Case Rosse, il blitz smonta il market della droga: Ostia ora si interroga sul futuro della città

Blitz alle Case Rosse di Ostia: 26 arresti, droga venduta ogni giorno e una città ancora al centro della piazza criminale dello spaccio
Di Alessandra Monti
Polizia notte
Immagine di repertorio

A Ostia il nome di Annarella corre da anni nei racconti di strada. Mercoledì scorso, il blitz della Guardia di Finanza alle Case Rosse ha portato a 26 arresti, 24 in carcere e 2 ai domiciliari, con 29 indagati e una piazza di spaccio colpita nel cuore del litorale romano.

Alle Case Rosse la droga non era un episodio: era una routine

C’è una frase che fotografa meglio di molte immagini il clima ricostruito nell’inchiesta: “Chiudi, chiudi”. L’allarme correva quando passavano le forze dell’ordine. Dalla finestra, Anna Anatolio, 66 anni, detta Annarella, avrebbe controllato il movimento sotto casa, osservando strada, clienti, vedette e rischi. Una finestra trasformata in cabina di regia, con il mare di Ostia sullo sfondo dei social e la droga al centro della cronaca.

Le Case Rosse non erano una piazza casuale. Il traffico contestato aveva numeri pesanti: cocaina, eroina e crack, dosi vendute ogni giorno, un flusso di denaro stimato in circa 1,8 milioni di euro nel periodo delle indagini. Non il piccolo spaccio disordinato, ma una macchina con ruoli e tempi. Chi guardava. Chi vendeva. Chi faceva da supporto. Chi proteggeva il funzionamento del sistema.

Il particolare del “salmone”, usato come parola in codice, rende bene il linguaggio di un mercato illegale che prova a sembrare domestico. Il lessico si abbassa, diventa familiare, quasi banale. Dietro quella banalità, però, c’è un’economia feroce: dipendenze, soldi contanti, famiglie che convivono con l’ansia, residenti costretti a misurare ogni movimento sotto casa.

Perché Ostia è diventata una piazza criminale così forte

La domanda pesa sul litorale da anni: perché Ostia è diventata una piazza di spaccio e sede di gruppi criminali? La risposta sta nella sua storia recente, nella geografia urbana, nella presenza di zone popolari segnate da fragilità economiche, nella distanza percepita dal centro di Roma e nella capacità delle organizzazioni di occupare spazi fisici e sociali.

Ostia è mare, turismo, passeggiate, stabilimenti, case popolari, periferia, porto mancato, identità romana e città autonoma nei comportamenti. Questa miscela ha prodotto bellezza e abbandono, orgoglio locale e zone grigie. Dove il controllo pubblico si indebolisce, lo spaccio offre regole rapide. Sbagliate, violente, illegali. Ma per chi vive ai margini possono sembrare immediate.

La droga ha bisogno di tre elementi: domanda costante, luogo stabile, persone disposte a rischiare. Alle Case Rosse questi ingredienti si sarebbero saldati in un sistema capace di funzionare ogni giorno. Il cliente sapeva dove andare. Il venditore sapeva dove mettersi. La vedetta sapeva quando avvisare. Il capo, o chi veniva riconosciuto come riferimento, non doveva nascondersi in un ufficio segreto. Bastava una finestra.

Annarella, Ostia e quella normalità che confonde i confini

La storia personale di Annarella colpisce perché non assomiglia all’immagine cinematografica del boss lontano, invisibile, irraggiungibile. Qui c’è una donna di 66 anni, una foto profilo con il mare, la devozione religiosa, i neomelodici, una frase d’amore per Ostia. “Ostia mia sei bellissima”. La stessa Ostia che, nelle accuse, sarebbe stata usata come base di un traffico di droga redditizio.

Nel 2019 aveva chiesto aiuto sui social per ritrovare chi aveva investito il suo cane. Nel 2022 si era spesa per ripulire la spiaggia libera Cotto sul lungomare Duca degli Abruzzi. Episodi che raccontano una presenza pubblica riconoscibile. Oggi quella presenza viene riletta alla luce dell’arresto e delle intercettazioni. Il risultato è straniante: il volto di quartiere e l’accusa di comando criminale finiscono nella stessa cornice.

È proprio questa sovrapposizione a rendere la vicenda così romana e così ostiense. La criminalità, quando mette radici, non vive sempre nascosta. Può sedersi al bar, commentare sui social, difendere un cane, parlare del mare, presentarsi come parte del paesaggio. Poi, nello stesso paesaggio, può gestire vendita, allarmi, turni, denaro e paura.

Il blitz chiude una fase, il quartiere aspetta risposte

L’operazione del 20 maggio ha avuto una forza visiva enorme: oltre duecento finanzieri, cani antidroga, elicottero, accessi controllati, palazzi circondati, misure eseguite all’alba. Per molte persone di Ostia è stata la scena di un intervento atteso. Per altre, l’ennesima conferma che il problema non nasce oggi.

Il nodo è cosa accade dopo. Una piazza viene colpita, il traffico si interrompe, i nomi finiscono negli atti giudiziari. Poi resta il territorio. Restano i portoni, i cortili, le famiglie, i ragazzi, gli anziani, chi ha paura di parlare e chi spera di rivedere normalità sotto casa. La domanda non riguarda solo la repressione. Riguarda la vita quotidiana.

Ostia può liberarsi dal dominio delle piazze di spaccio solo se il vuoto lasciato dagli arresti viene riempito subito da presenza pubblica, servizi, controllo degli spazi, cura dei palazzi e occasioni per chi rischia di finire nella manovalanza criminale. Le organizzazioni tornano dove trovano terreno disponibile. Per questo la risposta deve essere rapida, visibile, costante.

 
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Cronaca

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