Marco Pannella, 10 anni senza il leader radicale che a Roma fece politica con il corpo e con la voce

Dieci anni dopo la morte, Roma ricorda Marco Pannella: leader radicale, protagonista dei diritti civili e della politica italiana
Di Alessandra Monti
Marco Pannella
Marco Pannella

Il 19 maggio 2026 sono dieci anni dalla morte di Marco Pannella, scomparso a Roma nel 2016 dopo una vita passata a trasformare la politica in presenza fisica, parola pubblica, battaglia civile. Nato a Teramo il 2 maggio 1930, il leader radicale ha legato alla Capitale una parte essenziale della sua storia: le sedi, le piazze, le aule parlamentari, Radio Radicale, le iniziative davanti alle istituzioni, le campagne per i diritti che hanno cambiato l’Italia.

Dieci anni senza Pannella: Roma e il ricordo del leader radicale

Roma, per Marco Pannella, non è stata soltanto la città della politica nazionale. È stata il luogo dove la sua militanza ha preso forma ogni giorno, spesso fuori dai rituali più prevedibili. La Capitale lo ha visto discutere, protestare, digiunare, accogliere compagni di battaglia, sfidare governi, parlare con detenuti, giornalisti, parlamentari, cittadini.

C’era in lui una capacità rara di occupare la scena senza cercare soltanto visibilità. Pannella voleva ottenere ascolto. E per farsi ascoltare usava tutto: la voce, il corpo, il tempo, la fame, la sete, il diritto, le firme, la radio, le elezioni, i referendum. Il suo modo di stare nella vita pubblica appariva a volte estremo, spesso faticoso, sempre riconoscibile.

A dieci anni dalla sua scomparsa, la memoria di Pannella continua a parlare anche a Roma perché molte delle sue battaglie sono nate o si sono consumate proprio dentro il rapporto con le istituzioni della Capitale. Montecitorio, Palazzo Madama, le carceri romane, le redazioni, le strade del centro, le conferenze stampa interminabili: ognuno di questi luoghi racconta un frammento della sua idea di politica.

Il corpo, la voce, i digiuni: così Pannella rendeva visibili i diritti

Marco Pannella non considerava i diritti civili un argomento da salotto. Per lui erano materia viva, concreta, spesso dolorosa. Divorzio, aborto, obiezione di coscienza, giustizia, condizione dei detenuti, libertà individuali, laicità dello Stato: dietro ogni parola c’erano persone, storie, leggi da cambiare, silenzi da rompere.

Il suo tratto più potente era forse questo: riusciva a trasformare questioni giuridiche complesse in battaglie comprensibili. Non le semplificava fino a svuotarle. Le portava davanti all’opinione pubblica, obbligando il Paese a guardarle. Quando digiunava, quando annunciava uno sciopero della sete, quando entrava in carcere per visitare i detenuti, il messaggio era diretto: una democrazia non può abituarsi alla sofferenza che produce o che tollera.

Nella sua storia politica la nonviolenza ebbe un peso decisivo. Non era una formula buona per le commemorazioni. Era un metodo. Il corpo diventava lo strumento attraverso cui chiedere conto alle istituzioni. Il digiuno non era teatro, era pressione morale e politica. Pannella lo praticava con una determinazione che colpiva anche chi non condivideva le sue posizioni.

Roma lo ha visto spesso fragile e indomito, con quella voce roca, il sigaro, lo sguardo acceso, la capacità di passare da un dettaglio tecnico a una visione più larga del Paese. Poteva irritare. Poteva conquistare. Difficilmente lasciava indifferenti.

Dai referendum ai diritti civili: l’Italia cambiata dalle campagne radicali

Una parte importante dell’Italia contemporanea porta anche l’impronta delle campagne radicali guidate da Pannella. I referendum furono il suo terreno più riconoscibile. Non li usava come scorciatoia, li intendeva come strumenti di partecipazione diretta, capaci di chiamare i cittadini a decidere su materie che la politica rinviava.

