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Foibe, la dignità della memoria contro l’ignobile muro dell’indifferenza
Il Capo dello Stato Mattarella ha ricordato la tragedia giuliano-dalmata: “Sciagura nazionale”. Ma ancora imperversano odio e negazionismo

Parce sepulto. Perdona chi è stato seppellito. L’invocazione virgiliana è sembrata risuonare a lungo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di italiani, istriani, giuliani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire ai massacri perpetrati dai partigiani comunisti di Josip Tito: data fissata dal Parlamento al 10 febbraio, quando nel 1947 vennero firmati i Trattati di pace di Parigi che assegnavano alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e della Venezia-Giulia, oltre alle province di Zara e del Carnaro.

Il dramma però era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando le milizie titine avevano avviato la barbara pratica di gettare all’interno degli inghiottitoi carsici centinaia di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere italiani. «Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono - per superficialità o per calcolo - il dovuto rilievo». Parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto lanciare un forte monito su una tragedia circoscritta, in senso strettamente cronologico, al secondo Dopoguerra: ma i cui effetti si sono in realtà protratti per decenni - e continuano a farsi sentire perfino ai nostri giorni.

I nostri connazionali sfuggiti all’eccidio, infatti, si ritrovarono di fronte a «comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità» come evidenziato dal Capo dello Stato. Esuli nella loro Madrepatria che per mezzo secolo ha preferito far finta di niente, nascondendo questa pagina orrenda della nostra Storia, imponendo quella che il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano, chiamò «congiura del silenzio».

Troppo imbarazzante, per non dire impossibile, per una cultura repubblicana egemonizzata dal Pci, giustificare gli eccidi commessi dai compagni di ideologia. Meglio dunque far calare l’oblio sul fatto che fu la dittatura comunista a scatenare, come ha ricordato ancora il Presidente della Repubblica, «una persecuzione contro gli Italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».

Imbarazzo che, peraltro, permane ancora oggi, in quelle che Mattarella ha definito «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che però trovano sponda in associazioni e sigle partitiche che continuano ad attuare una vera e propria resistenza ideologica: come accaduto a Dalmine, vicino Bergamo, dove un convegno organizzato dall’Anpi si è trasformato nella «summa del negazionismo», come riferito dal vicesindaco Gianluca Iodice che ha abbandonato il Teatro comunale (concesso gratuitamente) per dissociarsi dall’indegna iniziativa.

«Spiace che ci sia ancora qualcuno che ritiene che ci siano morti di serie A e morti di serie B e che questi Italiani siano un po’ “meno morti” perché morti per mano comunista» ha dichiarato il leader leghista Matteo Salvini. D’altra parte, storicamente bastava la semplice menzione delle stragi giuliano-dalmate per innescare, come una sorta di riflesso pavloviano, la reductio ad Ducem con cui anche oggi i “pronipoti rossi” pretendono di tacitare tutto ciò a cui non riescono a opporre delle valide argomentazioni.

Tipo i leoni da tastiera che hanno commentato il tweet commemorativo del sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, con rabbia o con ironia: vaneggiando di propaganda nazifascista e paragonando i nostri martiri agli esodati.

Questo triste capitolo ha conquistato, «doverosamente, la dignità della memoria». Eppure, ha probabilmente ragione Mattarella quando afferma che ancora «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza» e, aggiungiamo, dell’ignoranza.

Non ci potrà essere, infatti, alcuna vera pacificazione, nessuna autentica convivenza civile né memoria condivisa finché persisterà la colpevole omertà di chi teme la verità della Storia. Verità che può far male, ma di certo rende liberi. Perdona loro, dunque, perché non sanno quello che fanno.

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