PAROLE PAROLE PAROLE
Omicidio Sacchi: il legale dell’assassino puntualizza che lui, ahimè, non voleva
Valerio Del Grosso continua a rifiutarsi di rispondere agli inquirenti. Però il suo avvocato dichiara ai media che è dispiaciuto e che “ha chiesto scusa”

Oplà.

Parla l’avvocato di Valerio Del Grosso, il giovanotto che ha ammazzato Luca Sacchi sparandogli in testa, e ci fa sapere che il suo assistito «ha chiesto scusa per quello che è successo. Non voleva uccidere nessuno».

Ha chiesto scusa?!

Non voleva uccidere nessuno?!

Ammettiamo pure che l’assassino abbia davvero pronunciato queste parole. E che quindi non si tratti di una mossa difensiva del suo legale. Una mossa, peraltro, non proprio inedita e men che meno brillante: irritante, semmai. Ma anche se le frasi fossero realmente farina del sacco dell’omicida, la cosa assurda è immaginare che possano valere come attenuante. Mentre invece risuonano talmente superficiali da diventare quasi l’opposto: un’aggravante morale, se non giudiziaria.

Un’aggravante individuale, nel caso specifico. Un’aggravante di portata collettiva, visto che questo approccio a metà strada fra la semplice stupidità e il calcolo meschino – meschino e sbrigativo – si è ormai diffuso un po’ dappertutto. La tendenza generale è quella di attenuare le responsabilità, riducendo tutto a un inciampo occasionale: quand’anche le azioni siano gravi, o gravissime, e palesemente deliberate, o persino premeditate e ripetute nel tempo, i colpevoli che non possono negare di aver fatto ciò che hanno fatto si rifugiano di slancio nel comodo riparo del “sì, mi dispiace, ho commesso uno sbaglio”.

Uno sbaglio?!

“Scusa, Luca Sacchi, se ti ho sparato in testa”

Uno sbaglio è cosa completamente diversa da un crimine. E a maggior ragione da un omicidio. O da una corruzione pluriennale, e arrogante, alla Roberto Formigoni. Uno sbaglio è una manchevolezza per lo più di modesta entità, che spesso scaturisce da un’intenzione che di per sé non sarebbe neanche negativa.

Se ci si prende la briga di consultare un dizionario (cosa che si dovrebbe fare molto più di frequente, soprattutto ora che in Rete se ne trovano svariati e manco a dirlo ad accesso gratuito) se ne ha l’immediata e inequivocabile conferma. “Sbaglio” ha sì molteplici significati, ma accomunati da una distanza enorme dagli atti di violenza e da altri gravi reati.

Facciamolo insieme, allora. Prendiamo il vocabolario online della Treccani e verifichiamo. Saranno venti secondi ben spesi.

Le quattro varianti indicate sono: 1) Errore di valutazione o di giudizio; 2) Equivoco, scambio involontario di una persona o di una cosa con un’altra; 3) Errore commesso nello svolgimento di un’attività o nell’esecuzione di un lavoro, per scarsa esperienza o per imperfetta conoscenza delle norme tecniche; 4) In senso morale, colpa, mancanza più o meno grave (con senso attenuato rispetto a errore).

Lo sbaglio è una sorta di svista.

I delinquenti non “sbagliano”. Delinquono, appunto.

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