Le battaglie per il divorzio e per l’interruzione volontaria di gravidanza segnarono una stagione decisiva per il costume e per il diritto. L’Italia cambiò linguaggio, abitudini, rapporti familiari, percezione della libertà personale. Pannella non fu solo un interprete di quel cambiamento. Ne fu uno dei promotori più ostinati.

La sua storia, però, non si ferma alle grandi campagne più note. Pannella ha continuato per decenni a portare attenzione su temi difficili da rendere popolari: carceri, giustizia, responsabilità delle istituzioni, informazione, diritti dei malati, libertà di ricerca, Europa. Spesso arrivava prima del dibattito generale. Metteva in fila questioni che molti avrebbero riconosciuto solo anni dopo.

Questa capacità di anticipare il tempo politico è una delle ragioni per cui, dieci anni dopo, il suo nome resta vivo. Non appartiene soltanto alla nostalgia radicale. Appartiene a una storia italiana fatta di conflitti civili, riforme, referendum, tensioni culturali, diritti conquistati e altri rimasti sospesi.

Radio Radicale e la Capitale: una lezione di trasparenza pubblica

Nessun ricordo di Marco Pannella può prescindere da Radio Radicale. Per Roma, città delle istituzioni e delle aule giudiziarie, quella radio ha rappresentato qualcosa di più di un’emittente politica. È stata un archivio vivente della democrazia italiana, un luogo sonoro dove Parlamento, congressi, processi, assemblee e dibattiti diventavano accessibili.

L’idea era semplice e potente: far ascoltare tutto. Non soltanto la frase breve, non soltanto il passaggio utile al titolo, non soltanto la dichiarazione più comoda. La politica, per Pannella, doveva essere conoscibile nella sua interezza. Il cittadino doveva poter giudicare ascoltando, seguendo, verificando.

In tempi abituati alla rapidità dei frammenti, quella visione appare ancora più significativa. La trasparenza non come parola decorativa, bensì come pratica quotidiana. Mettere un microfono acceso dentro le istituzioni significava togliere al potere una parte della sua opacità.

Per questo Pannella resta legato a Roma anche come figura di controllo democratico. Non solo leader, non solo militante, non solo parlamentare. Un uomo che ha chiesto alla Capitale politica di farsi vedere e ascoltare.

L’eredità romana di Marco Pannella dieci anni dopo

Dieci anni sono abbastanza per trasformare un protagonista politico in memoria pubblica. Nel caso di Pannella, però, la memoria non è pacificata. Il suo nome conserva ancora energia, discussione, nervo civile. C’è chi lo ricorda come un gigante dei diritti. C’è chi ne sottolinea le contraddizioni. C’è chi lo rimpiange per la libertà con cui sapeva parlare a mondi lontani.

La sua eredità romana sta proprio in questa presenza non addomesticata. Pannella non si presta facilmente alla celebrazione di maniera. Chiede ancora domande. Che cosa fa la politica quando i diritti non portano consenso immediato? Come si misura la dignità di uno Stato nelle carceri? Quanto conta la libertà di informare e di essere informati? Quale spazio resta oggi per una militanza fondata sulla durata, sulla fatica, sull’insistenza?

Roma, città spesso abituata a consumare rapidamente i suoi protagonisti, conserva di Pannella l’immagine di un uomo che non accettava di sparire dalla scena finché una questione restava aperta. Parlava fino allo sfinimento, digiunava fino a mettere in allarme chi gli stava vicino, tornava sulle stesse battaglie con una tenacia quasi fisica.

A dieci anni dal 19 maggio 2016, il ricordo di Marco Pannella non appartiene solo ai Radicali. Appartiene alla storia civile italiana e alla memoria politica della Capitale. È il ricordo di un uomo che ha fatto della politica una forma di vita, chiedendo al Paese di non voltarsi dall’altra parte davanti ai diritti, alle libertà, alla dignità delle persone.

 
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Cronaca

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