Ci sono notizie che arrivano come un colpo secco e lasciano dietro un senso di vuoto. Quella dei lupi trovati morti ad Alfedena, dopo un episodio analogo a Pescasseroli, è una di queste. Nel giro di pochi giorni, nel cuore di uno dei paesaggi più riconoscibili dell’Appennino, dieci lupi sono stati rinvenuti senza vita.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, per il caso di Alfedena, ha parlato di un fatto di eccezionale gravità: le carcasse sono state sequestrate, insieme a resti che fanno pensare alla presenza di esche avvelenate, e tutto è stato messo a disposizione della Procura di Sulmona, con analisi affidate all’Istituto Zooprofilattico di Avezzano.
Alfedena e Pescasseroli, due nomi che raccontano la stessa ferita
Prima Pescasseroli, poi Alfedena. Due luoghi simbolici, due nomi che evocano boschi, neve, sentieri, animali rari, turismo lento, silenzio vero. E invece oggi quei nomi tornano al centro per una ferita che pesa su tutto il territorio. Nel comune di Alfedena il ritrovamento è avvenuto il 15 aprile, in località San Francesco, nell’Area Contigua del Parco.
Il Nucleo Cinofilo Antiveleno è intervenuto subito per perlustrare la zona. Nei giorni precedenti, a Pescasseroli, altri cinque lupi erano stati trovati morti, con primi riscontri orientati anche lì verso l’ipotesi di avvelenamento. Quando casi così vicini si sommano, diventa difficile considerarli fatalità.
Un gesto vile che non colpisce solo i lupi
Il veleno non si ferma a un bersaglio preciso. Il Parco lo dice chiaramente: è una pratica illegale e indiscriminata che mette a rischio l’intero equilibrio degli ecosistemi. Significa che a rimetterci non sono soltanto i lupi, ma anche rapaci, piccola fauna, cani, altri animali selvatici e perfino la sicurezza pubblica.
Non a caso i Carabinieri Forestali del Parco operano anche con un nucleo specializzato proprio nel contrasto ai bocconi avvelenati, con ispezioni preventive periodiche nelle aree più sensibili e interventi urgenti quando scatta un allarme. La sola presenza di questa struttura racconta bene quanto il fenomeno sia serio e quanto non appartenga al passato.
Il precedente del 2023 e la sensazione che si ripeta tutto
Il nodo più amaro è che il territorio conosce già questa storia. Nel maggio 2023, nell’area di Cocullo, furono trovati morti 9 lupi, 3 grifoni e 2 corvi imperiali, in una vicenda che il Parco definì una strage di animali selvatici. Anche allora si parlò di bocconi avvelenati, di un branco praticamente cancellato e di un colpo durissimo a un’area di collegamento ecologico preziosa per la fauna dell’Appennino centrale.
Per questo oggi la rabbia è doppia: non solo per quanto è accaduto, ma per la sensazione che gli allarmi lanciati in passato non abbiano prodotto un argine abbastanza forte.
Difendere il Parco significa difendere anche chi lo vive onestamente
C’è un equivoco che andrebbe smontato una volta per tutte. Difendere i lupi non significa ignorare le difficoltà di chi lavora in montagna. Il Parco, già nel 2023, ricordava che gli allevatori nelle aree interessate hanno diritto agli indennizzi per i danni da lupo e orso e distingueva con nettezza gli operatori onesti da chi sceglie scorciatoie criminali.
È una distinzione essenziale, perché il veleno non protegge le attività produttive: le danneggia, insieme all’immagine dei paesi, dell’Appennino e di un turismo che vive anche del valore naturale del territorio. Quando il Parco parla di ricadute economiche sui settori produttivi primari, tocca un punto concreto: chi avvelena non colpisce solo un animale, ma l’idea stessa di un territorio capace di convivere con la propria natura.
Il silenzio adesso pesa quanto il reato
A questo punto il tema non è solo trovare i responsabili, ma spezzare l’abitudine al silenzio. Il Ministero della Salute ha prorogato il divieto di utilizzo e detenzione di esche e bocconi avvelenati, e la legge italiana considera il lupo specie particolarmente protetta. Tutto questo però serve davvero soltanto se il territorio collabora, segnala, rompe le coperture e rende visibile ciò che oggi resta nascosto nei boschi. Il rischio, altrimenti, è abituarsi all’orrore e chiamarlo emergenza solo quando i numeri diventano troppo grandi per essere ignorati.