Il Teatro San Leonardo di Viterbo è gremito. Non è il brusio abituale che precede uno spettacolo. C’è qualcosa di diverso nell’aria. L’argomento mette in soggezione, impone rispetto, una compostezza che sembra attraversare l’intera sala. Il pubblico prende posto lentamente, quasi in punta di piedi, come se tutti sapessero di stare per entrare in un luogo dove il dolore chiede ascolto.
Domenica 31 maggio, sul palco del Teatro San Leonardo, è andato in scena Chi tace acconsente – Voci per Gaza, scritto e diretto da Laura Antonini, con l’aiuto regia di Elisabetta Antonini, le scenografie di Emanuela Galeotti e i contributi video di Adolfo Benedetti e Rodolfo Orlandi. Trentasette artisti tra musicisti, attori, ballerini, cantanti e performer hanno dato vita a un’opera corale nata per sostenere concretamente la popolazione civile palestinese e per impedire che il silenzio diventasse normalità.
Promosso da: Teatro San Leonardo insieme ad ARCI Viterbo, Programma integra, Tavolo per la Pace Viterbo, Comitato Gaza per i Cimini, Sanitari per Gaza, Compagnia Teatrale “I Giovani” , e con il patrocinio del Comune di Viterbo. lo spettacolo si è rivelato molto più di un evento culturale: un’esperienza collettiva, una chiamata alla coscienza.
La scena si apre a sipario chiuso. Su quella superficie sospesa tra il palco e la platea scorrono le immagini di un bombardamento notturno su Gaza. È una visione mediata, filtrata da una distanza che sembra proteggerci. Ma è soltanto un’illusione. Quelle immagini trovano comunque il modo di attraversare il confine e ci consegnano immediatamente a una realtà che non può essere tenuta fuori dal teatro né dalla coscienza.
Quando il sipario si apre, gli artisti sono già in scena. Sulla sinistra siedono le voci dei monologhi, a destra i musicisti. Sullo sfondo, lo schermo mostra una Gaza fatta di famiglie, mercati, scuole, bambini che giocano per strada. Musica e filmati ci ricordano improvvisamente che anche quella terra ha conosciuto la normalità. Che prima delle macerie c’erano le vite.
Poi, lentamente, dalla platea avanza il Coro Chorando Ensamble. Un’Ave Maria inizia a echeggiare nella sala. La dolcezza del canto accompagna le immagini di una Gaza ancora viva.
Gli artisti restano immobili nei loro abiti chiari. Poi iniziano i monologhi.
Parlano una madre, un padre, una sorella, un medico, un insegnante. Parlano anche coloro che non erano lì. Voci che continuano a contare, a ricordare, a sperare “dopo il rumore del mondo che scoppia”. Continuano a farlo affacciandosi a una finestra sul mondo, osservando ciò che resta: una scarpa, un quaderno perduto, piccoli oggetti quotidiani che custodiscono la memoria delle vite e continuano a raccontare ciò che la violenza tenta di cancellare.
Ed è allora che emerge una delle immagini più potenti dell’intero spettacolo: “La guerra entra nel modo in cui le cose smettono di aspettare”. Perché la guerra non distrugge soltanto edifici. Interrompe gesti. Sospende abitudini. Spezza il filo invisibile che tiene insieme la vita ordinaria.
Un pianoforte intona Mad World di Gary Jules e la voce di Erika Notarangelo ci ricorda che «i sogni nei quali stiamo morendo sono i migliori che abbiamo mai avuto». Attorno a quella melodia si aggiungono lentamente gli altri strumenti, in una tessitura musicale che accompagna il pubblico dentro un paesaggio emotivo in cui quiete e devastazione continuano a rincorrersi.
“Da quel momento il rumore non è stato più rumore. Era avviso.”
Lo racconta anche un padre che, davanti ai propri figli, sente il dovere di apparire più grande della paura. Più solido del fragore che avanza. “Come una porta”, dice. Una soglia che protegge, che trattiene il pericolo e prova a conservare, almeno per qualche istante ancora, l’illusione della sicurezza.
