CHI DI ALLARME FERISCE…
All’estero temono i contagi “made in Italy”. Indovinate un po’ di chi è la colpa
Da noi i media e le autorità hanno esagerato nell’enfatizzare i rischi. E adesso arrivano i contraccolpi su economia e turismo

Giocatori da una mossa.

Negli scacchi si definiscono così: sono quelli che agiscono senza preoccuparsi delle conseguenze. E che perciò si consegnano a una sicura sconfitta. O addirittura a una debacle.

Nel caso del Coronavirus c’è da chiedersi proprio questo: da parte delle nostre autorità c’era stata oppure no una previsione, e una valutazione, delle ricadute che sarebbero derivate dalle decisioni prese? Non parliamo solo di quelle sanitarie. Ci riferiamo anche a quelle sociali ed economiche.

Bisogna essere molto chiari, al riguardo. Per chi governa la lungimiranza non è affatto un optional. È un obbligo tassativo. E figuriamoci, allora, la brevimiranza, visto che stavolta i primi contraccolpi erano palesemente destinati a manifestarsi già nell’immediato, mentre quelli ulteriori si inscrivono nell’orizzonte di un avvenire assai prossimo. Che poi potrà prolungarsi chissà quanto, ma che inizierà a dispiegarsi nel giro di mesi. O di settimane.

Non ci voleva certo un genio, per capire che l’allarme interno avrebbe avuto vasta eco all’estero, innescando delle reazioni all’insegna della cautela. Sia a carico dei nostri connazionali in viaggio, specie se provenienti dalle zone più colpite, o comunque trattate come tali, sia a tutela dei cittadini stranieri che avessero l’intenzione di venire qui da noi per turismo o per altri motivi non categorici.

Cosa c’è di strano?

Cosa c’è di sorprendente?

Se noi stessi ci siamo comportati come di fronte a un’epidemia di proporzioni terribili, e capace di dilagare laddove non fossero state adottate delle contromisure eccezionali,   è del tutto logico che in giro per il mondo si siano allineati. Con divieti assoluti o, quantomeno, con poderosi inviti alla prudenza.

Negli USA, ad esempio, cinque università (Elon University, Fairfield, Florida International, New York University e Syracuse) hanno bloccato i loro programmi di studio in Italia e nelle ultime ore Donald Trump ha anticipato un piano organico di interventi: «Stiamo seguendo attentamente cosa succede nei Paesi più colpiti, come Italia e Corea del Sud. Al momento non abbiamo ancora preso decisioni ma potrebbero esserci altre limitazioni per i viaggi».

Potrebbero: un condizionale di prammatica e che non può lasciare affatto tranquilli.

Febbri altissime, ma nell’economia

Le ripercussioni negative sul turismo sono evidenti, a cominciare dalle festività pasquali di aprile. Ed è da escludere che da qui ad allora saranno venuti meno i fattori di preoccupazione. Per chi non lo sapesse, si tratta di un settore che vale da solo, come evidenziato da uno studio della Banca d’Italia di circa un anno fa, “oltre il 5 per cento del PIL e oltre il 6 per cento degli occupati del Paese”. Se ci aggiungiamo l’indotto e gli altri effetti collaterali, la percentuale sale al di sopra del 10.

Quanto all’economia nel suo insieme, poiché Lombardia e Veneto generano circa un terzo del PIL nazionale (rispettivamente, nel 2018, 390 e 163 miliardi su un totale di 1765) e Piemonte ed Emilia-Romagna seguono a ruota, con 137 e 161 miliardi, il rallentamento delle attività produttive nel Nord investe circa la metà del totale. Il che, in un quadro generale stagnante e che non si è mai riscattato dai disastri scaturiti della crisi del 2008, ci proietta quasi sicuramente verso una nuova fase di recessione.

La sintesi, che ci riporta a quanto detto all’inizio, è che il governo si è concentrato enfaticamente sugli aspetti sanitari, o presunti tali, a scapito di tutto il resto.

Di qua, la totale sopravvalutazione dei rischi di una diffusione incontrollata dell’epidemia, quasi che l’obiettivo fosse evitare qualsiasi decesso anziché contenere il numero delle vittime entro standard ragionevoli. Beninteso: non è un’annotazione cinica. Ogni morto costituisce una tragedia per i suoi cari, come ha ricordato/rivendicato Vanessa Trevisan in un’intervista apparsa ieri su Repubblica e il cui tratto saliente è la sacrosanta affermazione “Era mio padre e non solo un numero”, ma una mortalità zero è semplicemente impossibile. Anche le influenze “normali” hanno esiti fatali per non poche persone anziane o con patologie preesistenti e comportano un costo di vite umane che l’Istituto Superiore di Sanità quantifica in circa ottomila all’anno, ricomprendendovi quelle dovute alle complicanze in organismi già minati.

Di là la completa sottovalutazione delle conseguenze di altra natura. Nel segno, appunto, della pessima abitudine a guardare solo alle esigenze ravvicinate. Andando alla perenne ricerca di un consenso emotivo, basato assai più sulle suggestioni del momento che su delle posizioni approfondite e coerenti.

Chiamarli errori non basta.

Non sono sbagli accidentali o malvezzi di contorno: sono un vizio capitale della politica odierna.

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