la riforma della caccia fa discutere così tanto

A rendere tutto più teso c’è il contesto. Il dibattito sulla modifica della legge che regola la caccia è già da mesi al centro di una contesa durissima. Chi la sostiene parla di aggiornamento necessario, di gestione più efficace, di risposte da dare a territori agricoli e aree segnate dalla presenza crescente di fauna selvatica. Chi la contesta, invece, vede un allargamento pericoloso degli spazi concessi ai cacciatori e una riduzione delle garanzie per animali, ambiente e cittadini.

Tozzi si inserisce qui, con parole che non cercano equilibrio ma impatto. Ed è proprio questo a far saltare il banco. Perché il dibattito italiano sulla caccia spesso si trascina in formule ripetute, schermaglie di categoria, comunicati destinati a chi è già schierato. Un intervento come il suo, al contrario, sposta la conversazione su un piano diretto, quasi brutale, che molti giudicano offensivo e altri considerano finalmente sincero.

Una questione che riguarda anche Roma e il Lazio

A Roma il tema può sembrare distante solo a chi guarda la città dal centro storico. Basta allargare lo sguardo verso il quadrante metropolitano, i comuni della provincia, le aree verdi, le zone agricole e i margini più aperti del Lazio per capire che la materia è viva. Qui si incrociano interessi diversi: agricoltura, tutela ambientale, sicurezza, fruizione dei sentieri, difesa del paesaggio, presenza di cinghiali e gestione del territorio. È qui che la discussione smette di essere astratta.

Per questo il messaggio di Tozzi arriva anche a un pubblico romano e laziale che conosce il tema non per ideologia, ma per esperienza concreta. Da una parte c’è chi vede nella caccia una presenza ancora radicata. Dall’altra c’è una fascia crescente di cittadini che considera il paesaggio come spazio da vivere senza armi, con più regole e con un approccio diverso alla fauna. Il punto non è solo se la caccia piaccia o no. Il punto è capire quale uso dei territori si vuole legittimare nei prossimi anni.

Il linguaggio duro e le reazioni che arriveranno

Era prevedibile che una frase come “se li conosci, li eviti” aprisse una valanga di repliche. E infatti questo tipo di uscite produce sempre lo stesso effetto: il fronte venatorio si sente insultato e reagisce accusando Tozzi di semplificazione e propaganda; il fronte animalista e ambientalista rilancia, convinto che senza parole forti il tema resti confinato in un dibattito per specialisti. In mezzo, come spesso accade, resta una larga fascia di persone che non si riconosce né nell’una né nell’altra tifoseria ma avverte che qualcosa, sul piano culturale, sta cambiando.

La vera posta in gioco non è soltanto l’ennesimo scontro mediatico. È il peso simbolico della caccia nell’Italia di oggi. Un Paese che parla sempre più di sostenibilità, biodiversità, benessere animale e uso responsabile del territorio può davvero permettersi di ampliare il raggio della pratica venatoria senza provocare una frattura pubblica ancora più evidente? Tozzi ha dato la sua risposta, secca e senza sfumature. Adesso tocca alla politica spiegare la propria, con meno slogan e più chiarezza.

 
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