La simbolicità degli anniversari e la resistenza della cultura umanistica

In un mondo in cui la dimensione spirituale, culturale, umanistica conta sempre meno e ha un ruolo sempre minore nelle vite degli uomini e delle donne del nostro tempo
Di Daniele Lorusso
Thomas Mann
Thomas Mann (6 giugno 1875 - 12 agosto 1955)

Il 2025 è stato un anno ricco di ricorrenze filosofiche e letterarie. Non che quello delle rievocazioni celebrative sia uno strumento e un metodo di particolare importanza ed efficacia, in un mondo in cui la dimensione spirituale, culturale, umanistica conta sempre meno ed ha un ruolo sempre minore nelle vite degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Ma può essere di stimolo nel risvegliare curiosità o passione, almeno in chi questo interesse per lo spirito, l’anima, la filosofia, la letteratura, lo ha già dentro di sé.

Ne proporrò, dunque, quattro, in qualche modo connesse tra di loro. Nel 2025 abbiamo celebrato, innanzitutto, i centoventicinque anni dalla morte di Nietzsche (1844-1900), il grande pensatore che ha improntato di sé tutta la cultura filosofica successiva e che ha visto la sua vita spegnersi nelle tenebre della follia.

In secondo luogo, abbiamo l’anniversario dei centocinquant’anni dalla nascita e quello dei settant’anni dalla morte di Thomas Mann (1875-1955), il grande romanziere che ha segnato un’epoca, con lo splendore e la magia del suo stile inconfondibile e con l’impegno strenuo in senso anti-nazista durante la Seconda guerra mondiale.

In terza istanza, ricordiamo la nascita di Carl Gustav Jung (1875-1961), l’eretico e geniale allievo di Freud, che – in opposizione al maestro – volle spingere la psicoanalisi e la psicologia su terreni fino ad allora inesplorati: l’anima, gli archetipi, l’inconscio collettivo, i mandala, i miti primitivi, la sincronicità.

La quarta figura è quella di Rainer Maria Rilke (1875-1926), di cui si sono celebrati sempre i centocinquant’anni dalla nascita. Rilke ha spinto la poesia tedesca fino a vette che essa non aveva più conosciuto dai tempi di Goethe e Hölderlin e segnerà in profondità la cultura poetica del Novecento, con pochi nomi in grado di poter stare alla pari con lui, T. S. Eliot e il nostro Eugenio Montale, soprattutto.

La scelta di queste quattro grandi figure – Nietzsche, Thomas Mann, Jung, Rilke – è dovuta, innanzitutto, al fatto che si tratta di quattro pionieri dell’Assoluto. In secondo luogo, che sono quattro autori di lingua tedesca – questo il motivo per cui non abbiamo incluso i cento anni dalla pubblicazione di “Ossi di seppia” di Montale o i settantacinque anni dalla morte di Cesare Pavese.

In terzo luogo, Mann, Jung e Rilke si sono confrontati con Nietzsche in vario modo e misura. Non è possibile parlare di una scuola, naturalmente, ma l’impronta si sente tutta. A partire da Mann, che ha trovato nel pensiero di Nietzsche un motivo ispiratore profondo per la sua narrativa.

Per arrivare a Jung, che ha tenuto dei seminari su “Così parlò Zarathustra” di cruciale importanza (pubblicati anche in italiano per Boringhieri). Concludendo con Rilke, che ha avuto in comune con Nietzsche una presenza femminile come quella di Lou Andreas-Salomé (1861-1937).

L’uomo della crisi

Friedrich Nietzsche muore il 25 agosto 1900. Ma la sua vita cosciente si era spenta assai prima, nel gennaio 1889, a Torino, dove lo assale una crisi psichica da cui non si riprenderà più. La sua fu una parabola folgorante quanto quella di pochi altri, Friedrich Hölderlin e Van Gogh possono essergli accostati, quanto meno per restare a grandi nomi.

Le loro parabole, complessivamente considerate, sono la dimostrazione di come follia e creatività artistica, follia e ragione non sono in contraddizione una con l’altra.

Nato nel 1844, Nietzsche dà alle stampe “La nascita della tragedia” nel 1872. È il frutto del suo apprendistato da grecista e da filologo. L’influenza filosofica di Schopenhauer e l’amicizia con Wagner lo segnano in profondità. Da quel momento, la sua creatività incessante dà luogo ad un percorso folgorante. È l’epoca di “Umano troppo umano” (1878), poi di “Aurora” (1881), della“Gaia scienza” (1882).

È anche il tempo dell’amore non corrisposto per Lou Salomé. Questo trauma è la spinta ad una ulteriore radicalizzazione filosofica, che gli costerà, sul piano personale, una maggiore solitudine.

