INTERVISTE
Ve lo racconto io Charles Bukowski
Intervista a Roberto Alfatti Appetiti, autore di "Tutti dicono che sono un bastardo - Vita di Charles Bukowski"

La conversazione con Roberto Alfatti Appetiti, giornalista, saggista e autore di “Tutti dicono che sono un bastardo - Vita di Charles Bukowski” (Bietti Edizioni, 2014) si è conclusa. Il tempo di un caffè è tiranno, così abbiamo deciso di prendere una birra certi che Buk avrebbe fatto altrettanto.


Dove e come nasce l’idea di questa biografia? Perché, nel 2014, ha voluto parlare proprio di 'un vecchio sporcaccione'?
Perché erano passati vent’anni dalla morte, avvenuta il 9 marzo del 1994 a Los Angeles, e ritenevo giusto che, nel ventennale della scomparsa di questo grande scrittore, si raccontasse l’altro Bukowski e non soltanto, per l’appunto, il vecchio sporcaccione e l’ubriacone reso celebre sul grande schermo da Mickey Rourke. Per questo, ho cercato di svelare il Bukowski che non tutti conoscono, quello che si celava dietro la fama di duro che si era costruito egli stesso: un uomo molto colto, particolarmente sensibile, introverso, con una drammatica storia familiare alle spalle, persino timido con le donne e politicamente scorretto, ma soprattutto lo scrittore autentico e capace di grande sincerità, uno dei più importanti della letteratura del Novecento e non il fenomeno da baraccone pubblicato solo in virtù del suo atteggiarsi a personaggio stravagante, eccessivo, sempre sopra le righe.


Una biografia, quella a cura di Roberto, decisamente sui generis. Come mai ha scelto di non svilupparla in ordine meramente cronologico?
I primi quattro capitoli sono in ordine cronologico, nel senso che racconto la sua vita dalla nascita, in Germania, all’infanzia da emigrato negli Stati Uniti, di certo non accolto a braccia aperte dai suoi nuovi compatrioti, dalla sua adolescenza e giovinezza da ribelle al suo breve periodo on the road in giro per gli States, dai suoi primi impieghi, in cui faceva di tutto per farsi licenziare, al tentativo di diventare uno scrittore. Dopodiché, nei restanti capitoli mi soffermo sul suo rapporto con le donne, con i beat – un rapporto di odio/amore, per certi versi – e con i colleghi scrittori e con quello che stimava di più, John Fante, per poi riprendere il cammino temporale e accompagnarlo nei suoi ultimi anni, in cui Bukowski cambia pelle e da ubriacone diventa, per quanto possibile, un uomo normale, parsimonioso e attento alla privacy, uno scrittore ricco e affermato, anche se mai omologato e omologabile, mai prevedibile.


Roberto, il libro è ricco di descrizioni particolareggiate, miniature e non tratteggi. Come ha fatto a rendere una simile precisione?
Si tratta di un autore che conosco sin da quando ero ragazzo e che ho perso di vista per qualche anno, ma prima di scrivere questi libro ho studiato e mi sono documentato con numerosi testi, facendo riscontri incrociati per cercare di sbagliare il meno possibile. Bukowski è uno scrittore in larga parte autobiografico ma non bisogna mai prenderlo alla lettera perché si diverte a giocare con il lettore come il gatto con il topo e c’è il rischio di cadere nella sua trappola: di crederlo peggiore di quello che è, di finire per pensare che era veramente quel bastardo che tutti dicevano che fosse, lui per primo. Mentre invece…


Pregiudizi. Dopo aver finito di lavorare a Tutti dicono che sono un bastardo come è cambiato, se è cambiato, il suo modo di vedere Charles? E cosa pensa possa cambiare nell’immaginario dei lettori?
Per me è stata una preziosa occasione per rileggerlo più attentamente e con quel necessario distacco che, quando si è ragazzi, è più difficile tenere con i libri che si amano. Posso dire di conoscerlo un po’ meglio, perché il vecchio Hank mi aveva messo nel sacco, avevo creduto ai suoi travestimenti e alle sue spacconate, finendo per sottovalutarlo come scrittore, oltre che come uomo, pensando che fosse stata una bella lettura per ragazzi. Io penso che questo libro possa aiutare a restituire a Bukowski quel che è di Bukowski, senza esagerare: uno dei poeti più prolifici e uno dei più innovativi scrittori del Novecento, un narratore che non ha mai perso intensità e non si è mai accomodarsi in comodi cliché. Tanto che il suo ultimo romanzo è un noir, Pulp, senza quelle storie di sesso, puttane e ubriachi che l’avevano reso miliardario.


Michael Greenberg ha descritto i suoi libri come “una pittura dettagliata di certe fantasie maschili tabù: lo scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”. Condivide questa definizione? Era Bukowski “totalmente libero”?
La condivido, sì, anche se il suo rapporto con le donne è più complesso di quello che generalmente si pensa. Il suo primo rapporto sessuale lo ha avuto con una prostituta a 24 anni perché, prima di allora, le ragazze si tenevano a distanza da lui che, del resto, era tedesco, povero, devastato dall’acne e poco socievole, per usare un eufemismo. Era un solitario per necessità, non per scelta. Dopo se ne è fatto una ragione, ma all’inizio non deve essere stato piacevole rimanere ai margini della vita sociale. Diciamo che le donne sono arrivate con il successo e quindi tardi, mentre quand’era un ubriacone raccoglieva donnacce, come le chiama lui, come fossero prugne mature sugli sgabelli dei bar. Credo che nelle fantasie maschili l’avventuriero, più che da Bukowski, sia rappresentato da altri modelli di uomini. Bukowski, a modo suo, era un sentimentale, un uomo che soffriva per amore esattamente come gli altri, forse più degli altri.


