«Abrogarla subito». Mario Tozzi sceglie due parole che non lasciano spazio a interpretazioni quando parla della caccia in Italia.
Il geologo e divulgatore scientifico non chiede semplicemente calendari più brevi, limiti maggiori o una revisione delle specie cacciabili. Mette in discussione la permanenza stessa della caccia ricreativa nella società contemporanea.
«Non condivido la soddisfazione di uccidere, unica motivazione rimasta per un’attività anacronistica e dannosa per gli ecosistemi di tutti. La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, non di una straminima minoranza di esagitati assetati di sangue che si diverte ad ammazzare».
Parole violentissime sul piano polemico, che inevitabilmente susciteranno la reazione del mondo venatorio e che devono essere lette come il giudizio personale di Tozzi, non come una descrizione neutrale delle motivazioni dei cacciatori.
Ma arrivano in un momento nel quale i dati raccontano comunque una distanza considerevole tra una larga parte dell’opinione pubblica e l’ipotesi di aumentare gli spazi concessi alla caccia.
Secondo una ricerca Ipsos Doxa commissionata dalla Fondazione Capellino, il 75% degli intervistati vorrebbe infatti abolire l’attività venatoria, ridurla fortemente oppure limitarla ai soli interventi necessari in situazioni di emergenza e gestione della fauna.
Soltanto il 3% auspica invece che venga incentivata.
Tozzi e la domanda che divide: cosa rimane della caccia senza lo sparo?
Tozzi aveva formulato lo stesso concetto attraverso un’altra immagine, forse ancora più efficace.
«I cacciatori dicono che amano svegliarsi all’alba, portare i cani, passeggiare in campagna, mangiare con gli amici. Tutte attività che possono benissimo continuare a fare, sostituendo il fucile con una macchina fotografica. Nessuno lo fa, perché l’unica cosa che amano della caccia è uccidere. Nessuna scusa».
L’accusa è generalizzata e per questo contestabile. Non tutti i cacciatori definirebbero certamente in questo modo il proprio rapporto con l’attività venatoria.
Ma il ragionamento sottostante apre una domanda difficile da eludere.
Se vengono sottratti alla caccia il piacere dell’alba, il rapporto con il cane, il cammino nei boschi, l’osservazione degli animali, la conoscenza del territorio e la convivialità, tutti elementi perfettamente riproducibili senza un’arma, quale componente rimane esclusiva della caccia?
La risposta di Tozzi è drastica: lo sparo e l’uccisione dell’animale.
Il mondo venatorio risponde esattamente sul terreno opposto, sostenendo che la caccia sia anche gestione, conoscenza degli ecosistemi, tradizione rurale e presidio ambientale.
Il confronto non riguarda quindi soltanto ciò che il cacciatore fa, ma il significato che gli si attribuisce.
I numeri raccontano un Paese molto poco interessato ad avere più caccia
La rilevazione Ipsos Doxa è stata realizzata su 7.002 cittadini italiani maggiorenni tra il 28 luglio e il 4 agosto 2026.
Il dato del 75% comprende tre orientamenti differenti.
Il 27% chiede l’abolizione completa della caccia.
Il 34% vorrebbe consentirla soltanto nei casi di emergenza o di necessario controllo delle popolazioni animali.
Il 13% preferirebbe invece una forte riduzione dell’attività.
Il 17% conserverebbe la normativa attuale, il 6% non prende posizione e appena il 3% vorrebbe incentivare la caccia.
La distinzione è importante. Affermare che tre italiani su quattro vogliono abolirla completamente sarebbe scorretto.
Ma è altrettanto significativo osservare che soltanto una percentuale minima chiede di ampliare l’attività venatoria.
Il dato suggerisce dunque non tanto l’esistenza di una società unanimemente abolizionista, quanto una diffusissima propensione a restringere lo spazio della caccia rispetto a chi vorrebbe invece estenderlo.
Roma e il Lazio: quando il bosco diventa uno spazio di tutti
Per Roma e per la sua provincia questo confronto è tutt’altro che teorico.
Il territorio metropolitano e quello regionale comprendono vaste aree nelle quali città, campagne, riserve naturali, boschi e piccoli centri si sovrappongono a distanze ridottissime.
Chi vive a Roma può trovarsi nel giro di pochi chilometri sui sentieri dei Castelli Romani, nell’area dei Monti Lucretili, sui rilievi prenestini o dentro paesaggi agricoli frequentati contemporaneamente da escursionisti, sportivi, famiglie e cacciatori.