È un merito della sensibilità femminile di Liliana Cavani, nel suo film “Al di là del bene e del male” (1977), l’aver mostrato come egli sia stato veramente felice soltanto con Lou. Questa nuova spinta creativa darà alla luce il suo massimo capolavoro: “Così parlò Zarathustra” (1883-1885). Seguito da “Al di là del bene e del male” (1886) e da “Genealogia della morale” (1887). Il 1888 è l’anno degli ultimi scritti, da “Il crepuscolo degli idoli” a “Ecce homo” e al progetto incompiuto della “Volontà di potenza”.

Una frase di “Ecce homo” afferma: “Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite” (ed. it. Adelphi, p. 351).

Ormai il dado è tratto. A Jacob Burckhardt, il grande storico svizzero che Nietzsche vedeva come la sua bussola critica, scrive nel gennaio 1889: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo”.

In quella che è la più bella rievocazione possibile per un anniversario della morte di Nietzsche, la poesia “Per un anniversario” di Giorgio Colli, datata 25 agosto 1964 e contenuta nel volume “La ragione errabonda. Quaderni postumi”, nella seconda strofa il filosofo rievoca la crisi di Nietzsche. Scrive Colli: “Dalla fermezza degli occhi / serrati nelle orbite buie / si ritrasse nella lotta / il flutto estenuato / della tua vita, e nessuno / conobbe l’attimo / di quella dipartita” (Adelphi, p. 194).

Crisi e misura

Thomas Mann nacque il 6 giugno 1875 e morì il 12 agosto 1955. La sua prorompente giovinezza matura rapidamente con la composizione di un capolavoro assoluto come i “Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” del 1901. “La morte a Venezia” è del 1912. L’influenza di Nietzsche è palpabile, evidente, insieme a quella di Schopenhauer e Wagner. Intanto gli eventi storici incalzano la mente dello scrittore.

Fino al 1918, quando compose il grande pamphlet polemico intitolato “Considerazioni di un impolitico”, Mann è completamente calato nel mondo tedesco, anche politicamente. Nel 1921, incontra Elisabeth F. Nietzsche, la famigerata sorella del filosofo e rileva la “somiglianza negli occhi”.

L’anno successivo, il 1922, in singolare coincidenza con la marcia su Roma del fascismo italiano,Manncompie la sua svolta ideologico-politica verso la democrazia. Hitler è, ancora, di là da venire; Goethe e l’umanesimo acquistano sempre più importanza.

Tuttavia, Mann non chiuderà mai i conti con Nietzsche, cui doveva probabilmente qualcosa di più che non una dottrina filosofica. Quanto, piuttosto, una scioltezza nel gesto, un’apertura mentale di singolare forza, una spinta rapinosa verso le cose ultime.

Così, alla fine del “Doktor Faustus” – il capolavoro del 1947, per la stesura delle parti di teoria musicale del quale si era fatto aiutare da Theodor W. Adorno – Mann decide di descrivere la fine del protagonista, il musicista Adrian Leverkühn, attraverso le testimonianze pervenuteci sulla condizione di Nietzsche negli ultimi anni della sua vita. E sono pagine meravigliose e strazianti.

Carl Gustav Jung nacque il 26 luglio 1875. Giusto un mese e venti giorni dopo Thomas Mann. Cresce nella Basilea del giovane Nietzsche e di Jacob Burckhardt. Personalità poliedrica fino e ben oltre il confine del genio (come le altre tre personalità rievocate in questa nota, del resto), conobbe Freud nel 1907. L’incontro fu travolgente, per come viene rievocato, a più riprese, in “Jung parla. Interviste e incontri” (1977, ed. it. Adelphi).

I due mostri sacri del pensiero psicologico del Novecento parlarono per tredici ore di fila. Ma, ben presto, il sottile, profondo, ma forse rigido razionalismo del maestro, iniziò ad andare stretto a Jung. Almeno per chi si nutriva, al contrario di Freud, di molta filosofia (e di Nietzsche, in particolare), ed era determinato a spingersi verso il simbolismo orientale deimandala e del pensiero dei primitivi, come chiave di interpretazione psicologica delle varie forme di disagio psichico.

Oltre ai seminari su “Così parlò Zarathustra”, tradotti in italiano da Bollati Boringhieri, un elemento della sua vicinanza a Nietzsche può essere questo. All’entrata della sua casa di Küsnacht, nei pressi di Zurigo, Jung aveva fatto incidere una massima intitolata: “Vocatus atque non vocatus deus aderit”, “Chiamato o non chiamato, il dio sarà presente”.

