CRONACA
Lo scandalo dei rifiuti ospedalieri infettivi
Lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri infettivi, un “modello” tutto italiano
Smaltimento dei rifiuti ospedalieri infettivi – un “modello” tutto italiano

“In un paese dove i rifiuti sono un problema si possono trovare delle soluzioni, se i rifiuti sono un business allora ogni soluzione rappresenta un problema”

Di sicuro se in Italia abbiamo coniato la parola ecomafia sappiamo che il fenomeno esiste e produce ricchezza, e quando non possiamo riferirci ad una precisa organizzazione criminale o a un modello organizzativo, quanto meno stiamo parlando di un costume diffuso e per molti aspetti nell’inconsapevole disattenzione ed ignoranza di tutti.

Affrontiamo una nicchia del problema rifiuti. Quelli sanitari. Dunque; La spesa sanitaria è la maggior voce di bilancio delle Regioni, per questo la gestione delle ASL è l’elemento centrale di tutte le dinamiche politiche regionali, non a caso la nomina dei Direttori Generali e quelli Sanitari è una prerogativa del Governatore. Il controllo della spesa sanitaria è determinante per la sopravvivenza di un’amministrazione regionale. Dovrebbe esserlo, per analogia, anche il controllo sugli sprechi. Lo e? Ovvero ciò che noi vediamo come spreco non sia in qualche modo legato alle garanzie degli equilibri di potere?

Molti Consorzi e Società di gestione rifiuti sono imprese con capitale misto pubblico e privato. Questi giganti della gestione dei rifiuti operano su geografie regionali e detengono una bella fetta del debito pubblico. Già solo questo basterebbe a scoraggiare e suggerire prudenza ad ogni Presidente di Regione che volesse cercare soluzioni più creative per invertire la rotta o applicare politiche più rigorose perfino se previste specificatamente dalla legge.

Facciamo un esempio di spreco “intoccabile” nella sanità pubblica: I rifiuti infettivi rappresentano circa il 25% di tutti i rifiuti ospedalieri ma costano circa il 75% - 80% della spesa sanitaria attualmente sostenuta per il loro smaltimento. Si calcola che in Italia ogni posto letto produce circa 1,5 kg/die di rifiuti infettivi ed il loro costo medio raggiunge o supera quasi sempre i 2,00 € al kg.

In genere i rifiuti infettivi da incenerire, contrariamente alla legge che ne obbliga la distruzione entro 5 giorni, vengono ritirati dagli ospedali dopo un primo periodo di stoccaggio, trasportati a centri di trasferimento intermedio e stoccati per altri giorni in attesa del trattamento e quindi distrutti in base alle capacità del forno speciale che risulta quasi sempre sottodimensionato alla bisogna. Il risultato è che i rifiuti infettivi proliferano nella carica batterica, non vengono distrutti nei tempi stabiliti e per giunta aggiungono costi al sistema sanitario e danni all’ambiente per percolamenti, discariche abusive ecc.

Solo nella Regione Lazio il costo stimato annuale per lo smaltimento dei soli rifiuti a rischio infettivo, nell’attuale sistema, supera i 40 Milioni di € ed è in costante crescita. E’ calcolato, invece, che l’adozione di impianti di sterilizzazione “in situ” permetterebbe un risparmio di oltre il 50% sulla spesa oltre alla creazione di posti di lavoro, peraltro non sovvertendo i contratti di smaltimento necessari per la raccolta e la distruzione degli altri tipi di rifiuti (farmaceutici, pericolosi, urbani ecc.) che verrebbero ridotti al necessario.

La sterilizzazione dei rifiuti ospedalieri infettivi è un processo di autosmaltimento da parte del singolo ospedale favorito dalla legge (Ronchi ecc.) che consente sia l’abbattimento dei costi, sia la riduzione dei danni ambientali conseguenti ai trasporti e i trattamenti esterni, sia una più oculata e corretta gestione dei rifiuti ospedalieri con una raccolta differenziata al punto di generazione. Questo processo tecnologico è attualmente osteggiato dalle imprese di smaltimento che lucrano su contratti vecchio modello, quasi sempre prorogati a distanza di anni dalla scadenza.
La stessa Regione Lazio, da anni a conoscenza della tecnologia e delle norme che la favoriscono, ha sempre snobbato la soluzione e le diverse amministrazioni di vario colore avvicendatesi negli ultimi 12 anni ne hanno rifiutato l’applicazione senza peraltro fornire la benché minima motivazione ma perpetuando i vecchi modelli contrattuali di smaltimento.
In altre Regioni d’Italia, in compenso, si assiste a una lieve inversione di tendenza da parte di privati coraggiosi o addirittura dai policlinici universitari (vedi Cagliari, Tricase di Lecce) che, tuttavia, non costituiscono ancora un faro di tendenza nazionale.

