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Feste di Natale. Il presepe è di destra o di sinistra?
Ragionamenti seri, una buona volta si spera, sulle deprimenti, rozze e incolte posizioni politiche in merito ai simboli tradizionali

Era impensabile, almeno per chi conosce i suoi polli, ovvero i suoi connazionali e soprattutto i politici, che in occasione di questo Natale non si verificassero le solite polemiche sterili e le solite strumentalizzazioni politiche sui simboli storicamente consolidati come è il caso del presepe. Realizzato originariamente a Greccio e presto diffuso su vasta scala ad opera di Francesco d'Assisi e dei suoi confratelli, il presepe esprime una fervida testimonianza di fede ma anche un messaggio etico di valorizzazione del lavoro di fatica e della dignità sociale degli umili. La raffigurazione di pastori, contadini, artigiani, invalidi, donne, bambini e animali domestici (non armigeri né soldati: si badi bene l'implicito invito alla pace) in atto di dirigersi con rispettoso omaggio, speranza e caritatevole volontà di aiuto verso il rustico e precario rifugio della Divina Natività indicato dalla stella cometa, si discosta atipicamente dai tradizionali schemi teologici della Chiesa ed esalta implicitamente ciò che quest'ultima in quel periodo storico colpevolmente sottovalutava ed emarginava: la predilezione di Cristo per i poveri e i deboli. Oltre a questi aspetti, stando all'evidente volontà e ai comportamenti espliciti del Santo, il presepe rappresenta un coinvolgente invito alla creatività popolare ispirata ai valori evangelici e un momento di condivisa unione affettiva di tutti i membri di una famiglia impegnati nell'umile opera celebrativa.

Anticipando sommariamente ciò che più avanti discuteremo più in dettaglio, rileviamo intanto come i suaccennati tratti del presepe oggi siano -diciamo-interpretabili piuttosto secondo una prospettiva “di sinistra” e non certo “di destra”.

Già questa sottolineatura del messaggio multiplo e complesso veicolato dal presepe dovrebbe suscitare salutari dubbi autocritici sulla artificiosa semplificazione della complessità che sembra essere un connotato rigidamente e tristemente tipico della politica attuale e -purtroppo- anche della mentalità corrente.

Né Francesco né la Chiesa, che con miope ritardo ne accettò la regola, prescrissero e neppure raccomandarono all'intera comunità cattolica la messa in opera del presepe. L'iniziativa fu lasciata al senso di spiritualità e alla libera volontà di espressione dei fedeli: tanto è vero che l'usanza del presepe attecchì soprattutto in Italia e assai meno aldilà della cerchia alpina.

Il percorso storico-culturale dell'albero di Natale e della connessa figura di Babbo Natale rivela invece chiare origini nordiche pagane, ma è oramai divenuto anch'esso un simbolo universale di pace, di gioiosa creatività, di considerazione per i bambini, specie se poveri, oltre che punto d'incontro degli affetti familiari, e in quanto tale accolto dalle Chiese cristiane e dall'umanità intera, “terzo mondo” compreso. Altro simbolo tradizionale alquanto “di sinistra”.

Gli attacchi o le difese di provenienza politica nei confronti di questi simboli che dovrebbero invece essere affidati alla libera volontà celebrativa di singoli, famiglie e comunità locali, a parere di chi scrive non hanno molto senso, se non in astratta e sostanzialmente futile teoria: ancor meno ne hanno se divengono, come purtroppo accade, pretesti per accaparrarsi facili e superficiali consensi politici o per istigare aggressive forme di dissenso, sempre in chiave politica. Se il mondo della politica stesse sanamente lontano da problematiche “bagatellari” del genere e pensasse di più ai bisogni urgenti dei cittadini, se ne avvantaggerebbe l'intera collettività.

Tra gli esempi negativi dell'indebita attribuzione di tratti politicamente o socialmente significativi ai suddetti simboli possiamo citare recenti episodi nei quali il peggio della Sinistra e della Destra si alimentano provocatoriamente a vicenda.

In un recente talk-show Vauro sostiene di vedere in Babbo Natale “un ciccione con un'aria anche vagamente pedofila”: fantasiosa tesi aberrante subito contestata dagli interlocutori di destra e di sinistra presenti in trasmissione.

Meno censurabile ma poco opportuna appare la pur legittima scelta di alcune insegnanti di Nonantola che hanno collocato la Sacra Famiglia su una zattera da migranti. Ma prima di questa insolita opzione i bambini conoscevano già il presepe tradizionale? Altrimenti l'intento del messaggio potrebbe loro sfuggire come del resto sarebbe interpretabile in molti sensi anche da parte di un adulto ben consapevole del significato tradizionale del presepe. Una “pacchia” (termine oggi di moda) per leghisti e xenofobi che possono così motivatamente ribaltare contro la sinistra l'accusa di fuorviante semplificazione del messaggio, oltre tutto rivolto a bambini di fasce d'età facilmente condizionabili.

