Femminicidi, “entitlement”: la pretesa maschile come detonatore

Di Massimo Benedetti
Femminicidio di Bisceglie, le parole di chi conosceva la vittima
Femminicidio di Bisceglie, le parole di chi conosceva la vittima

Il silenzio di un quartiere residenziale a Bisceglie è stato spezzato, la mattina del 15 aprile scorso, non da un incidente, ma dall’ultimo atto di un dominio silenzioso. Il corpo di Patrizia Lamanuzzi è stato rinvenuto ai piedi del palazzo dove aveva cercato di rifugiarsi, per iniziare una nuova vita . Aveva cambiato la serratura del suo appartamento, in cui viveva sola; piccoli ma significativi gesti di riappropriazione di sé e della sua vita.

Tuttavia, la verità emersa dalle prime indagini racconterebbe una storia diversa: non un salto nel vuoto, ma una spinta brutale impartita dal marito, Luigi Gentile. Dietro questo gesto estremo non c’è la follia di un istante, ma una complessa e tossica struttura psicologica che merita di essere analizzata, per capire cosa accade quando gli eventi si sottraggono alla bramosia di’possesso’ e ‘controllo’ sull’altra.

Lo chiamano amore! Ma è tutto, tranne che amore. Cosa accade nella mente di una persona, spesso un uomo, quando, dopo venticinque anni di matrimonio, una moglie decide di dire “basta”? In casi come quello di Bisceglie, la fine della relazione non viene vissuta come un processo fisiologico, ma come un’intollerabile sfida al progetto di proprietà che il matrimonio ha sancito. È in questo preciso momento che il controllo e il possesso, smettono di essere dinamiche sotterranee, ed emergono nella loro forma più violenta.

Per l’ uomo, figlio di una cultura patriarcale, il rifiuto di una donna non è mai solo un semplice “no”. L’abbandono viene percepito non soltanto dal punto di vista affettivo, ma ad entrare in gioco è il cosiddetto “male entitlement” (o “pretesa maschile”): una sorta di convinzione profonda e tossica, con radici psico/antropologiche, per cui l’uomo ha un diritto naturale sul corpo e sulla vita della propria compagna. L’altra non viene vista come individuo a sé, ma come entità accessoria al proprio sé.

Quando questa condizione viene negata da una serratura cambiata o da una decisione ferma, l’omicidio-suicidio si palesa non come un atto d’amore disperato, ma come delirio di onnipotenza. L’omicidio-suicidio risulta essere l’ultimo tentativo per esercitare un potere totale, un patto unilaterale mai sottoscritto dalla vittima. L’omicida decreta che la fine della relazione deve coincidere con la fine biologica di entrambi. La morte come sigillo di un’unione che la donna stava invece cercando di sciogliere.

Anche se le indagini ed i rilievi vengono eseguiti lì, nei luoghi dell’evento, la scena del crimine va ricercata molto più lontana nel tempo. Le avvisaglie dovrebbero essere colte già quando la stabilità del singolo viene minacciata da un’umiliazione, un rifiuto o la messa in discussione del proprio potere sociale e familiare. L’assenza di empatia e la totale mancanza di sensi di colpa dovrebbero fare da campanelli d’allarme. L’aggressore è solitamente un individuo strutturalmente incapace di gestire la frustrazione.

Il profilo si caratterizza di episodi di rabbia distruttiva, manipolazione e il continuo tentativo di relazionarsi alla propria compagna, gestendola come un’oggetto di proprietà. In questo subdolo modello percettivo, una serratura cambiata si trasforma in un simbolo di perdita insopportabile. Non rappresenta solo l’impossibilità fisica di entrare in una stanza, ma il segnale inequivocabile che si è perso il potere e quindi il controllo sulla vita dell’altra persona.

Ecco dove cercare le prime impronte digitali di un crimine che verrà. Sono quei piccoli gesti o comportamenti che spesso vengono fraintesi per “troppo amore” o “gelosia protettiva”. In realtà, hanno un nome preciso: entitlement, o meglio, quella convinzione psico-sociale che l’uomo debba avere il diritto alla completa sottomissione da parte della donna. Sono moltissimi gli aspetti psicologici che strutturano il femminicida, ma quello dell’entitlement assume un’importanza centrale se si vuole intervenire da un punto di vista culturale, specie sulle nuove generazioni.

I femminicidi stanno diventando una vera emergenza sociale, i numeri sono da bollettino di guerra e sono trasversali ai vari contesti geografici ed economico sociali. Dentro le relazioni di coppia si creano infinite dinamiche passionali, affettive, comportamentali e comunicative, tutte meravigliosamente originali e tutte che si dovrebbero proiettare verso il benessere proprio e dell’altro.

Quando il volano dello stare insieme si caratterizza dalla completa deindividualizzazione dell’altra, entriamo nel concetto di relazione tossica. E questo, nella società moderna, succede sempre più, anche al di fuori dalla coppia.

In collaborazione con la Dott.ssa Cristina Vacca, specializzanda in criminologia forense

 
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Cronaca

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