PARTITI AL CAPOLINEA
Scienza dell’ovvio: il PD rifà lo statuto e nell’art. 1 si dichiara antifascista
Dall’Ilva ai rapporti con il M5S, Zingaretti & C. sono più che mai a corto di idee degne di tal nome. Ed ecco la genialata: rispolverare i cimeli di famiglia ed esibirli come propri titoli di merito

Notiziona: il PD è antifascista. E per togliere ogni dubbio (a chi? Ai bimbetti delle elementari? Ai cosiddetti migranti che arrivano qui in modo più o meno clandestino e che, in attesa di diventare italiani per legge, dell’Italia non sanno un tubo?) lo specifica al punto 1 del nuovo statuto.

Si fa fatica a non ridere. O a non sogghignare: perché una scempiaggine di questo calibro non ha nemmeno il merito di far scoppiare una bella risata. Tutt’al più, appunto, può suscitare un risolino di scherno. Accompagnato da uno scuotimento sconsolato della testa.

Siamo nel 2019. Sono passati 74 anni abbondanti dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del fascismo. Ne sono passati quasi 72 dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che nella XII Disposizione transitoria e finale statuisce espressamente che “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Siamo nel 2019. E se è vero che dalla fondazione del PD sono trascorsi “solo” 12 anni, è altrettanto vero che si tratta pur sempre dell’ultima germinazione del vecchio PCI. Che essendo “comunista” era per definizione, e per schieramento internazionale, in antitesi al fascismo.

Da cosa dipende, allora, la decisione di riaffermare in pompa magna un dato di fatto così lapalissiano?

La risposta, nella sua versione sbrigativa, è semplicissima: dalla mancanza di parole d’ordine più attuali.

Come ha detto Matteo Orfini, che di questa sciagurata combriccola è stato presidente dal 2014 al marzo scorso, «Oggi non si sa cosa voglia fare il PD. Se tu fermi uno per strada e gli chiedi cosa vuole la Lega lo sa, cosa vuole di Maio lo sa, cosa vuole il PD ti risponde “boh”».

L’intervista non è di chissà quando. È stata pubblicata dal Corriere della Sera giusto ieri.

PD: Politicamente Deforme

La succitata “versione sbrigativa” merita un approfondimento. Perché ciò che adesso è più che mai evidente ha origine in processi che sono in atto, invece, già da molto tempo.

L’odierna siccità delle idee con la I maiuscola comincia nel momento stesso in cui la politica diventa mestiere. E in nome delle carriere personali si rinuncia a perseguire dei cambiamenti su larga scala che siano in contrasto – che abbiano il coraggio di essere in contrasto – con le linee guida dei modelli dominanti a livello internazionale.

Il liberismo scatena la sua controffensiva, a partire dall’asse Thatcher-Reagan a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, e la “Sinistra” inizia una serie infinita di arretramenti. Che si contrabbandano come tattici, ossia legati solo alle circostanze del momento, ma che ben presto si rivelano strategici, rinunciando alle lotte del passato e appiattendosi sui nuovi rapporti di forza.

La scusa è il pragmatismo: bisogna essere “ragionevoli” ed evitare che i conflitti, a cominciare da quello tra lavoratori dipendenti e imprese, si esasperino a tal punto da far inceppare la crescita economica.

La verità è l’opportunismo: bisogna piegare la testa, sia pure nascondendolo il più possibile, per evitare che i conflitti sociali si scatenino e mettano a repentaglio le posizioni di potere acquisite nelle rispettive nazioni. Il “comunismo all’italiana” ha prodotto un vasto ceto di “comunisti all’italiana”: che guadagnano bene con le cooperative, con le prebende dello stato e del parastato, e magari anche direttamente con le aziende private.

La “Sinistra” si attorciglia su sé stessa. Bei discorsi in piazza, e nemmeno sempre. Belle o bellissime case ai Parioli o a Capalbio o altrove, e nemmeno con la discrezione di chi, in linea di principio, dovrebbe non soltanto difendere il proletariato ma condividerne i destini. Anziché accettare lo scontro con l’establishment – come fecero i veri sindacalisti e gli autentici socialisti del passato – ci si accomoda in una coesistenza sempre più morbida, comprensiva, succube.   

Ed ecco, com’è ovvio, che insieme alla prassi si inaridisce la teoria. Se non ci sono grandi battaglie da affrontare, le parole d’ordine si riducono a chiacchiere. Oppure svaniscono del tutto, dal mondo del lavoro e dell’economia, per trasferirsi nel campo, altisonante ma spuntato, dei “diritti civili”: viva le minoranze sessuali ed etniche, ma a patto che non interferiscano con il capitalismo trionfante.

Sono queste, le tare genetiche che si porta dentro il PD e che lo hanno trasformato via via nell’attuale ectoplasma, ed è su questo che i suoi dirigenti e i suoi iscritti dovrebbero riflettere a fondo.

Dichiararsi “partito antifascista” è l’ennesima dimostrazione che non solo non sono capaci di trovare le soluzioni, ma non sono nemmeno all’altezza di formulare correttamente il problema.

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