DI PIERO MONTANARI
Un "nanetto" di 2 milioni di anni ci insegna la stupidità del razzismo
Oggi si parla tanto di razzismo e tante sono le manifestazione di questo ignobile e inumano sentimento...

Oggi si parla tanto di razzismo e tante sono le manifestazione di questo ignobile e inumano sentimento, spesso dettato solo dalla paura, dal sospetto e dall'incapacità di relazionarsi con il “diverso da noi”. Ma sbagliano i difensori delle razze pure che, in realtà, non esistono e non sono mai esistite nella storia dell'Uomo. Eccone una prova tangibile. Pochi anni fa, in una grotta del Sudafrica fu scoperto un ominide, detto l'uomo di Naledi, che incuriosì moltissimo gli scienziati per le sue tante nuove caratteristiche, soprattutto per quelle che morfologicamente lo differenziavano da ogni altro ominide scoperto fino ad oggi, come l'Homo Erectus, l'Homo Abilis, l'Australopiteco, il Sinantropo o i recenti Uomo di Neanderthal e l'Homo Sapiens.

Alto un metro e 50, di circa 45, 50 chili diventerà, con tutta probabilità, il nostro cugino più anziano. Ad un primo tentativo di datazione degli oltre 1.550 resti ritrovati a 30 metri in quella zona che viene considerata dall'Unesco patrimonio dell'umanità, per la immensa ricchezza dei reperti archeologici, l'Homo Naledi dovrebbe avere tra i centomila e i due milioni e mezzo di anni. Un cervello piccolo, un corpo miracolosamente eretto, mani prensili ma piedi che già suggeriscono la possibilità di muoversi e fare lunghi spostamenti, cosa che ominidi e uomini, da quando esiste la nostra razza fanno da sempre ed in ogni era, in ogni epoca.

Gli uomini si spostano da sempre nel mondo, attraverso i continenti, viaggiano, seminano se stessi, si fermano, costruiscono, ripartono, creano razze. Noi siamo da sempre razze mescolate, asiatici, indoeuropei, gialli, rossi, neri, alla faccia di chi si danna, da vero pericoloso ignorante, a sbandierare la purezza di questa o quella genia umana. La scoperta dell'Uomo Naledi ci riporta improvvisamente alla realtà, con il suo piccolo cervello, ma con il suo corpo già così ben eretto e suoi bei piedi piantati sulla terra e pronti al balzo verso nuove avventure e nuove mescolanze etniche, cosa che di sicuro avrà fatto.

Un cervello piccolo, si diceva, ma seppelliva i suoi morti, segno di una stilla di civiltà che lo iniziava ad illuminare. Ci piacerebbe che questa straordinaria e, in fondo, tenera scoperta del vecchio cugino Naledi, potesse infondere un po' di sale nel cervello ben cresciuto ma così poco funzionale di tanti che temono e osteggiano i movimenti delle masse umane nel mondo.


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