La “sinistra” intolleranza è nuda, e a smascherarla è stato paradossalmente un uomo di sinistra come Francesco De Gregori. Galeotta fu un’intervista al Corsera in cui il celebre cantautore ha osato cantare fuori dal coro politically correct su temi di stretta attualità. Ritrovandosi immediatamente sotto il “fuoco amico” della pavloviana intellighenzia progressista.
De Gregori smaschera la “sinistra” intolleranza
Per la precisione, il Principe ha criticato l’uso politico del palcoscenico, stile Bruce Springsteen che non perde occasione per attaccare il Presidente Usa Donald Trump. «Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica» ha spiegato il Nostro, peraltro autore di svariati testi “impegnati”. Aggiungendo di sensibilizzare «attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico», e di non ritenere di «poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran».
Niente sopra le righe, eppure tanto è bastato a scatenare il lato illiberale dei liberal. Insulti («sei un bollito»), accuse di rinnegamento dei propri ideali («in Palestina Pablo continua a morire»), perfino intimidazioni («se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre»). Ed è inevitabile pensare all’aprile 1976, quando a Milano delle squadracce rosse sottoposero proprio De Gregori a una specie di processo popolare al termine di un concerto.

Certi atteggiamenti comunque non cambiano, perché l’estremismo sarà anche la malattia infantile del comunismo, come sosteneva Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin, ma è una patologia cronica. Il tipico fascismo degli antifascisti allergici a qualunque opinione non allineata perfettamente e pedissequamente alla narrazione dominante. Ed è proprio questa la “colpa” dell’artista romano: aver rivendicato la libertà di non esporsi, soprattutto non come pretende il mainstream.




