Un documento recentemente riemerso dalle nebbie della storia chiarisce in modo definitivo la natura delle dimissioni di papa Benedetto XVI.
Il sovrano della Guerra civile spagnola e il pontefice bavarese furono entrambi costretti a farsi da parte a causa di circostanze storico-politiche sfavorevoli, il primo nel 1931, il secondo nel 2013.
Quando, in quella mattinata dell’11 febbraio 2013 Benedetto XVI rinunciò al ministerium di romano pontefice, (e non al munus petrino) i grandi media diedero immediatamente in pasto all’opinione pubblica che papa Ratzinger avesse abdicato e che pertanto dalle ore 20:00 del 28 febbraio seguente il soglio pontificio sarebbe divenuto vacante.
Tuttavia, come ampiamente dimostrato dalla ormai pluriennale inchiesta del giornalista e scrittore romano Andrea Cionci, Benedetto XVI non rinunciò affatto all’ufficio petrino, al titolo di papa, ma solo all’esercizio pratico del potere che da esso deriva.
Il caso del pontefice bavarese, oltre all’illustre e straordinariamente evocativo precedente di papa Benedetto VIII (che compì un gesto simile precisamente 1000 anni prima, nel 1013, trova un parallelismo significativo nella dichiarazione di esilio di un altro monarca, re Alfonso XIII di Spagna.
Il sovrano borbonico, due giorni dopo la schiacciante vittoria delle forze repubblicane coalizzate nelle elezioni locali, decise di lasciare il Paese iberico senza per questo rinunciare al trono, senza abdicare. In una dichiarazione, datata 14 aprile 1931, il monarca spiegò ai sudditi le ragioni del suo gesto.
“Sono il re di tutti gli spagnoli e anch’io sono uno spagnolo. Troverei mezzi più che sufficienti per mantenere le mie regali prerogative in un efficace scontro con coloro che le combattono. Ma voglio decisamente allontanarmi da tutto ciò che possa scagliare un compatriota contro un altro, in una guerra civile fratricida. Non rinuncio a nessuno dei miei diritti perché, più che miei, sono un deposito accumulato dalla Storia, della cui custodia un giorno dovrò rendere rigorosamente conto. Attendo di conoscere l’autentica e adeguata espressione della coscienza collettiva e, mentre la nazione parla, sospendo deliberatamente l’esercizio del potere reale e mi allontano dalla Spagna, riconoscendola così come unica signora del proprio destino”.
Pur lasciando il suolo spagnolo, infatti, Alfonso XIII non per questo rinunciò ai suoi diritti sul trono. Esattamente come Benedetto XVI dichiarò di “rinunciare a proprio danno” (come nella corretta traduzione Corrias-Funari del testo pronunciato dal papa) al ministerium di vescovo di Roma, cioè all’esercizio del potere pratico. Ciò avverrà a causa da un conclave abusivo, convocato mentre il papa non era abdicatario, ma appunto impedito a Castel Gandolfo. In esilio Alfonso XIII, in esilio papa Benedetto XVI. Ovviamente, l’elezione di Bergoglio porterà sul trono petrino un usurpatore, un antipapa, come ce ne sono stati 40 nella storia della Chiesa.
Appare allora del tutto naturale tornare con la memoria a quanto affermato da Benedetto XVI nell’ultima udienza concessa da papa regnante, il 27 febbraio 2013: “Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo.”
Alfonso XIII, dichiara di allontanarsi dalla Spagna, riconoscendola così come unica signora del proprio destino”. Anche nel congedo, le somiglianze della dichiarazione di Alfonso XIII e Benedetto XVI sono oltremodo evidenti, come emerge dalle parole di Ratzinger, che dichiara di affidare la Chiesa Cattolica al suo Sommo Pastore, augurandosi che la Madre Santissima di Cristo possa aiutare i padri cardinali nell’estirpare il nuovo Pontefice (come da traduzione Corrias). Un modo implicito per delegare la gestione degli affari correnti della Chiesa all’istituzione stessa, cioè alla Segreteria di Stato.
Ancora più esplicativa è, invece, l’abdicazione dello stesso sovrano borbonico, avvenuta esattamente 10 anni dopo, nel 1941. Alfonso XIII richiama immediatamente la dichiarazione precedente, ma distinguendola in modo netto dalla nuova: “Il 14 aprile 1931 mi rivolsi al popolo spagnolo, manifestando la mia decisione di allontanarmi dalla Spagna, sospendendo deliberatamente l’esercizio del potere, senza per questo rinunciare a nessuno dei diritti di cui la Storia mi aveva reso custode e depositario. […] offro alla mia Patria la rinuncia ai miei diritti, afifnché, in virtù della legge storica di successione al Trono, sia automatcamente designato, senza alcuna possibilità di contestazione in merito alla legittimità, mio figlio il Principe Don Juan, che incarnerà nella sua persona l’istituzione monarchica e che sarà, in futuro, quando la Spagna lo riterrà opportuno, il Re di tutti gli spagnoli”.
Preso atto del fatto che la sua persona era divenuta troppo divisiva, Alfonso dichiarò di rinunciare ai suoi diritti, cedendoli al figlio.
Tuttavia, Benedetto XVI, a differenza del sovrano iberico, neanche successivamente rinunciò al suo ufficio, rimanendo sempre “nel recinto di San Pietro”, morendo martire e impedito. Una realtà storica e canonica che la Chiesa cattolica ha il tassativo dovere di rendere universalmente pubblica, anche per dar seguito ed attualizzare il progetto escatologico disegnato dallo stesso Ratzinger, oltre che per rendere conto sull’elezione di Prevost, formalmente eletto da 133 cardinali, di cui 108 di elevazione bergogliana, dunque illecita.
Davide De Vincentiis