Da Almirante a Vannacci. L’entusiasmo della terza via e la linea rossa

Di Antonio Augello
Giorgio Almirante
Giorgio Almirante

C’è stato un tempo in cui tutta la Destra, legittimamente parlamentare, non poteva non riconoscersi in Giorgio Almirante, in quella sua certa idea dell’Italia repubblicana (una nuova Repubblica presidenzialista con elezione popolare a suffragio universale del Capo dello Stato), nel suo modo di volerla ripensare e riformare organicamente, nel suo linguaggio chiaro ed efficace capace di farsi capire da Milano fino a Palermo e di trasmettere il senso di appartenenza ad una Patria nuova con una storia antica.

Generale Roberto Vannacci
Generale Roberto Vannacci

E c’è stato un tempo in cui il percorso umano e politico dell’essere persona di Destra unita dall’eloquenza del Leader di Salsomaggiore non poteva prescindere dall’impegno sociale, dai valori dell’onore e della coerenza propri di chi aveva combattuto, senza alcuna convenienza, “dalla parte sbagliata” decretata dalla Storia costruita ex post  da chi era salito sul carro dei vincitori.

Un’appartenenza politica, quella di Giorgio Almirante (e di chi ne ha realmente seguito le orme del suo pensiero), scomoda e priva di prebende, una militanza faticosa ma appassionata, capace però di essere riconosciuta come preziosa e determinante anche dagli avversari più accaniti ma onesti. Una Destra, quella di Almirante, che già pensava alla necessaria riforma istituzionale in senso presidenziale, utile all’affermazione del decisionismo politico, unico modo per uscire dalla palude della burocrazia egemonica e dei partiti sorretti dal clientelismo più becero.

Era dunque il tempo in cui, uomini e donne della Destra parlamentare, pur attraverso i limitati seggi dell’opposizione (situazione minoritaria che all’epoca appariva sempiterna), insieme al proprio indiscusso ed indiscutibile Segretario (in quanto considerato il Migliore) guardavano al futuro presagendo un’alternativa concreta al sistema della stagnante partitocrazia alimentata dalla corruzione e dai provvedimenti di facciata. E proprio quell’intransigenza dimostrata a proposito della questione morale, condivisa con il suo opposto, Enrico Berlinguer, lo aveva reso credibile e “onorevole” anche agli occhi dei suoi più acerrimi avversari.

Era il tempo in cui la Destra si era fatta “sociale”, popolare, alternativa sia al comunismo sia al capitalismo, capace di coinvolgere le masse, soprattutto giovani, e non un ristretto consesso di nostalgici e benestanti conservatori.

Dal Socialismo Nazionale alla terza posizione

In effetti a partire dagli anni ’70 l’uso del termine “socialismo” all’interno della “Compagnia dell’Anello” ha sempre preoccupato non poco la Sinistra para governativa che da sempre aveva preteso l’esclusiva sulla gestione del consenso popolare più laico ed anticapitalista.

Era la “terza via” del no al comunismo e no al capitalismo (oggi lo chiameremmo “globalismo”), un modello nuovo fondato sulla sovranità del popolo, sul senso del dovere, del lavoro, della giustizia. Un “rischio” che l’establishment post bellico non poteva permettersi, da qui il “compromesso centro-sinistro” ed il sistematico trasferimento nel ghetto per gli anti sistema della Destra parlamentare e non.
Purtroppo, la ghettizzazione rimase attiva per molti anni, ed a tutti i fautori della Destra vera non rimase che continuare a svolgere il ruolo di antagonisti del Sistema, uniti dalla diversità morale e dalla coerenza tra pensiero ed azione.

 Il resto è storia nota: dall’abbraccio mortifero con il Berlusconismo al fallimento dei discepoli storici. Dalla rinascita coerente della “prima” Giorgia Meloni (quella dell’opposizione intransigente), alla decadenza forse inesorabile di un partito oggi ancora al Governo ma da tempo consunto dalla ricerca indiscriminata del potere e dei suoi privilegi, dimentico delle proprie radici sociali e il proprio spirito comunitario.

Una Destra che giunta al potere ha perso con accelerata gradualità le proprie origini identitarie smarrendo la sua più antica anima in cui solidarietà, partecipazione attiva, giustizia sociale non erano solo slogan ma veri ideali di vita (un percorso iniziato nel 1995 con la svolta di Fiuggi che oltre ad aver dato vita ad una destra  governativa ed istituzionalizzata, parteciperà con poche riserve ai Bacchanalia di “palazzo”).

In effetti, senza soffermarci troppo sulla conta di sindaci, assessori e consiglieri regionali travolti da accuse di corruzione e favori in perfetto mood Prima Repubblica, fin dai primi vagiti del Governo Meloni, per quanto accolto con ingenuo entusiasmo, avevamo posto l’attenzione, dal nostro umile pulpito, sui vari casi Fidanza, Santanchè, La Russa. Poi è arrivato Delmastro Delle Vedove, che tra un colpo di pistola ed una “chiacchiera di troppo in camerata”, ha trovato il tempo insieme ad altri politici prestati all’imprenditoria (o viceversa), di aprire una “bisteccheria a fini umanitari” con il “nobile” intento di aiutare un pregiudicato vicino al clan mafioso di Michele Senese (c’è da chiedersi chi tra questi protagonisti meriterebbe a pieno titolo il soprannome di “o pazzo”).

E così potremmo andare avanti “ad libitum” nell’elencazione delle pratiche più o meno lecite e più o meno opportune di “amichettismo”, “amantismo”, “familismo”, “ostracismo”, “opportunismo”, “clientelismo”, “sodalismo” e chi più ne ha più ne metta di “ismo”.

In un contesto in cui il confine tra illegalità e stupidità finisce comunque per combaciare nelle sue risultanze finali, facendoci chiedere se ci troviamo di fronte ad una questione morale o ad una questione mentale,  il buon Sigfrido Ranucci affonda facilmente la sua lama, con tutto l’invidiabile  “sistema Report”, tanto capace, determinato e credibile nel suo giornalismo d’inchiesta (unico esempio di giornalista all’occorrenza abilitato all’ “autocertificazione della notizia”) quanto inequivocabilmente dedito alla ricerca di una parte della verità a supporto esclusivo di una verità di parte.  

Per questo, quando ho ascoltato il Generale Vannacci, durante l’interessante confronto con Matteo Renzi (le cui indiscutibili capacità dialettiche mettono ancora più in evidenza la pochezza numerica del suo partito; strano caso di un cavallo di razza che arriva sempre ultimo al traguardo) nel Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra, ribadire le linee rosse invalicabili poste sul fronte di un possibile sostegno al centrodestra nelle prossime elezioni, il pensiero è andato inevitabilmente alla questione morale come Almirante l’aveva disposta. Mi auguro che su questa linea rossa il Leader di Futuro Nazionale vorrà scavare una trincea invalicabile cantando sempre. “Anche se tutti…Noi no!”

 
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Politica

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