DEMOCRAZIA ADULTA
Voto segreto: un feticcio ormai logoro. Molto meglio un albo pubblico e online
All’origine, nel 1948, fu un baluardo della libertà individuale. Ma la società è cambiata e ci sono ottime ragioni per voltare pagina

Un sogno? Attualmente sì, viste le norme in materia a cominciare dall’art. 48 della Costituzione. In cui si stabilisce, appunto, che il voto dei cittadini è segreto.

Come sempre, però, sulle questioni non si deve ragionare appiattendosi sulle leggi esistenti, sino a ritenerle intoccabili, ma entrando nel merito delle proposte alternative. E a partire dalla più nitida delle domande: ha ancora senso, quella determinata disposizione? Ovvero: è tuttora necessaria? Per tutelare chi, cosa, quali valori? O quali interessi, personali o di fazione?

Facciamolo, allora. Concentriamoci su questo specifico aspetto e scandagliamolo in profondità. Andando al di là delle abitudini, e dei luoghi comuni, che ci portano a ritenerlo un caposaldo della democrazia. Quando invece lo è solo, tutt’al più, delle democrazie che sono in via di formazione. Specialmente se si innestano su forti tensioni tra vasti gruppi sociali di segno opposto.

Proprio come accadde, infatti, nel periodo in cui venne redatta la nostra Costituzione, all’indomani della Seconda guerra mondiale e in una società che continuava a essere attraversata da dissidi tanto forti da sfociare nell’odio. Sull’onda della guerra civile tra fascisti e antifascisti, dopo l’8 settembre 1943, e dei tanti episodi di violenza reciproca, spesso cruenta e non di rado feroce.

Ma questo era vero all’epoca. E poteva esserlo ancora, sia pure su scala assai più ridotta, durante i cosiddetti “anni di piombo”. Che però sono ormai chiusi da un pezzo e in via definitiva. Rendendo le ultime azioni armate delle Nuove BR, benché omicide e quindi tragiche per le vittime, nulla di più che un fenomeno del tutto sporadico e ormai irrilevante sul piano generale.

Oggi la situazione è completamente diversa. E perciò è tempo di fissare delle priorità di altro segno. Imperniate sui concetti, sui valori, di trasparenza e di responsabilità.

La libertà di voto deve coniugarsi a questi due elementi e sgombrare il campo da qualsiasi ipocrisia: chi vota per quel determinato partito, e per quelle determinate persone, ha l’obbligo civile, morale, politico, di rendere manifeste le sue preferenze e di metterle a disposizione della conoscenza altrui. Della valutazione altrui.

Se quelle scelte sono state fatte per convinzione, e non per opportunismo, non si vede perché non possano essere controfirmate senza il più piccolo imbarazzo.

In caso contrario, non meritano nessun paravento. Nessun nascondiglio. Nessun alibi.

 

A testa alta, online e altrove

L’unica obiezione di qualche serietà, nell’Italia odierna, riguarda i territori in cui la presenza della criminalità organizzata è molto forte. Al punto da rendere pericoloso che si sappia come hanno votato le singole persone. Che solo per quello potrebbero essere soggette a intimidazioni, o peggio.

Ma questa, in effetti, è o dovrebbe essere l’eccezione. Da affrontare nell’ambito della lotta contro le mafie e affini, applicando nel modo più drastico le sanzioni a carico di chi ne faccia parte ed eserciti pressioni finalizzate a condizionare gli esiti elettorali.

Viceversa, come abbiamo detto, l’interesse prevalente è quello di una grande e definitiva operazione di trasparenza. Che nell’era dei computer, e di Internet, è di facilissima realizzazione.

La novità sarebbe clamorosa e di rilievo mondiale: un albo online da consultare liberamente e in cui poter osservare, via via, i posizionamenti (e i riposizionamenti…) di ogni concittadino.

Al posto delle solite ambiguità – per cui, ad esempio, molti non ammettevano di parteggiare per Berlusconi, ma poi lo votavano eccome – la massima chiarezza. Che sarebbe educativa di per sé e che, dall’ambito elettorale, tenderebbe a propagarsi a ogni altro ambito di interazione pubblica.

Già: pubblica.

Perché il voto non può rientrare nella sfera della privacy, che ricomprende invece quelle attività, e quelle decisioni, che non eccedono la sfera individuale.

Sarebbe magnifico: rendere normale che ci si guardi dritto negli occhi e ci si dica con franchezza cosa si pensa, sulle questioni di rilevanza collettiva. Per poi confermare quegli orientamenti all’atto del voto. E dare modo a chiunque di verificare quella coerenza.

Una rivoluzione copernicana. Che andrebbe accompagnata, a proposito di Internet. con la fine della pessima usanza di ricorrere ai nickname, versione tecnologicamente aggiornata – ma altrettanto vigliacca – delle vecchie lettere anonime.

Uomini e donne che vanno a testa alta e non hanno paura di manifestarsi.

Un sogno, per ora. Ma a occhi bene aperti.

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