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"La cultura occidentale lo ha rovinato". Padre deporta il figlio in Bangladesh
Il 12enne era il primo della classe, amava leggere ed era campione di scacchi. L’ultimo, disperato messaggio del ragazzo a un vicino: "Aiutami, mi stanno portando a Dacca!"

A soli 12 anni, era il primo della classe e un baby campione di scacchi, vincitore di vari tornei nel suo circolo locale. In più amava leggere, soprattutto classici d’avventura, da Jules Verne a Emilio Salgari a Jack London, ma anche autori più complessi come Edmondo De Amicis, Primo Levi o Anna Frank. Qualunque genitore sarebbe stato fiero di lui. Ma non i suoi. Non suo padre, un manovale originario del Bangladesh, che non poteva sopportare che quel ragazzino, nato e cresciuto nel Vicentino, a Montecchio Maggiore, stesse crescendo troppo “all’Occidentale”.

«Non lo riconoscevo più, mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato...». Queste le surreali parole con cui l’uomo ha spiegato l’assurda decisione di deportare Ahmed (nome di fantasia) a Dacca assieme alla moglie e agli altri due figli, di 11 e 3 anni. «Ho salvato lui e i suoi fratelli» ha confidato ai cronisti.

“Salvati” dall’influenza del vicino di casa, l’architetto Giancarlo Bertola, che aveva preso a cuore le sorti del piccolo, coetaneo di suo figlio, dopo aver saputo che era stato bocciato in prima elementare perché non sapeva una parola di italiano: era infatti rimasto sempre chiuso in casa, dove si parlava solo la lingua materna.

«Ho proposto ai genitori di aiutarlo nei compiti» ha ricordato Bertola. «Lui e il fratellino hanno preso a studiare regolarmente a casa mia, li portavo al cinema, un gelato in piazza, una pizza in compagnia». Intelligente, avido di conoscenza, Ahmed ha imparato benissimo l’italiano, tanto che in quinta elementare è stato promosso con il massimo dei voti.

E poi gli scacchi. Un’idea nata per caso, dalla constatazione che i due ragazzini non facevano alcuno sport. «È diventato un asso» ha raccontato ancora l’architetto. «Vinceva trofei al circolo locale ma non voleva portarli a casa per paura del papà».

L'uomo considerava quel passatempo una perdita di tempo, e Bertola l’origine di tutti i mali: «Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio» la sua accusa.

Il manovale vedeva poi con preoccupazione il desiderio di Ahmed di proseguire gli studi, forse addirittura di laurearsi. Per lui, finita la scuola dell’obbligo il ragazzo avrebbe subito dovuto iniziare a lavorare. A nulla era valso l’intervento di Bertola, che su richiesta del bambino aveva spiegato ai suoi genitori che studiando avrebbe guadagnato di più: «Come risultato gli hanno vietato di uscire. A scuola andava scortato dal padre o dallo zio».

Unico contatto con l’esterno il telefonino, con cui il teenager riferiva all’amico architetto delle minacce di morte ricevute dal padre, delle percosse confessate anche nei compiti in classe. «Quando ritorno a casa, loro mi picchiano» aveva scritto a maggio. E pochi mesi dopo, a settembre, il dodicenne si era sfogato in un altro tema: «Lui ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena», e sua madre non aveva fatto nulla per difenderlo.

Alla fine erano intervenuti gli assistenti sociali, e al manovale dev’essere sembrata l’ultima goccia. Per questo ha strappato suo figlio alla vita che amava - oltretutto con l’inganno. «Aiutami, mi hanno detto che mi portavano dal medico e invece mi stanno portando in Bangladesh» è l’ultimo, disperato messaggio che Ahmed è riuscito a inviare a Bertola usando di nascosto il cellulare della madre. Era il 24 ottobre scorso, e l'adolescente si trovava già a Dubai.

Poi il silenzio. Un silenzio che però, dopo settimane, è stato interrotto per un attimo, pochi brevi istanti in cui i suoi amichetti sono riusciti a chiedere ad Ahmed quando sarebbe tornato. «Ha risposto forse tra 5 mesi, così sarà di nuovo bocciato… Altrimenti, ha scritto, a 18 anni e un giorno».

Bertola però non si rassegna. Ha scritto una lettera accorata all’attenzione del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ha esortato l’ambasciata italiana di Dacca a fare «tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini».

Appelli che condividiamo di tutto cuore. Perché non si dovrebbe mai spegnere la luce della speranza. Soprattutto se è la speranza di un bambino.

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