Dipendenza dai social network: la svolta giuridica della California nel caso KGM

Percepiamo il mondo in una doppia versione, quello oggettivo fatto di input reali e quello virtuale nel piccolo schermo da 8 pollici
Di Massimo Benedetti
Kaley G.M. dipendenza social

Il sospetto che vi fosse una relazione fra l’utilizzo dei prodotti disponibili sulle nuove tecnologie e alcuni problemi psicologici, specie nei giovani, era cosa risaputa, ma che ad accertarlo e ad emettere una sentenza in merito fosse addirittura una giuria americana, per di più dello stato della California, patria delle più grandi aziende hi tech, ci deve far pensare.

Proprio a due passi dalla Silicon Valley, una giuria si è espressa in merito alla denuncia di una giovane ventenne che, attraverso il suo legale, ha dimostrato come l’uso compulsivo di piattaforme social sin dalla prima adolescenza le abbia creato disturbi depressivi e fobie sociali. Il tribunale ha condannato due colossi delle big tech, Instagram di Meta e YouTube di Google, al pagamento di circa sei milioni di dollari per i danni arrecati, motivando e riconoscendo esplicitamente per la prima volta la responsabilità diretta dei social media come causa di un danno psicologico su una giovane adolescente.

La sentenza del KGM (sigla del giudizio che fa riferimento alle iniziali della giovane querelante) segna una svolta nel quadro giuridico che disciplina la responsabilità delle piattaforme digitali, perché riconosce direttamente il disturbo psicologico associato all’utilizzo prolungato dei social network, non più riconducendo il tutto al modo e ai tempi di utilizzo, ma al modo in cui i contenuti sono progettati.

Fare riferimento ai contenuti sposta l’attenzione e le responsabilità soggettive dalle modalità di utilizzo, attribuendo responsabilità alle piattaforme digitali che, attraverso algoritmi, notifiche e gli stessi contenuti visualizzati ripetutamente, possono influenzare il comportamento degli utenti, dimostrando che i social network svolgono un ruolo tutt’altro che neutrale, contrariamente a quanto si credeva fino a poco tempo fa.

Dal punto di vista giuridico, si parla di una possibile forma di negligenza legata alla progettazione del servizio, che è stata ritenuta rilevante ai fini della responsabilità, in quanto incoraggia un uso improprio e potenzialmente dannoso. Un aspetto fondamentale di questa decisione riguarda il riconoscimento del danno subito: non si tratta solo di un danno economico, ma di una compromissione della salute psicologica e della qualità di vita della persona coinvolta.

L’uso eccessivo dei social network crea conseguenze psicologiche soprattutto negli adolescenti, che sono più sensibili e vulnerabili. Ma se fino ad oggi i ben pensanti difensori dell’hi tech portavano a suffragio della propria dottrina social il teorema secondo cui qualsiasi strumento o condizione, se non si è educati nel gestirla, può portare a delle conseguenze, con questa sentenza la svolta sta nel fatto che l’algoritmo è progettato proprio per togliere al singolo individuo ogni possibile autodeterminazione in merito.

I contenuti e le visualizzazioni sono strutturate in funzione di una risposta dopaminergica potentissima che, a sua volta, crea dipendenza. Questo cambio di paradigma diviene fondamentale per definire le responsabilità che le grandi piattaforme hanno rispetto proprio alla dipendenza che creano e alle conseguenze psicologiche e sociali. Diversi studi confermano un continuo aumento di disturbi di ansia, depressione, dismorfofobia, isolamento sociale e pensieri suicidi nelle fasce 11/35 anni, strettamente correlati all’utilizzo spasmodico dei social network, con una spesa in termini di stress spaventosa.

Si calcola una media di accessi alle funzioni intorno alle 1.800 al giorno procapite. Tale impegno mentale diviene enorme fonte di distrazione, con la conseguente iperattivazione delle funzioni sensoriali e percettive. Un quantitativo enorme di informazioni delle quali, però, ne perdiamo l’immagazzinamento. Così la lettura diviene solo presa visione e si perde il contenuto. Anche l’enorme aumento di casi di ADHD è strettamente in relazione a questo nuovo modo di scorrere veloce lo schermo.

Nella sentenza si legge l’accusa di “negligenza” nella progettazione, ma, a voler essere più maliziosi, forse il termine corretto sarebbe stato “premeditazione”, anche perché molti ex dirigenti e ingegneri informatici hanno denunciato pubblicamente più volte che le politiche interne spingevano proprio verso modelli e contenuti alienanti. La tecnologia è figlia dell’evoluzione e l’evoluzione è nella natura dell’universo, guai a volerla invertire, ma spesso filoni evolutivi hanno creato condizioni sfavorevoli in determinate specie di esseri viventi.

Fare luce sui possibili risvolti in termini di salute che certe piattaforme creano sulla salute psicologica degli individui diviene obbligo morale per tutti. Il costo monetario del risarcimento, si spera, possa far rivedere le politiche dei grandi gestori di app, con una maggiore responsabilità e attenzione al benessere degli utenti, prima ancora dei faraonici introiti annui che oggi incassano. Il nostro corpo si è trasformato a nostra insaputa, lo smartphone è l’estensione artificiale del nostro sistema relazionale.

Percepiamo il mondo in una doppia versione, quello oggettivo fatto di input reali e quello virtuale nel piccolo schermo da 8 pollici. Spesso li sovrapponiamo o addirittura li invertiamo. Così succede che ci perdiamo e facciamo poi fatica a capire in quale dei due c’è la nostra vera identità. Un’identità umana che purtroppo stiamo sempre più perdendo.

In collaborazione con la dottoressa Fausta Vanessa Graziano, Psicologa cognitiva e Neuroscienze.

 
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