VECCHI NODI CHE VENGONO AL PETTINE
Rumors: senatori M5S verso la Lega. Chi minimizza fa l’errore più grosso
Di Maio si sbaglia, liquidando l’ipotesi con uno sprezzante “Salvini apre il mercato della vacche. Spero che non partecipi nessuno”

Banali voltagabbana, i senatori M5S che sarebbero in procinto di passare alla Lega? O sostenitori sinceri del MoVimento che stanno per lasciarlo in quanto sono rimasti delusi dalle decisioni prese negli ultimi mesi da Grillo & C., a cominciare dall’alleanza quanto mai impura con il PD?

La cosa bizzarra, e allo stesso tempo rivelatrice, è che in astratto reggono benissimo entrambe le ipotesi. Confermando che il problema esiste e che ha motivazioni profonde. Vedi le passate e ripetute defezioni, anche negli anni precedenti all’attuale legislatura e pure fuori dal Parlamento: Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma che è riuscito a farsi eleggere per un secondo mandato dopo essere uscito dal M5S, è il caso più noto, ma di nomi se ne potrebbero fare svariati altri. Così come, benché senza arrivare agli abbandoni definitivi, sono frequenti i casi di dissidio interno, su questioni di tale rilievo da non poter essere ridotte a semplici malintesi o a capricci individuali.

La verità, ben diversa, è che finora si è puntato molto di più sul coinvolgimento emotivo, anziché sull’adesione consapevole. Nell’intento di ottenere il massimo seguito possibile, da parte dei tantissimi cittadini che giustamente erano ansiosi di voltare pagina e di affrancarsi dal dominio dei soliti partiti di centrodestra o di centrosinistra, si sono lasciate troppe cose nel vago. Sia sul piano dei contenuti, sia su quello delle modalità di selezione dei candidati. E quindi degli eletti.

Le due questioni, peraltro, sono intimamente connesse. La mancata precisazione degli aspetti diciamo così ideologici ha fatto sì che, a parità di buonafede, si avvicinassero individui con aspettative assai diverse. Poiché si riconoscevano nelle singole istanze, o nella maggior parte di esse, si sono convinti che quelle specifiche battaglie rientrassero in un modello altrettanto in linea con le loro convinzioni personali.

Il desiderio che fosse così li ha indotti a non sottilizzare. Facendoli precipitare in un classico esempio di proiezione arbitraria, un po’ come avviene negli innamoramenti avventati: poiché noi amiamo il MoVimento, il MoVimento ci ricambierà in tutto e per tutto. Non soltanto oggi ma anche in futuro.

Consciamente o inconsciamente, si è dato per certo che la consonanza iniziale non sarebbe mai venuta meno. Con l’andare del tempo, al contrario, l’identità si sarebbe definita appieno. E proprio nel senso che ciascuno di quei fervidi militanti si attendeva.

Una sicurezza terribilmente affrettata.

Una cantonata in piena regola.

Chi semina ambiguità…

Quali che siano stati i motivi che hanno indotto i vertici a seguire questa linea, che un po’ brutalmente si potrebbe definire del “ci penseremo dopo”, il dato di fatto è che si è trattato di un azzardo. Una scommessa oggettivamente rischiosa il cui presupposto è che comunque, alla fine, i vantaggi saranno superiori agli svantaggi.

Magari Grillo confidava che bastasse il suo carisma ad appianare tutte le divergenze e a far superare le relative delusioni, ma la speranza di uscirne indenni si è rivelata un clamoroso errore. A meno che, si intende, il vero scopo fosse proprio quello di imbrigliare il vastissimo malcontento esploso dal 2008 in poi, sull’onda della grande crisi divampata negli USA, affinché non andasse a incanalarsi altrove. Diventando davvero pericoloso per il sistema.

Sia come sia, e senza dimenticare che si tratta di differenze decisive riguardo al giudizio da dare sull’intera iniziativa, ciò che è mancato è il passaggio dalle istanze “spot”, per quanto fondate, a un quadro organico di principi generali inequivocabili e di linee di intervento coerenti.

Un conto, infatti, è il sacrosanto rifiuto delle consuete e usuratissime categorie di “destra” e di “sinistra”. Tutt’altro è non fissare mai delle chiavi di lettura ad ampio o ad amplissimo raggio. Ossia delle nuove sintesi (per dirla con quel brillantissimo studioso che è Alain De Benoist) che chiariscano una volta per tutte non solo da quale parte si sta, rispetto a tematiche cruciali come il modello liberista della globalizzazione e l’immigrazione di massa, ma soprattutto il perché.

Ammesso che rigenerare il M5S sia ancora possibile, chi voglia cimentarsi nell’impresa dovrebbe ripartire da qui. Dal prendere atto che questi errori sono stati commessi e che, omettendo di riconoscerli e di sanarli, la guarigione non potrà certo essere spontanea: tra gli eletti proseguiranno le diatribe e, nei casi più gravi, i riposizionamenti altrove; tra gli elettori crescerà il disorientamento, fino alla disaffezione e alla ricerca di altri sbocchi.

Parlare di “mercato delle vacche”, come ha fatto Di Maio riguardo al possibile o incombente passaggio di alcuni senatori pentastellati alla Lega, ignora un significativo dettaglio: quelle “vacche” ce le hai portate tu, in Parlamento.

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