Nemo propheta in patria. Così anche per il vecchio Hank il successo arriva prima in Europa e poi in patria. Perché? Quale la profezia che Bukowski lascia in eredità ai suoi lettori?
Il successo arriva prima in Europa perché l’America che lui raccontava non era quella confezionata a Hollywood ed esportata in tutto il mondo, i suoi racconti di vita reale, di sesso e disperazione, di vite marginali e fallimenti, non erano in linea con la propaganda del sogno americano ma presentavano, semmai, una sensibilità europea. Non che fosse antiamericano, intendiamoci. Bukowski è orgogliosamente americano, ma l’America di cui si sente parte è quella degli ultimi, dei dimenticati, dei milioni di americani la cui esistenza i letterati ignoravano o facevano finta di ignorare, troppo presi a raccontare avvincenti storie borghesi. Gli scrittori di grido cercavano protagonisti per le loro grandi storie, da riempire con grandi idee che avrebbero cambiato il mondo. Quelli che racconta Bukowski non sono protagonisti ma comparse, perché i migliori ruoli li hanno avuti gli altri e loro cercano semplicemente di cavarsela. Bukowski non è un profeta, è uno scrittore di sentimenti e non di idee, non ha la pretesa di cambiare il mondo e i suoi personaggi non migliorano, non danno il buon esempio e non lasciano alcun testamento spirituale. Il messaggio che Bukowski lascia è proprio questo: siate diffidenti, tenete alzata la guardia, restituite i cazzotti e continuate a cercare la luce, anche quando siete nelle cantine più tetre della vita. Non è un messaggio meno importante degli altri, se ci riflettiamo.


Henry Charles Bukowski Jr. partecipa agli sconvolgimenti del suo secolo, il Novecento, senza mai usare partigianeria. Eppure le sue idee le aveva ben chiare, da vero bastardo, sempre contro. Quale il suo pensiero frainteso?
Amava essere frainteso, forse perché temeva d’essere smascherato e che dietro la corazza che s’era costruito per andare in battaglia contro il mondo letterario americano venisse fuori il ragazzo spaventato ed emarginato che era stato. Aveva le sue idee, ma non amava le maiuscole, detestava e combatteva la retorica, il nazionalismo, la religione e tutto quanto potesse essere usato per tenere sedata la massa. A dirla tutta, detestava anche la massa, le associazioni benefiche e la politica. Amava solo se stesso, era così, del resto, che era riuscito a uscire dall’angolo e a rialzarsi ogni volta che era finito al tappeto.


«Qualcuno in uno di questi posti... mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi, come crei?" Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico». Da lettrice: spesso ho avuto l’impressione che lo scrittore abbia finito per schiacciare… l’animale domestico. Cosa ne pensa? Sì, finiva per schiacciare tutti coloro che aveva attorno, perché a quella solitudine si era affezionato davvero e quand’era solo, schiacciava se stesso. Credo l’abbia scritto Nietzsche: in tempo di pace, l’uomo guerriero si scaglia contro se stesso. E Bukowski era un guerriero. Farà pochissime eccezioni e solo poche persone diventeranno fondamentali per lui: la seconda e ultima moglie, Linda, qualche amico sincero come Sean Penn e i gatti, quelli erano gli unici animali che amava ma proprio perché non erano domestici in senso stretto, pretendevano la loro autonomia, non si affezionavano troppo e ogni tanto avevano bisogno di sparire, come lui.


Il pallino per le donne. Muse, madri e matrigne. Eppure aleggia, anche nei racconti più espliciti, una buona dose di surrealismo. La sua presunta misoginia non è credibile. Ne conviene?
Lo accennavo prima. Non è misogino. Le donne, quand’era ragazzo, per lui erano inavvicinabili, delle dee. Lo respingevano e forse per questo ha coltivato un po’ di risentimento, ha iniziato a maltrattarle, ma più nei racconti che nella vita. Era un uomo galante, a modo suo. È stato salvato dalle sue donne, per certi versi. È stato grazie all’amore per Linda e per Marina, sua figlia, a rimanere attaccato alla vita nei momenti peggiori. Da quando ho pubblicato il libro, mi sono accorto che la maggior parte del suo pubblico è composto da donne, donne che l’hanno capito meglio di tanti uomini.


Nel libro troviamo continue citazioni tratte da racconti, poesie e le poche interviste rilasciate da Buck. Roberto, quale sente più rappresentativa? Quale le è rimasta nel cuore?
Quella che chiude l’ultimo capitolo. “Don’t try”. Don’t try, Elena. Non ci provare. Se non ci credi veramente, lascia perdere, non vale la pena, arrenditi. Ma se l’alternativa è impazzire, se avverti dentro di te l’impellenza di provarci, allora fallo e fallo fino in fondo. Fino alla fine, col sorriso.


In queste settimane, sul profilo Facebook del libro, è partito un concorso fotografico. Il vincitore riceverà una copia gratuita con dedica. Proviamo a immaginare, cosa avrebbe scritto Buk?
Qualcosa di poco carino, ne sono certo.


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