Lo racconta una madre che protegge i suoi figli contando i battiti di una vita ancora presente. “La tua pace è sentirlo respirare”, confessa. “Contare è il poco che resta della vita.”
E proprio dentro quella disperazione riaffiora una ninna nanna palestinese. Prima cantata in arabo, poi restituita al pubblico attraverso la voce e una traduzione italiana di senso. La melodia attraversa la sala come una carezza e una ferita insieme. Le parole sembrano viaggiare da una lingua all’altra senza perdere la loro forza, accompagnandoci dentro la dimensione più universale dell’esistenza: quella di una madre che canta per proteggere il sonno di un figlio mentre il mondo continua a crollare.
Fuori campo, la voce di Stefano Nazzaro richiama gli uomini che stanno smettendo di sentire. Le sue parole attraversano il teatro come un monito: il silenzio non è neutro. È stare dentro le cose senza esserci veramente. È assistere senza testimoniare. E ricorda che il confine tra il silenzio e l’assenza è sottilissimo, tanto sottile da rischiare di spezzare ciò che ancora ci permette di restare umani.
In quel momento la sensazione è che Gaza non sia più soltanto un luogo lontano. Diventa una presenza viva dentro il teatro, dentro gli occhi e dentro il respiro silenzioso di chi ascolta.
Uno dei momenti più alti della rappresentazione arriva con la voce fuori campo di un bambino che prova a disegnare una casa e non riesce a completarne il tetto. In quel bambino che non riusciva proprio a disegnare il tetto ciascuno di noi, credo, ha avvertito il proprio limite davanti all’orrore. È una voce che continua ostinatamente a immaginare un mondo con i bordi, con i confini rassicuranti della normalità, “quando per strada la gente ancora litigava per le piccole cose”.
Le immagini mostrano spesso serenità, vita condivisa, quotidianità. È una scelta registica particolarmente efficace. Non vediamo soltanto ciò che è stato distrutto. Vediamo ciò che esisteva. Vediamo ciò che meritava di continuare a esistere.
La scrittura di Laura Antonini rinuncia consapevolmente alla cronaca e al teatro-documento per affidarsi a una drammaturgia profondamente poetica. Le parole non descrivono il dolore: lo evocano. Non spiegano la perdita: la fanno percepire. Frasi come “la guerra spezza il diritto fondamentale di arrivare fino in fondo” condensano in poche parole una verità che nessuna statistica potrebbe restituire con la stessa forza.
Particolarmente intensa è la figura del medico che si confronta con il limite della propria professione e della propria umanità: “Mi dispiace. Ho cinque dita, ma non posso restituirti le tue”. In quel momento il teatro sembra fermarsi. Perché quella non è soltanto la confessione di un medico. È la confessione di tutta l’umanità quando scopre di non poter riparare ciò che è stato spezzato.
Lo spettacolo torna continuamente sul tema della presenza. Un insegnante ci ricorda che esserci non significa occupare uno spazio, ma testimoniare. Significa continuare a nominare ciò che accade. Significa non lasciare soli.
Per questo la drammaturgia sembra suggerire che non sempre sia necessario comprendere tutto. Davanti a una sofferenza tanto vasta, la richiesta è più semplice e più difficile insieme: restare. “Non serve capire tutto. Serve restare.” Restare presenti, restare vigili, restare capaci di ascoltare.
“Non voltare la testa non è virtù. È decenza.”
Una frase semplice, ma necessaria. Perché ricorda che l’indifferenza non è neutralità. È una scelta.
Sulle note di Why di Annie Lennox prende forma una danza. Due corpi attraversati dal filo rosso della stessa domanda: fino a quando il dolore degli altri potrà essere considerato distante? Fino a quando il silenzio potrà travestirsi da normalità?
E qui si trova il cuore più profondo dell’opera. Non soltanto nella denuncia del genocidio, ma nella riflessione sulla cura. La madre, interpretata dalla stessa regista, che attraversa i monologhi, non è soltanto una donna palestinese. È una presenza simbolica che custodisce i nomi, protegge la memoria, continua a contare i respiri quando tutto intorno crolla.
