POESIA E FILOSOFIA
L'angolo dell'umanista: gli alti ideali di ieri
Entrambi, il grande filosofo e il grande poeta, sapevano che lo spirito “non è nei libri”, non è nella vita e “non certo / nell’altra vita”. Esso sta in disparte

Poesia e filosofia si parlano da sempre e non potrebbe essere altrimenti. Benedetto Croce morì nel 1952; un anno dopo, nel ’53, fu la volta di Iosif Stalin. Così, a distanza, di un anno, se ne andarono due tra i principali protagonisti della prima metà del secolo scorso. La differenza è che il primo inondò l’Italia e il mondo della bellezza, della lucentezza classica delle sue opere, della profondità del pensiero; il secondo lo inondò altrettanto, ma di terrore, vigliaccheria, di morti consapevolmente provocate da una forma di follia ideologica, che ha reso il Novecento un secolo tanto drammatico.

Un ventennio dopo Eugenio Montale volle ricordare il grande maestro, con una lirica “In devoto ricordo”. Essa si trova nella raccolta “Diario del ’71 e del ‘72”. Non apparirà insensato ricordarla e brevemente commentarla, in un’epoca così presa dalla sua fretta da non ricordarne, probabilmente, nemmeno l’esistenza. Per Montale, Croce fu sordo, come tutti i “Grandi” (E. Montale, “Tutte le poesie”, Mondadori, p. 490), a tutto ciò che non lo riguardava. In testa “i famelici e gli oppressi”, che interessavano altrettanto poco lo stesso Montale.

E non si tratta di insensibilità umana, quanto piuttosto di quella follia ideologica, prima ricordata accennando a Stalin, che attraversò come un brivido tutto il Novecento. Croce divise lo “Spirito in quattro spicchi” - Montale  accenna alle quattro parti del sistema crociano nella sua forma ‘classica’, ossia Estetica, Logica, Filosofia della pratica, Storia - che altri volle ricomporre in uno, provocando “faide / nel gregge degli yesmen professionali”. Subito dopo la poesia prende il volo, che è quello della grande poesia di Montale: “vivete in pace nell’eterno: foste / giusto senza saperlo, senza volerlo”.

Entrambi, il grande filosofo e il grande poeta, sapevano che lo spirito “non è nei libri”, non è nella vita e “non certo / nell’altra vita”. Esso sta in disparte. Conosce le nostre vite, vorrebbe prenderne parte, “ma niente gli è possibile per l’ovvia / contradizion che nol consente”. Quest’ultimo verso, tratto dal XXVII canto dell’Inferno, suggella nel nome del pater patriae Dante, il legame, poetico e filosofico, di Montale con Croce.

Che senso ha ricordare questi capitoli imponenti della nostra cultura passata, oggi che ogni speranza di autentica civiltà sembra tramontata? Forse proprio a far sì che non vada tutto perduto. Le strade della vita e della storia sono più complesse e sfaccettate di come appaiono se osservate dai social network…


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