In Piemonte l’assessora all’Istruzione Elena Chiorino (come la Regione Lombardia e il Comune di Grosseto) in una lettera ai direttori scolastici e ai presidi invita a promuovere presepi, recite e canti natalizi tradizionali che sono – dice – “parte fondante della nostra identità”.

Manca solo l'invito alle scuole a cucinare il brasato al barolo con polenta. Se queste sono le (sacre? granitiche?) “parti fondanti” dell'identità, che dire della millenaria tradizione greco-romana e cristiana? Se si incoraggiassero le scuole a coltivare in vista del Natale specifiche tematiche di arte, letteratura, storia profana e storia religiosa, opportunamente differenziate per i diversi gradi di scolarità, non sarebbe assai più coerente e costruttivo?

Vogliamo una buona volta essere seri, tenendo conto peraltro che secondo un'indagine di Skuola.net, solo il 3% dei ragazzi intervistati tra 11000 studenti di scuole medie inferiori e superiori ha costruito in aula il presepe? Il 36%, invece, ha installato l’albero. C'è chi si limita a semplici addobbi e ghirlande (40% dei casi). Tra i motivi dichiarati, si registra anche il rispetto per i ragazzi di altre religioni.

E' il caso di mestare politicamente nel torbido, distorcendo propagandisticamente ad arte questo quadro di spontanea e pacifica neutralità rispetto alle tradizioni e ai simboli? E vogliamo una buona volta finirla con le semplificazioni fuorvianti, con infondati giudizi denigratori, con colpevoli ingenuità controproducenti e soprattutto con le strumentalizzazioni ideologiche? Di per sé, il rispetto per le tradizioni o la loro svalutazione non sono né di destra né di sinistra. A dimostrazione dell'insormontabile ambiguità e vaghezza delle interpretazioni ideologiche dei simboli tradizionali, torniamo proprio al presepe.

Per gli illuministi progressisti ed atei del '700 era una buffonata catechistica. Per Hegel il tema ascetico cristiano dell'umiltà era espressione della “coscienza infelice”, estraniata da sé stessa. Per Marx l'origine del presepe lo confinava inappellabilmente nell'ambito dell'alienazione religiosa in quanto “oppio dei popoli” e strumento di potere delle classi dominanti. I nazisti aborrivano dalle simbologie della pace e della mansuetudine. Il franchismo invece idolatrava il presepe ed ogni simbolo affine. Mussolini voleva abolire il Natale. Il governo sovietico e il PCUS si avvalevano dell'appoggio della chiesa ortodossa ufficiale (altre comunità ortodosse erano invece dissenzienti) e delle sue festività per sostenere la stabilità del regime dichiaratamente ateo. Ma pur ammettendo, e non concedendo se non in misura minimale, che il culto per la tradizione sia forse di fatto complessivamente -non necessariamente- piuttosto congeniale alle visioni di destra, sottrarlo alla libera scelta non ideologica per farne uno stupido, improduttivo, pericoloso terreno di scontro tra forzature ideologiche da ambo le parti, è da incolti prevenuti e faziosi.

La sinistra ha perso non solo voti, ma un'irrecuperabile opportunità storica, lasciando alla destra la difesa delle tradizioni perfettamente compatibili con l'assetto democratico, come pure la vigile attenzione sull'ordine pubblico, sul disagio delle periferie, sulle inquietudini suscitate da un ingente flusso migratorio. Ancora una volta, grande “pacchia” per la destra che si presenta -seppure con approssimativa cultura politica di fondo, spesso nelle forme più becere e talvolta contigue al neofascismo- come plausibile (o illusorio?) argine protettivo contro l'inarginabile globalizzazione rispetto alla quale l'Italia non può fare un bel niente o un deprimente “ben poco”.

Destra e sinistra si ritrovano però sulla stessa linea quando omettono di rendere più rigorose le norme sulle scarcerazioni facili e replicano amnistie e indulti con il cialtronesco argomento del sovraffollamento delle carceri. Certo, costruire nuove carceri, mantenerle e assumere altri agenti penitenziari costa. Ma non si tratta forse di investimenti utili, di nuovi posti di lavoro e di immissioni di liquidità tanto sbandierati come fattori di crescita dell'economia?

Stiamo a prenderci per i fondelli? Giorgio Gaber si chiedeva: “La doccia è di destra o di sinistra?”. E la vasca da bagno?


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