Nel finale gli artisti si voltano e danno le spalle al pubblico. Guardano per la prima volta verso lo schermo, verso le immagini che continuano a scorrere. Poi lasciano la scena e raggiungono la platea.
Passano dall’altra parte.
Dalla parte di chi non vive a Gaza. Di chi non ha a Gaza madri, padri, fratelli. È un impegno semplice e potentissimo. Perché annulla la distanza tra chi racconta e chi ascolta. Tra il palco e la realtà.
Lo Stabat Mater accompagna gli ultimi istanti dell’opera. La scena viene avvolta completamente da una luce rossa che trasforma lo spazio teatrale in una grande camera della memoria. Sullo schermo scorrono volti, sorrisi, famiglie, bambini. Immagini di una civiltà dell’amore, di una quotidianità condivisa che l’orrore tenta di cancellare e che l’arte continua ostinatamente a restituire. Quel rosso richiama inevitabilmente il sangue, ma è un sangue diverso: non quello che interrompe la vita, bensì quello che la attraversa. È il rosso che infiamma i cuori, non che li fa smettere di battere. Il rosso del calore umano, della vicinanza, della compassione che tutti vorremmo tornare a sentire.
Non ci sono più soltanto artisti e spettatori. C’è una comunità che ascolta. Una comunità che ricorda.
Al termine della serata prende la parola il giornalista palestinese Al Hassan Selm. Ricorda che il silenzio è una delle armi più pericolose e che soltanto continuando a raccontare ciò che accade si impedisce alla sofferenza di essere cancellata due volte: dalla violenza e dall’oblio. Sottolinea come la censura e il silenzio ci restituiscano soltanto un’eco lontana dello strazio che attraversa il popolo palestinese. Le sue parole raccolgono e rilanciano uno dei messaggi più profondi dello spettacolo: ciò che vediamo è appena uno spiraglio, una piccola fessura affacciata sull’abisso. Da lì possiamo soltanto intuire il modo in cui la guerra continua a sottrarre vite, memoria e futuro.
Visibilmente emozionata, Laura Antonini ringrazia tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del progetto. In quel momento appare evidente come questo spettacolo meriterebbe di essere visto nelle scuole, dalle famiglie, da chiunque creda ancora nella possibilità dell’umanità. Perché ricorda che ciò che accade al popolo palestinese non appartiene a una geografia lontana né a una cronaca astratta. È una delle realtà del nostro tempo e riguarda tutti coloro che scelgono di non voltarsi dall’altra parte.
Chi tace acconsente – Voci per Gaza ha rappresentato per la città di Viterbo il tentativo di costruire uno spazio comune in cui la solidarietà diventa presenza reale, responsabilità condivisa, memoria attiva.
Per quasi due ore musica, immagini e corpi hanno attraversato il dolore senza trasformarlo in spettacolo, hanno denunciato senza gridare, hanno commosso senza rinunciare alla complessità.
Il messaggio che resta è forse racchiuso nel titolo stesso dell’opera. Perché davanti all’ingiustizia, alla distruzione sistematica della vita e alla sofferenza degli altri, il silenzio non è mai neutrale. Non è distanza. Non è prudenza. È una scelta.
Alla realizzazione dello spettacolo hanno inoltre contribuito Luciano Orologi e Andrea Araceli, curatori degli arrangiamenti e della direzione musicale, insieme a Giacomo Anselmi, Angelo Olivieri, Fabio Porroni, Alberto Corsi, Luca Celestini, Marco Aquilani, Erika Notarangelo, Giada Gubinelli, Vanessa Valle, Christian Girelli, Simone Precoma, Alfonso Prota, Patrizia Pascale, Paola Congiu, Angelo Tanzi, Paolo Zafarana, Biagio e Carlotta Pellegrini. La parte tecnica è stata affidata a Emanuele Vai e Giorgio Pastori, mentre le fotografie di scena sono di Danilo Cividin e il disegno luci di Piermaria Cecchini.
Una partecipazione ampia e corale che ha coinvolto artisti, musicisti, tecnici e collaboratori, contribuendo alla costruzione di un progetto capace di coniugare espressione artistica, memoria e impegno civile.
Antonella Multari