Andrea Moretti aveva 22 anni, era un operaio rocciatore specializzato nei lavori in quota e nella notte tra il 22 e il 23 settembre stava lavorando al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. È precipitato da circa dieci metri. I sanitari dell’Ares 118 hanno tentato di rianimarlo, senza riuscire a salvarlo. La Procura di Roma ha aperto un procedimento per omicidio colposo, al momento contro ignoti, e ha disposto l’autopsia. Carabinieri, Ispettorato del lavoro e personale dello Spresal stanno ricostruendo ogni passaggio di quei minuti.
Tra i primi elementi emersi dall’inchiesta ce n’è uno destinato inevitabilmente a concentrare l’attenzione: Andrea sarebbe stato trovato con l’imbracatura indossata ma senza essere agganciato alla fune. È un dato investigativo iniziale, non ancora una ricostruzione definitiva delle responsabilità, e sarebbe profondamente sbagliato trasformarlo già oggi in una sentenza sul comportamento della vittima.
La domanda, semmai, dovrebbe essere un’altra: come può un lavoratore impegnato a dieci metri dal suolo arrivare a trovarsi in una condizione nella quale una caduta diventa libera e inevitabilmente devastante?
Perché la sicurezza nei lavori in quota non consiste semplicemente nel consegnare un’imbracatura a un dipendente. La normativa prevede sistemi anticaduta, ancoraggi, cordini, connettori, linee vita, formazione specifica, organizzazione delle operazioni e vigilanza. Quando mancano adeguate protezioni collettive, il sistema individuale deve essere collegato a elementi stabili in maniera tale da arrestare la caduta. Per le attività effettuate mediante funi, il lavoro deve inoltre essere programmato e sorvegliato, definendo procedure, ancoraggi, dispositivi di protezione e modalità operative.
Il casco è indispensabile in molte lavorazioni e può attenuare determinati traumi, ma non può fermare una persona che precipita per dieci metri. Nei lavori in quota il punto decisivo è impedire che la caduta avvenga o fare in modo che, se avviene, venga immediatamente arrestata.
Allora perché, nonostante una legislazione dettagliata e tecnologie ormai consolidate, si continua a morire?
Una parte della risposta riguarda certamente i comportamenti individuali. Anche il lavoratore ha l’obbligo di utilizzare correttamente i dispositivi di sicurezza, attenersi alle istruzioni ricevute e segnalare le situazioni pericolose. Ma fermarsi a questo sarebbe troppo semplice. La stessa legge assegna al datore di lavoro e ai dirigenti il compito di fornire dispositivi adeguati, assicurare formazione e addestramento, pretendere il rispetto delle procedure. Il preposto deve vigilare e, di fronte a un comportamento non conforme che esponga a un rischio, intervenire fino a interrompere l’attività.
La sicurezza, quindi, non dovrebbe dipendere soltanto dalla prudenza dell’ultimo uomo della catena.
Un lavoratore può sbagliare. Può essere stanco, può compiere un movimento istintivo, può avere acquisito con l’esperienza un’eccessiva familiarità con il rischio. Una procedura può essere ripetuta centinaia di volte senza conseguenze e trasformarsi poco alla volta in un’abitudine. Proprio per questo un’organizzazione realmente sicura deve essere costruita per ridurre la possibilità che un singolo errore produca una morte.
Le analisi degli infortuni gravi effettuate dall’Inail mostrano quanto spesso gli errori procedurali siano collegati a pratiche diventate abituali oppure a carenze di formazione, informazione e addestramento. Accanto ai comportamenti dei singoli compaiono problemi nell’organizzazione degli spazi di lavoro, nelle protezioni, nelle attrezzature e nella gestione complessiva del rischio.
Esiste inoltre un fenomeno meno visibile, ma conosciuto da chi studia la sicurezza: la normalizzazione del rischio. Se per cento volte un lavoratore compie un’operazione non perfettamente conforme e non succede nulla, alla centounesima quella modalità può cominciare a sembrare normale. Se una procedura rallenta il lavoro, se agganciarsi e sganciarsi continuamente viene percepito come scomodo, se nessuno interviene davanti a una scorciatoia, il rischio finisce per essere assorbito nella quotidianità. La cultura di un’organizzazione determina anche quali comportamenti vengano concretamente tollerati, indipendentemente da ciò che è scritto nei manuali.
Non sappiamo ancora se qualcosa del genere sia accaduto al Colosseo. Sarebbe irresponsabile sostenerlo prima della conclusione degli accertamenti.
Sappiamo però che Andrea Moretti lavorava in un’attività ad altissimo rischio e che è precipitato per dieci metri. Sappiamo che un’inchiesta dovrà chiarire se tutte le protezioni previste fossero disponibili, correttamente predisposte e utilizzate; come fosse organizzato il lavoro; quali fossero le procedure operative e la vigilanza; cosa sia accaduto nell’immediatezza della caduta.
E sappiamo soprattutto che la sicurezza non può diventare un argomento importante soltanto il giorno successivo a una morte.
Nei primi sette mesi del 2026 le denunce di infortunio avvenuto durante il lavoro sono state 256.471, il 4,9 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025. I casi mortali denunciati sono stati 422. Nelle costruzioni, mentre il dato complessivo dei decessi sul lavoro registrava una flessione, le denunce mortali sono passate da 67 a 76. Sono numeri provvisori, ma sufficienti a mostrare che il problema continua a essere enorme.
La morte di un ragazzo di 22 anni nel monumento più conosciuto d’Italia obbliga allora a porre una domanda che vale per ogni cantiere, fabbrica, magazzino e luogo di lavoro: vogliamo una sicurezza fatta soprattutto di documenti, corsi e firme, oppure un sistema nel quale nessuno possa cominciare un’operazione pericolosa finché ogni protezione non sia realmente attiva?
Perché quando si lavora sospesi a dieci metri dal terreno, una regola rispettata quasi sempre non basta. Deve esserlo ogni volta.