Nel dibattito sul lavoro di questi giorni si continua a parlare di “contratti pirata”, di sigle minori, di sindacati che disturbano. Parole forti, utili per fare titoli, ma che servono soprattutto a nascondere la questione vera. Perché il punto non è chi dà fastidio. Il punto è chi decide.
E oggi, nel silenzio generale, questa scelta non la fanno i lavoratori, la fanno le imprese. Il meccanismo è semplice quanto pericoloso. In Italia non esiste una legge chiara sulla rappresentanza sindacale. Non esiste un sistema che certifichi in modo oggettivo chi rappresenta davvero i lavoratori. Così, alla fine, decide chi applica il contratto. E chi applica il contratto è il datore di lavoro. Tradotto: è l’azienda che sceglie con quale sindacato trattare. Altro che libertà sindacale.
La Costituzione è chiarissima: i lavoratori sono liberi di associarsi. Non dice che devono essere rappresentati da qualcuno scelto dall’azienda, né distingue tra sindacati di serie A e di serie B. Dice solo una cosa: devono essere liberi.
E invece il sistema sta andando nella direzione opposta. Si parla di rappresentatività “comparata”, di qualità dei contratti, di affidabilità delle sigle. Tutte parole che suonano bene, ma che hanno un difetto: non sono regole. Sono giudizi. E quando il diritto si trasforma in giudizio, qualcuno resta fuori. Sempre gli stessi.
Intanto, mentre si discute di etichette, i dati raccontano altro. Gli infortuni si concentrano nei settori più pesanti: costruzioni, trasporti, logistica, industria. I salari più bassi stanno nel turismo, nei servizi, nella ristorazione. Settori dove i contratti “ufficiali” esistono eccome, firmati dai sindacati più noti. E allora la domanda è inevitabile: davvero il problema sono i cosiddetti contratti pirata?
La risposta è no. Il problema è che il sistema non garantisce che siano i lavoratori a scegliere da chi farsi rappresentare. E quando questa libertà viene meno, tutto il resto passa in secondo piano. Perché senza libertà sindacale vera, anche il miglior contratto perde valore.
C’è poi un passaggio che pochi vogliono vedere. Da una parte si restringe la rappresentanza, dall’altra si limita anche lo sciopero, come dimostrano le recenti decisioni sulla logistica. Meno sindacati riconosciuti, meno possibilità di protestare. Il risultato è uno solo: meno forza per chi lavora.
Dire che un contratto firmato da più sigle porta caos è semplicemente falso. Quello si chiama pluralismo. Si chiama equilibrio. Si chiama democrazia sindacale.
Perché la verità è molto più semplice di come la raccontano. Un sindacato non è legittimo perché piace o perché è grande. È legittimo se rappresenta lavoratori. E se quei lavoratori lo scelgono, nessuno dovrebbe avere il potere di escluderlo.
Il rischio, invece, è che si stia costruendo un sistema dove pochi decidono per tutti. Dove si stabilisce a monte chi può stare al tavolo e chi no. Dove la rappresentanza non nasce dal basso, ma viene filtrata dall’alto.
E questo non è un problema sindacale, è un problema di libertà.
Pietro Serbassi, segretario generale Fast Confsal