Il caso Roggero: sicurezza, Far West e i diritti degli aggressori

Chiunque possegga legittimamente un’arma sa bene quali siano le regole da rispettare e sa perfettamente che il possesso di un’arma è un fatto problematico
Di Francesco Febbraro
Mario Roggero
Mario Roggero

La sicurezza dei cittadini è una questione centrale della politica italiana. Una questione che ha assunto una crescente rilevanza anche a causa dell’immigrazione clandestina, che ha fatto arrivare nel nostro Paese masse di disperati in cerca di una vita migliore. Persone che finiscono spesso col delinquere e che guardiamo con sospetto perché portatrici di una cultura basata su valori e principii troppo diversi dai nostri. Sull’argomento sicurezza, tuttavia, lo scontro tra i partiti è scioccamente ideologico e quindi inadatto a trovare soluzioni condivise.

IL RUOLO DEI PARTITI

I partiti della Prima Repubblica s’impegnavano ad elaborare le questioni complesse, con l’obiettivo di orientare e far crescere la coscienza delle masse popolari che ritenevano di rappresentare. Ma quei partiti sono stati ormai sostituiti da formazioni politiche che cercano di acquisire il consenso con slogan e semplificazioni estreme da consegnare ai TG della sera o alle piattaforme social, dove la sintesi semplificativa regna sovrana. Alcuni di questi, conoscendo la facilità con la quale si possono manipolare le menti disabituate alle riflessioni complesse, fanno leva sugli istinti basilari e irrazionali dell’elettorato per mettere in discussione i principi fondamentali della nostra Costituzione a loro indigesta.

IL CASO ROGGERO

Prendiamo il caso, emblematico, di Mario Roggero, il gioielliere settantenne di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, condannato in via definitiva a 14 anni di carcere perché il 28 aprile del 2021, dopo aver subìto una rapina nel suo negozio, ha inseguito i rapinatori uccidendone due e ferendone un terzo.

Non voglio partecipare allo scontro in atto tra le opposte “tifoserie” politiche, ma solo tentare una riflessione serenamente oggettiva.

La giustizia può sbagliare quando le prove sono contraddittorie, fumose o addirittura volutamente forzate dagli inquirenti, ma in questo caso le prove sono molteplici ed evidenti: i filmati delle telecamere di servizio e le stesse dichiarazioni del Roggero.

RABBIA OMICIDA

Che il “povero” Roggero ne avesse le tasche piene è indiscutibile, dato che quella non era la prima rapina che subiva. Che quella insofferenza potesse spingerlo ad una reazione istintiva nella concitazione dell’ennesima rapina è altrettanto indiscutibile. Ma nella situazione specifica non c’è stato nulla di istintivo o di dettato dalla concitazione. Roggero, nonostante i banditi fossero in fuga e non più pericolosi, vittima di una rabbia incontrollata ha deciso di inseguirli e ucciderli. Per qualcuno ha fatto bene, ma non è quello che prevede la legge italiana, forse nemmeno quella del Far West.

La rabbia non è un’attenuante tale da giustificare l’uccisione di una, anzi due, persone. Qualunque cosa abbiano fatto quelle persone, la punizione spetta alla giustizia e non all’aggredito. Le attenuanti intervengono per giustificare in parte le reazioni di chi è soggetto a una minaccia reale e contestuale. Ma non è questo il caso. Mario Roggero può quindi avere la nostra comprensione, ma non quella della legge.

IL DOVERE DI CHI POSSIEDE UN’ARMA

Chiunque possegga legittimamente un’arma sa bene quali siano le regole da rispettare e sa perfettamente che il possesso di un’arma è un fatto problematico, soprattutto quando si decide di usarla. E’ una decisione che espone a diversi rischi, Incluso quello di una condanna per eccesso di legittima difesa. Perfino nel brutale Far West estrarre la pistola ed uccidere chi non rappresentava un pericolo reale era considerato un crimine. Si potevano inseguire ed uccidere i banditi qualora avessero reagito all’inseguimento sparando, ma il compito dello Sceriffo rimaneva quello di arrestare i banditi per sottoporli a un regolare processo. La giustizia sommaria non era giustificata nemmeno nell’America dell’ottocento. Perché non dovrebbe essere così per Roggero?

STATO D’ANIMO E LIMITE DELL’AUTODIFESA

Egli non correva più alcun rischio, ma la rabbia era montata a un punto tale da impedirgli di ragionare, inducendolo ad inseguire i rapinatori fuori dal negozio e ad ucciderli, sparandogli alle spalle. Possiamo capire il suo stato d’animo, ma la legge pretende da chi possiede un’arma una superiore capacità di autocontrollo. Persino l’esibizione di un’arma davanti a una ipotetica minaccia di aggressione non è ammessa dalla legge. Questo Roggero lo sapeva, come lo sa chiunque possegga un’arma. Al poligono di tiro, all’esame per il porto d’armi, ti avvertono che un’arma è un pericolo costante, per te e per gli altri e ribadiscono che l’arma non va mai estratta in assenza del reale rischio di essere uccisi.

Si usa anche dire che è “meglio un brutto processo che un bel funerale” ma è solo per ribadire che l’uso di un’arma espone comunque al rischio di un processo e di una condanna. Il concetto è semplice e non ammette eccezioni: se non c’è in pericolo la nostra vita o quella dei nostri cari, non siamo autorizzati a sparare. Un concetto che anche il signor Roggero conosceva, ma ha scelto diversamente, sostenendo che, date le circostanze – cioè il suo stato d’animo – non poteva fare altrimenti. L’alternativa, che piaccia o meno, c’era ed era quella di farsi rodere il fegato per l’ennesima volta, senza uccidere nessuno.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DEL DRAMMA

Ora i politici di destra e di sinistra, tanto per cambiare, ne fanno strumentalmente una questione di scontro ideologico. I seguaci di Vannacci, convinti che nel Far West sarebbero più al sicuro, invocano addirittura la grazia del Presidente della Repubblica per un cittadino che, in fondo, secondo loro, ha solo difeso sé stesso ed i propri beni. Ma se la rabbia non può giustificare le violenze politiche di piazza o quelle degli ultras del tifo organizzato, come può giustificare un duplice omicidio? Sarebbe un precedente molto pericoloso. Il ché non significa che non si possa provare una sincera “pietas” per il “povero” Roggero, indotto dalla rabbia, accumulata per anni, a compiere un gesto purtroppo imperdonabile.

La sinistra, dal canto suo, pretende che i cittadini si affidino esclusivamente alle forze dell’ordine ben sapendo che, anche per scelte pregiudiziali della sinistra, ad esse è impedito qualunque intervento che non sia la persuasione verbale, costringendole cosi a subire anch’esse le aggressioni dei delinquenti e degli squilibrati. La sinistra ha invece il dovere di tutelare seriamente le forze dell’ordine che, nonostante le molte criticità, svolgono un essenziale compito costituzionale.

L’ASSURDO RISARCIMENTO A CHI DELINQUE

Quello che invece è meno comprensibile è che ai banditi spetti un risarcimento. Nell’immediatezza e nella concitazione dell’evento, come si può pensare di ridurre all’impotenza un aggressore, con l’obiettivo di consegnarlo alle forze dell’ordine, senza correre il rischio di ferirlo? E perché mai l’aggressore, che sa bene di correre il rischio di una reazione, dovrebbe essere risarcito dall’aggredito che, in questo modo, come dicono al sud, finirebbe con l’essere “cornuto e mazziato”? Ma questo è un argomento, che affido volentieri alle riflessioni argute e pertinenti degli amici giuristi.

 
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