Guccini è morto, ma la sua locomotiva corre ancora: il mito di chi guida il ferro

Guccini è morto a 86 anni, ma La locomotiva continua a raccontare il lavoro, la dignità dei macchinisti e la rivolta contro l’ingiustizia
Di Redazione
Francesco Guccini in concerto
Francesco Guccini in concerto

Francesco Guccini è morto. Aveva ottantasei anni e si è spento a Pavana, nel luogo delle sue radici. Esistono uomini che, quando muoiono, non se ne vanno davvero. Restano dentro una voce, una frase, una storia che continua a camminare nelle vite degli altri. Guccini resterà anche dentro il respiro di una locomotiva.

La locomotiva di Guccini oltre le appartenenze politiche

Le sue idee politiche erano chiare. Non le nascose e non le addolcì. Eppure, un artista vero, quando scrive ciò che sente, smette presto di appartenere soltanto alle proprie idee. La sua opera passa nelle mani di chi ascolta e ciascuno vi riconosce il proprio dolore, la propria rabbia, la propria speranza. È ciò che è accaduto con La locomotiva.

La canzone nasce dalla vicenda di Pietro Rigosi, il fuochista che il 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva a Poggio Renatico e la lanciò verso Bologna. La corsa fu deviata su un binario morto e terminò contro alcuni carri fermi. Rigosi sopravvisse, mutilato e sfigurato. Guccini prese quel fatto di cronaca e lo trasformò in mito.

Pietro Rigosi e la rivolta contro un progresso senza giustizia

Non era una ribellione contro il progresso. La locomotiva era il progresso: ferro, vapore, velocità. Quel progresso, però, apparteneva ai ricchi e ai viaggiatori dei treni di lusso, mentre a farlo muovere erano uomini anneriti dal carbone e consumati dalla fatica.

Rigosi si impossessò della macchina che serviva il potere e la trasformò, per un istante terribile, nell’arma degli esclusi. Guccini raccontò questo: non l’odio per il futuro, ma la rivolta contro un futuro costruito senza giustizia. La locomotiva non nacque come uno slogan politico; lo divenne perché seppe rappresentare la ribellione contro il privilegio e l’ingiustizia.

Il macchinista, la cabina e il peso di centinaia di vite

Io quella canzone non posso ascoltarla come un semplice spettatore. Sono stato macchinista delle ferrovie. Ho conosciuto la cabina, le partenze prima dell’alba, il peso della responsabilità e la solitudine di chi guida sapendo che dietro di lui ci sono centinaia di vite.

Sindacalmente sono nato nello SMA, il Sindacato Macchinisti, Aiuto Macchinisti e Capi Deposito Autonomo, fondato nel 1952 da ferrovieri che scelsero di difendere la specificità e la dignità del mestiere. Molti provenivano dallo SFI-CGIL e avevano maturato la convinzione che la voce dei macchinisti non potesse essere sacrificata alle convenienze della politica sindacale.

Per questo, quando Guccini canta il ferroviere che stringe la leva, io non vedo soltanto l’anarchico. Vedo una categoria. Vedo uomini che hanno costruito il sindacalismo ferroviario con competenza, scioperi e coraggio. Vedo fuochisti e macchinisti che governavano macchine vive, fatte di pressione, metallo, calore e pericolo. Uomini che non erano accessori della locomotiva: ne erano la coscienza.

Guccini mise al centro l’uomo che rende possibile il viaggio

Molte canzoni hanno raccontato il treno come partenza, nostalgia e lontananza. Guccini fece qualcosa di diverso: mise al centro colui che lo guida, non il passeggero affacciato al finestrino, ma il lavoratore nella cabina. E non il viaggio sognato, ma la responsabilità di renderlo possibile.

Ecco perché La locomotiva appartiene anche a noi. Parla dell’orgoglio di un mestiere che non ammette superficialità. Ricorda che dietro ogni macchina c’è un uomo e dietro ogni progresso deve esserci giustizia.

Oggi Guccini è morto. Ma quella locomotiva continuerà a correre ogni volta che un macchinista entrerà in cabina e sentirà, dentro il ferro, il battito di una storia più grande di lui.

Pietro Serbassi, segretario generale Fast Confsal

 
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Cronaca

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