Margaret Spada morì dopo la rinoplastica a Roma: a processo padre e figlio che la operarono all’Eur

Margaret Spada, morta a 22 anni dopo una rinoplastica all’Eur: rinviati a giudizio i chirurghi Marco e Marco Antonio Procopio
Di Alessandra Monti
Margaret Spada
Margaret Spada

Dal piccolo studio medico dell’Eur nel quale Margaret Spada entrò il 4 novembre 2024 all’aula del Tribunale di Roma. La morte della ventiduenne siciliana, avvenuta tre giorni dopo un intervento di rinoplastica parziale, approda al processo: il gup ha rinviato a giudizio Marco e Marco Antonio Procopio, padre e figlio, i due chirurghi estetici accusati di omicidio colposo.

Il procedimento si aprirà il prossimo 9 marzo davanti alla Nona sezione collegiale. Nel processo saranno presenti come parti civili i genitori di Margaret e il fidanzato della ragazza, che quel pomeriggio l’aveva accompagnata nello studio romano e visse direttamente le ore in cui un intervento programmato si trasformò in un’emergenza medica.

La ragazza arrivata a Roma dalla Sicilia per rifarsi il naso

Margaret Spada aveva 22 anni, viveva a Lentini ed era arrivata a Roma insieme al fidanzato. Voleva sottoporsi a una rinoplastica parziale e aveva conosciuto l’attività dei medici anche attraverso i contenuti pubblicati sui social.

Lo studio si trovava in viale Cesare Pavese, nel quadrante Eur. Il 4 novembre 2024 la giovane vi entrò per effettuare l’intervento. Poco dopo la somministrazione dell’anestesia locale comparvero i primi gravi problemi.

Il malore fu improvviso. La ventiduenne venne successivamente affidata ai sanitari del 118 e trasportata al Sant’Eugenio in condizioni disperate. Rimase in coma per tre giorni, fino al decesso avvenuto il 7 novembre.

Una vicenda che scosse Roma e che aprì immediatamente una lunga indagine sulle condizioni nelle quali l’intervento era stato eseguito, sulle caratteristiche dello studio, sui farmaci somministrati e soprattutto sulla risposta all’emergenza.

I sedici minuti prima della richiesta di soccorso

Nella ricostruzione della Procura un passaggio ha assunto particolare importanza: il tempo trascorso prima dell’attivazione dei soccorsi.

Secondo quanto contestato nel corso dell’inchiesta, tra l’inizio della crisi della ragazza e la richiesta d’intervento sarebbero trascorsi circa sedici minuti. La consulenza acquisita dagli investigatori ha analizzato le procedure di emergenza adottate nello studio, soffermandosi anche sul mancato ricorso al defibrillatore e sulla capacità di fronteggiare il rapido peggioramento delle condizioni di Margaret.

Sono elementi destinati ora a essere discussi davanti ai giudici. Soltanto il processo potrà stabilire se esista un nesso tra le condotte contestate ai due medici e il decesso della ventiduenne. Marco e Marco Antonio Procopio arrivano al dibattimento da imputati e, come previsto dall’ordinamento, devono essere considerati non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Dall’Eur al Sant’Eugenio, tre giorni senza riprendersi

Le prime risultanze dell’autopsia descrissero la morte come conseguenza di un arresto cardiocircolatorio all’interno di un quadro di sofferenza acuta. Margaret aveva già subito una grave crisi nello studio medico prima del trasferimento in ospedale.

I successivi accertamenti medici e investigativi hanno cercato di ricostruire ogni passaggio: la preparazione all’intervento, l’anestesia, l’insorgere del malore, le manovre compiute nello studio e l’arrivo dei soccorritori.

L’inchiesta ha esaminato anche i messaggi scambiati prima dell’operazione. Tra le questioni finite sotto osservazione figuravano le indicazioni relative all’alimentazione e al digiuno, tema sul quale il legale della famiglia aveva richiamato l’attenzione già nelle settimane successive alla morte.

Margaret aveva trovato i medici sui social

Il caso presenta inoltre un aspetto che riguarda direttamente le nuove abitudini con cui molti pazienti, soprattutto giovani, scelgono professionisti e trattamenti di medicina e chirurgia estetica.

Margaret aveva conosciuto l’attività dei medici attraverso i social, dove venivano mostrati interventi e risultati estetici. Una dinamica ormai diffusissima: lo smartphone è diventato la vetrina attraverso la quale strutture e professionisti raggiungono potenziali pazienti, spesso attraverso immagini molto efficaci e contenuti brevi.

La visibilità digitale, tuttavia, non offre da sola informazioni sufficienti per valutare la complessità di un atto medico, le caratteristiche della struttura in cui verrà eseguito, la gestione dell’anestesia e le dotazioni disponibili in caso di complicazioni.

Il caso Spada ha portato questo tema all’attenzione dell’opinione pubblica con una forza particolare, perché dietro la comunicazione immediata di un intervento destinato a modificare l’aspetto fisico rimangono tutti i rischi e le responsabilità proprie di una procedura sanitaria.

I genitori: “Abbiamo sete di verità e giustizia”

All’udienza che ha portato al rinvio a giudizio erano presenti anche i genitori della giovane. Da quando Margaret è morta hanno seguito l’intero percorso investigativo chiedendo che ogni circostanza venga chiarita.

Dopo la decisione del giudice hanno sintetizzato il loro stato d’animo parlando di “sete di verità e giustizia”. Il loro avvocato Alessandro Vinci ha definito il rinvio a giudizio un primo passaggio verso l’accertamento della verità giudiziaria.

Il dolore privato di una famiglia siciliana si è così intrecciato per quasi due anni con un’inchiesta nata a Roma e destinata ora a essere ricostruita pubblicamente in aula.

A marzo comincia il processo

La decisione del gup non stabilisce la responsabilità dei due medici, ma ritiene necessario sottoporre al giudizio del Tribunale le contestazioni formulate dalla Procura.

Il processo consentirà alle parti di confrontarsi sulle consulenze mediche, sulle tempistiche dei soccorsi, sulla documentazione acquisita nello studio e sull’intera sequenza che va dall’ingresso di Margaret nell’ambulatorio dell’Eur fino al trasferimento al Sant’Eugenio.

Resta l’immagine di una ragazza di 22 anni arrivata a Roma per un intervento programmato e morta tre giorni dopo senza essersi più ripresa. Quasi due anni più tardi, la domanda che accompagna la famiglia dalla notte del 7 novembre 2024 sarà affidata a un collegio di giudici: ricostruire che cosa accadde e accertare se quella morte potesse essere evitata.

 
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Cronaca

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