Si tratta di un oracolo delfico tradotto da Erasmo da Rotterdam. Così Jung ne spiega il significato: “Volendo fare guerra agli ateniesi, gli spartani consultarono l’oracolo e l’oracolo rispose che il dio sarebbe stato presente: aderit” (“Jung parla”, p. 556). Ora, se Jung – al contrario di Nietzsche – aveva tenute sempre spalancate le porte al cristianesimo, questo modo di intuire il dio greco è perfettamente coerente con il modo in cui Nietzsche sentiva e interpretava la divinità greca.

Rainer Maria Rilke nacque il 4 dicembre 1875. Alcuni mesi dopo T. Mann e Jung. Per quanto riguarda la parabola della sua vita, la sua affinità è più con la breve vita di Nietzsche, che non con quella – piuttosto lunga – di T. Mann e Jung. Rilke morirà, infatti, a cinquantuno anni, alla fine del 1926. Dopo una preparazione importante e consistente, la sua grande arte esplode nel primo decennio del nuovo secolo. Innanzitutto, con “Le Nuove Poesie” (1907-08).

Poi con i “Requiem”, all’incirca nello stesso periodo. Senza dimenticare lo stupendo e supremo romanzo “I quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910). Crediamo di non essere nel torto affermando che, in modo più o meno diretto, si avverte in queste grandi composizioni l’influsso dello spirito di Nietzsche, come del resto in quasi tutta l’arte europea di quegli anni.

Ma – ed è incredibile pensarlo – con questi capolavori di Rilke, che avrebbero soddisfatto e riempito di legittimo orgoglio tutti i letterati europei dell’epoca, siamo ancora nella fase del prologo della grande arte di Rilke. Quello che viene dopo è al di là delle possibilità critiche, non solo dello scrivente, ma di qualsiasi letterato volenteroso e discretamente capace.

È materia per un ingegno critico e filosofico come quello di Martin Heidegger. Così, sul tramonto della sua vita, Rilke consegna ai posteri due capolavori assoluti della lirica europea – degni di Dante e di Goethe – le “Elegie Duinesi” (1923) e “I sonetti a Orfeo” (1923).

In tutti questi anni, di travaglio, di dolorosa crescita, di maturazione al di là di qualsiasi schema precostituito, di preparazione all’irrompere di quel genio che il poeta sentiva abitare presso di sé, Rilke– ci dice la sapiente curatrice, Andreina Lavagetto, dei due volumi di “Poesie” (1895-1926), usciti per Einaudi-Gallimard – aveva avuto accanto una guida, una bussola, un faro.

Quella guida era Lou Andreas Salomé. Nelle “Poesie sparse” della stessa edizione, troviamo tre liriche intitolate “A Lou Andreas-Salomé”. Alla fine della prima di esse, Rilke scrive: “Ah, solo in te gettandosi / non è esposto il mio viso a sguardi estranei, / in te concresce e oscuro all’infinito / nel tuo cuore protetto si prolunga” (ed. it., II volume, p. 195). Nietzsche sarebbe stato d’accordo…

Postilla

Si continua a parlare, tanto, dei danni della cultura patriarcale. Soprattutto rispetto a quello che le donne continuano a subire dagli uomini, nel terzo millennio della storia europea. Si sentono arrivare le risatine sui social o le alzate di spalle. La volontà di minimizzare. La clava della preistoria che coincide con il cazzo e cazzotti. Ci si stupisce che le donne alzino la testa.

Che non accettino il revenge porn subito dall’amante o dal marito. Al netto della morte, quella di Tiziana Cantone nel 2016, ad esempio o di tutte quelle che hanno pagato, con la vita, la libertà di poter dire un no!. Il compito di diventare uomini non si esaurisce mai. È una sfida che si rinnova ad ogni generazione. Chi scrive ha la profonda convinzione che quella della filosofia e della poesia sia una grande scuola.

Il dolore del rifiuto, della non accettazione, è universale, riguarda tutti. Ma il riconoscimento più profondo, non può nascere che dalla libertà.

Si cominci a meditare l’incipit del “Requiem” di Rilke “Per il conte Wolf von Kalckreuth” del 1908: “…Ho gonfio il cuore / per te come per troppo difficile inizio / che si rimanda” (ed. it. II volume, p. 17). Si cominci a familiarizzarsi con le potenti parole del poeta di fronte al suicidio di un giovane.

Si faccia entrare, dentro di sé, l’inno alla vita di Rilke e, nello stesso tempo, la meditazione profonda delle tremende difficoltà che questa vita riserva. Questa meditazione è la strada della libertà, nostra e degli altri (e, soprattutto, delle altre) e la strada per diventare uomini…

 
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