L'ATTIVISTA E GIORNALISTA DI HAIFA
Rula Jebreal. Tutti ne parlano, ma chi è la donna che ha commosso il Festival?
Il suicidio della madre, l'orfanotrofio e poi la forza di emergere scrivendo e studiando

Tutti parlano di lei, ma chi è Rula Jebreal?

La donna che ieri sera ha commosso e illuminato la platea dell'Ariston e gli spettatori di tutto il mondo, giovane ma già molto saggia, ha conquistato la sua sapienza emergendo da una storia di dolore e sopraffazione legata alla sua origine palestinese e al suo essere donna in una società che perseguita, schernisce o “soltanto” abbassa gli stipendi delle colleghe al pari delle prestazioni professionali maschili. L'autrice, con Selvaggia Lucarelli, del monologo che ha incantato il palco dei fiori, ha raccontato alcune memorie tragiche della sua vita e ha mostrato con la forza della testimonianza personale quanto dolore può causare la cultura del maschilismo, della volgarità e dell'aggressività.

La giornalista e scrittrice Rula nasce ad Haifa, in Israele, la città in cui la tradizione colloca la dimora del profeta Elia. Siamo infatti in una terra costellata di luoghi religiosi e impregnata di valori spirituali, i più sacri e contesi dalle fedi monoteiste. All'inizio del XX secolo Haifa è infatti popolata da una maggioranza di arabi islamici, ma anche da palestinesi cristiani e solo in minima parte da ebrei. Rula nascerà nel 1973, nel contesto delle guerre civili in seguito alla crescita degli insediamenti israeliani nel 1947, e alle deportazioni del popolo palestinese.

La mamma di Rula è palestinese e il papà di origine nigeriana, un commerciante che però è anche un imam sufi, cioè una guida della preghiera in ricerca della più alta via mistica musulmana. La bimba apprende con l'esperienza diretta la normalità e il rispetto per le diverse culture, già in famiglia.

La vita della piccola Rula viene però segnata in modo atroce e indelebile a 5 anni quando sua madre si suicida a causa di uno stupro subito. La mamma ha scelto di darsi fuoco perché non sopporta l'umiliazione e la vergogna. È così che la bimba viene portata in orfanotrofio e cresciuta da una donna che lei considera la sua stella polare e la sua salvezza. La ragazza cresce, studia, e nel 1993 vince una borsa di studio in fisioterapia in Italia. Arriva così a Bologna, scendendo le scale dell'aereo che la porta verso il suo percorso di realizzazione personale e professionale. Le scale di quell'aereo che ieri sera, nella prima serata del Festival, ha definito ancora più importanti di quelle del teatro sanremese.

In Italia comincia la collaborazione con diverse testate giornalistiche come “Il resto del Carlino” e “La Nazione”, su La7 prende parte in quanto militante della causa palestinese a “Diario di guerra” per far conoscere le violenze che insanguinano i territori del Medio Oriente occupato. Lavora poi con “Il Messaggero”, vince anche il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo. Ma farsi valere come militante e scrittrice (attività che porta avanti anche in quanto conosce l'arabo, l'ebraico, l'italiano e l'inglese) non le risparmierà insulti razzisti da alcuni politici, o l'appellativo di “talebana” proprio lei che si definisce una “musulmana laica”. Più volte i suoi progetti vengono ostacolati, ad esempio la promozione di un documentario che mostra come l'occupazione israeliana sia violenta e barbara in Palestina, ma la sua tenacia non molla, almeno fino ad alcune lacrime versate ieri sera sul palco di Sanremo.

Volete proprio sapere del suo cachet? I 25mila euro di cui si vociferava sono una cifra che “TPI” smentisce: “siamo in grado di confermare che il suo compenso sarà di 8mila euro, di cui la metà devoluti a Nadia Murad, l'attivista irachena rapita e stuprata dall'Isis”.

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