Si tenga presente che il rifiuto sterilizzato è smaltibile come ASSIMILATO A RIFIUTO URBANO (e dunque al costo dell’urbano) oppure utilizzabile come Combustibile da Rifiuto riducendo drasticamente il costo di smaltimento a pochi centesimi di €.
Può essere stoccato per lunghi periodi (fino a 3 mesi) in quanto inerte, è ridotto di peso e di volume, riduce i costi dei trasporti speciali e i pericoli d’inquinamento legati a percolamento e discariche abusive. In pratica evita che dall’ospedale esca rifiuto infetto, nella considerazione che l’Ospedale dovrebbe “produrre” salute e non creare condizioni epidemiche, ancorché al suo esterno.

Esistono diverse tecnologie per la sterilizzazione dei rifiuti ospedalieri a rischio infettivo che in Italia risponde alle norme UNI per cui il processo di sterilizzazione avviene per lisi cellulare a calore umido e NON per incenerimento.
Senz’altro siamo in presenza della normativa e della tecnologia migliore al mondo. In Italia, tuttavia, non esiste la possibilità di beneficiarne per ragioni evidenti.

Queste apparecchiature non emettono inquinanti in ambiente (in aria o in fogna)
L’impianto richiede locali di piccole dimensioni (circa 20 – 30 mq. per ogni macchina) o una tettoia esterna recintata. Le macchine sono piccole e modulari, appositamente per essere installate all’interno degli ospedali, a ridotto consumo di energia e con bassi costi di manutenzione e possono essere combinate in “batteria” per ottenere impianti di dimensioni adeguate ai bisogni dell’ospedale

I principali vantaggi sono:
a) riduzione del peso dei rifiuti di circa il 25%
b) riduzione del volume dei rifiuti di circa il 75%
c) triturazione fine, essiccazione e irriconoscibilità del rifiuto, rifiuto inodore
d) drastica riduzione dei costi di smaltimento
e) disciplina ospedaliera della raccolta e della pesata dei rifiuti prodotti, con riduzione delle quantità prodotte grazie ad una migliore differenziazione al punto di generazione
f) uso di contenitore primario (busta) e secondario (bidone plastico) che aumenta la sicurezza e l’igiene ospedaliera
g) possibilità di “stoccare” il rifiuto sterilizzato per tempi lunghi, fino a 30 giorni, senza incorrere in problemi di inquinamento ospedaliero e riducendo il costo dei trasporti per via di minori viaggi
h) garanzia per la Direzione Sanitaria, circa le responsabilità giuridiche legate allo smaltimento

Il costo di gestione di un impianto di sterilizzazione è variabile, dipendendo da molteplici fattori, tuttavia la somma dei costi di gestione (energia, manutenzione, consumabili, costo operatore) non supera i 0,60 € per Kg di rifiuto trattato, mentre il reale costo di smaltimento attuale (con contratti di servizio di ritiro e trasporto al forno d’incenerimento) oggi oscilla fra 1,2 e 1,8 €/kg ed è in continua crescita. Se si aggiunge l’IVA, ecotasse ed il costo dei contenitori di raccolta si raggiungono rapidamente i 2 – 2,40 €/kg

Nonostante l’esistenza della legge che favorisce ed incentiva l’utilizzo della sterilizzazione ospedaliera, i contratti di smaltimento continuano ad essere stipulati con base in capitolati d’appalto che non tengono affatto conto di tutto ciò, in genere predisposti in “fotocopia” dei precedenti e dunque senza innovazione tecnologica, quando non addirittura protratti in estensione ad aggiudicazioni di 5 o 6 anni prima, magari con la revisione dei prezzi. Per giunta si assiste alla tendenza a bandire gare di smaltimento sempre più per macroaree, con gare di livello regionale o provinciale che escludono di fatto la libera concorrenza in quanto i requisiti richiesti possono essere garantiti solo dalle grandi imprese riunite in “cartelli”che dunque determinano prezzi a base d’asta sempre più onerosi

Se solo si obbligassero le pubbliche amministrazioni ad emettere bandi di gara “aperti” all’innovazione tecnologica, già questo consentirebbe una corretta e sana competizione fra i partecipanti con la conseguenza che gli enti appaltanti avrebbero più opzioni di scelta ed il costo di smaltimento sarebbe drasticamente ridotto .

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