È proprio questa crescente condivisione dello spazio naturale a rendere il dibattito diverso rispetto a qualche decennio fa.
Il bosco non è più percepito soltanto come luogo della cultura rurale e venatoria. È diventato parte dell’esperienza quotidiana di persone che cercano aria aperta, silenzio, movimento, fotografia, turismo e osservazione della fauna.
La domanda sulla caccia finisce quindi per riguardare anche chi non ha mai posseduto un fucile e non conosce direttamente il mondo venatorio.
Quel riferimento alla fauna come “patrimonio indisponibile”
La seconda dichiarazione di Tozzi contiene inoltre un passaggio che merita attenzione al di là della polemica.
Quando afferma che «la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato», richiama un principio presente nella legislazione italiana.
Questo non significa, naturalmente, che oggi la caccia sia incompatibile con quel principio: la stessa normativa stabilisce condizioni entro le quali determinate specie possono essere oggetto di attività venatoria.
Tozzi utilizza però quel concetto per sostenere una tesi più ampia: se la fauna appartiene idealmente alla collettività, il rapporto con gli animali selvatici dovrebbe essere costruito principalmente sulla conservazione e non sull’abbattimento per finalità ricreative.
È una posizione politica e culturale, non la semplice descrizione della legge vigente.
Ma consente di capire perché il confronto sulla caccia sia diventato molto più profondo di una disputa sui calendari.
Una distinzione decisiva: caccia e controllo della fauna non sono la stessa cosa
C’è poi un punto sul quale il dibattito tende spesso a creare confusione.
L’esistenza di problemi legati alla presenza eccessiva di alcune specie non comporta automaticamente la necessità della caccia ricreativa.
Cinghiali, nutrie o altre popolazioni animali possono richiedere interventi di controllo, contenimento e gestione decisi dalle autorità sulla base di valutazioni tecniche e scientifiche.
È un tema diverso dal diritto del singolo di cacciare per attività sportiva o ricreativa.
Proprio il sondaggio sembra intercettare questa distinzione: il gruppo numericamente più grande, il 34%, non chiede necessariamente di vietare qualsiasi abbattimento, ma di consentirlo soltanto nelle situazioni in cui esista una necessità concreta.
Tozzi si inserisce in questa frattura e porta il ragionamento alla sua conseguenza più radicale.
Se l’abbattimento serve davvero per ragioni di equilibrio ambientale, può essere effettuato nell’ambito di programmi di gestione.
Se invece non serve a quell’obiettivo, il divulgatore domanda quale giustificazione rimanga per uccidere un animale selvatico.
Il mondo della caccia respinge l’immagine proposta da Tozzi
Naturalmente i cacciatori non si riconoscono nella descrizione di una «minoranza di esagitati assetati di sangue».
Associazioni venatorie e organizzazioni del settore sostengono da tempo che quella rappresentazione cancelli completamente la cultura, le competenze e il rapporto con il territorio di centinaia di migliaia di praticanti.
Rivendicano inoltre il contributo fornito in molti territori alla gestione della fauna e contestano l’idea che l’attività venatoria possa essere ridotta al piacere di uccidere.
È dunque importante distinguere le parole di Tozzi dai dati.
Il sondaggio misura un’opinione sull’assetto futuro della caccia. Non misura le motivazioni psicologiche dei cacciatori e non dimostra che chi pratica l’attività lo faccia perché attratto esclusivamente dall’uccisione.
Quella è la lettura di Mario Tozzi.
Il dato documentabile è un altro: tra gli intervistati sono molti di più quelli che chiedono di abolire, restringere o limitare la caccia rispetto a quelli che vorrebbero favorirne un’espansione.
Ed è forse proprio questa trasformazione dell’opinione pubblica a spiegare perché una frase come quella del geologo trovi oggi uno spazio così ampio nel dibattito.
La fotografia e il fucile rappresentano due modi differenti di attraversare lo stesso bosco.
Si può scegliere di osservare un animale, inseguirne le tracce, aspettare per ore che compaia e tornare a casa senza avergli fatto nulla.
Oppure si può scegliere di sparare. Mario Tozzi sostiene che la società italiana dovrebbe ormai scegliere definitivamente la prima strada.
I numeri del sondaggio non dicono che tre italiani su quattro condividano interamente questa conclusione. Dicono però qualcosa che difficilmente può essere ignorato: soltanto tre persone su cento, nel campione intervistato, chiedono oggi più caccia.