BANALITÀ PER ALLOCCHI
“La felicità è un diritto”, declama Tiziano Ferro. Peccato che non sia vero
Al Festival va in scena il monologo dell’artista. Che si lascia travolgere dall’ansia di rassicurare tutti-proprio-tutti

Filosofeggia, il baraccone di Sanremo. E ovviamente ci sarebbe solo da ridere di scherno: in quella apoteosi del posticcio, che non a caso è lo zenit annuale dell’ottusità collettiva in formato tv, nessun ragionamento degno di tal nome è possibile. Per il semplice e insormontabile motivo che nessun approfondimento è nelle intenzioni di chi allestisce lo show.  

Di tanto in tanto, però, si fa finta. Invece di accontentarsi di scodellare il consueto intruglio di canzoni quasi tutte irrilevanti, di presentatori giulivi e di superospiti la cui unica cosa certamente super è il cachet, si pretende di aggiungere qualche momento di riflessione sui grandi temi. Che è come affidare un’analisi geopolitica a Barbara D’Urso. Una rievocazione di Fabrizio De André a Mara Maionchi. Un’intervista affilata a Fabio Fazio.

Ieri ha provveduto Tiziano Ferro, ad ammannire il momento “pensoso” della serata. Un monologo (breve, per fortuna) in cui ha somministrato al pubblico il classico psicofarmaco in versione caramella. Il ricostituente fittizio con le bollicine da Coca Cola. O ancora meglio da Diet Coke, così non si ingrassa. Un selfie verbale per dire che sulla soglia dei quarant’anni lui è soddisfatto e benevolente e che quindi, wow, chiunque altro dovrebbe andare nella medesima direzione. Sottinteso: prendendolo ad esempio. Poiché, come è noto, egli fu un ragazzino ciccione e problematico e sessualmente irrisolto, ma in seguito si è trasformato, come è ancora più noto, in un artista di bell’aspetto e di enorme successo. Un gay felice e sposato. Che definisce se stesso “la moglie” del relativo marito.

Fino a qui, affari suoi e buon pro gli faccia.

Ma sono appunto le implicazioni che lui ne trae, a cambiare la prospettiva. E a rendere necessario un giudizio.

Dice, anzi declama, Tiziano Ferro: «la felicità non è un privilegio, è un diritto». Dopo di che, sull’onda dello stesso slancio ecumenico, afferma di essere «maniacalmente innamorato delle persone, tutte».

Ah sì?

Sputiamo la caramella-psicofarmaco e mettiamola sotto il microscopio.

Vediamo cosa c’è dentro. Sotto l’involucro rassicurante. Dietro il gusto dolce, o dolciastro, dello zucchero di superficie.

Si intende: i bimbetti che adorano i leccalecca emotivi sono sollevati dall’onere. E altrettanto gli adulti, si fa per dire, in regressione infantile. O adolescenziale.

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Tutti giusti, trallallà

La prima frase è una palese corbelleria: a essere un diritto non è e non può essere la felicità, che è un precipitato interiore di cui non esiste la ricetta universale e che dipende da innumerevoli circostanze prettamente soggettive. E sommamente mutevoli. La felicità, perciò, nessuno la può garantire e nessuno, di conseguenza, può vedersela assicurare.

Ma perché, allora, raccontare il contrario? E perché applaudirla, questa solenne e smaccata sciocchezza?

Sui motivi – o meglio: sugli scopi – ci torneremo tra poco.

Ciò che va chiarito, intanto, è che a costituire un diritto potrebbe essere, semmai, la ricerca della felicità. Il cui presupposto è l’eliminazione dei fattori esterni che pregiudicano la serenità del vivere. A cominciare dalla precarietà materiale che diventa insicurezza psicologica. Chiaro: la stabilità collettiva come fondamenta di qualsiasi edificio individuale. La felicità come il castello fiabesco, o il tempio mistico, o il grattacielo ambizioso, da innalzare in una fase successiva. O da veder scaturire, magicamente e all’improvviso, nel bel mezzo del proprio cantiere esistenziale: anche se lo chiami progetto, e ti illudi che lo sia, è più che altro un sogno. Che ogni tanto, con parecchia e forse immeritata fortuna, si realizza. O balena come se.

Ma quelle fondamenta, nella società odierna, sono ormai un miraggio. E questo ci porta dritti ai motivi – agli scopi – per cui si preferisce deviare l’attenzione altrove, cercando di far credere che si possa vivere in maniera fraterna e solidale all’interno di un mondo economico che è imperniato, all’opposto, su rapporti competitivi e spietati. In modo che quei rapporti non vengano messi in discussione.

La menzogna, più o meno dolosa ma sempre colpevole, è che la chiave di volta delle sofferenze personali risieda nei pregiudizi altrui su questa o quella caratteristica, fisica o psichica. I Tiziano Ferro di turno vengono a dirci – vengono a proclamare – che   “nessuno è sbagliato”. Ma la questione vera è un’altra: è se quel determinato modo di essere e di vivere ci corrisponda davvero. O se invece sia l’esito, più o meno imperfetto e frustrante, di carenze e squilibri.

Analogamente, bisognerebbe distinguere con la massima cura tra pregiudizi e giudizi. Che non sono affatto sinonimi.

Una versione di gran lunga più limpida, dunque, è che ciascuno di noi debba aspirare a realizzare il proprio potenziale e avere ben chiaro che, per riuscirci, ci sarà da fare i conti con le proprie debolezze, a partire dalle cattive abitudini che si sono acquisite “vita facendo”.

Sarà un lavoro duro. Sarà un impegno pressoché interminabile.

Ma se si avranno il coraggio e la determinazione per non mollare dopo i primi, quasi inevitabili insuccessi, si vivrà con orgoglio e sicurezza anche il rifiuto degli altri. Chi si è guardato profondamente dentro e ha attraversato le proprie tenebre è in grado di guardare negli occhi chiunque. E di disprezzarne, di slancio, l’eventuale disprezzo.

Non si chiama felicità e non è un diritto.

Si chiama forza. E dovrebbe essere percepita come un dovere, innanzitutto verso sé stessi.

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