Che la scienza del clima sia ormai degenerata in «pseudoscienza giornalistica» lo ha denunciato da tempo John Clauser, vincitore del Nobel per la Fisica 2022. Tuttavia, i manutengoli del peggior ambientalismo affermazionista non perdono occasione per toccare livelli sempre più bassi. Come nel recente, patetico tentativo di mettere sotto accusa nientemeno che il cervello umano.

La pseudoscienza del clima accusa il cervello
Il casus belli è la recente crescita esponenziale dei cosiddetti negazionisti (o scettici) climatici. In Francia, per esempio, sono quasi raddoppiati in vent’anni, stando ai dati dell’Agenzia della Transizione Ecologica (un organismo pubblico sotto controllo ministeriale). Ma l’UNESCO ne registra l’impennata un po’ ovunque, dagli Usa alla Russia, dal Canada alla Norvegia, dall’Australia all’Arabia Saudita.

Di fronte a questi numeri, France 24 ha provato a fornire una “giustificazione” che chiama in causa una serie di presunti bias cognitivi volti all’auto-rassicurazione. In primis, l’idea che la minaccia (sic!) colpirà altri o nel futuro, o al contrario che sia irreversibile e quindi che sia inutile opporvisi. Ma anche la consapevolezza che il caldo c’è sempre stato, oppure la sfiducia nei confronti di chi si fa megafono dell’ipotesi in questione.
Le vere ragioni del boom di climato-realisti
Tuttavia, senza scomodare i nostri meccanismi neuronali, ci sono almeno un paio di spiegazioni decisamente più semplici per il provvidenziale boom dei climato-realisti. La prima è che, come insegnava già Esopo 2.500 anni fa, alla lunga l’allarmismo non allarma più nessuno.

La seconda è che alcuni ideali possono forse essere condivisibili finché restano su un piano astratto (chi sarebbe contrario a “salvare il pianeta” in senso generico?). La situazione però cambia radicalmente se si pretende di tradurli in misure concrete come il perniciosissimo European Green Deal. Perché, quando un provvedimento impatta negativamente sui portafogli dei cittadini, questi iniziano ad aprire gli occhi e volerci vedere più chiaro.

E così, magari, si scopre che la storia del 97% degli scienziati che concorda sull’origine antropica del climate change è un’eco-balla sesquipedale. Che, ancora nel 2024, una ricerca citata perfino dal progressistissimo Washington Post dimostrò che viviamo nel periodo più freddo degli ultimi 485 milioni di anni. E, continuando ad approfondire, che non c’è nessuna emergenza climatica, e che l’uomo ha un’influenza minima su quello che è semplicemente il sistema più complesso del pianeta.
La naturale (è il caso di dirlo) conseguenza non può che essere il rigetto di un’ideologia integralmente antiumana qual è quella verde. Soprattutto quando al danno si aggiunge pure la beffa di essere trattati alla stregua di sempliciotti o complottisti, quando non direttamente fascisti. Eppure, senza alcuna ironia, attendiamo trepidamente il seguito dell’articolo transalpino: certi che descriverà altrettanto minuziosamente la base cognitiva della credulità al pensiero unico sul clima.


