AUSPICI CHE DIVENTANO DOGMI
No UE all’ergastolo ostativo e benefici anche per i boss. Ce lo chiede l’Europa…
Rigettato il ricorso italiano contro la “sentenza Viola” del giugno scorso. Il carcere a vita sarebbe incompatibile con l’art. 3 della Convenzione sui diritti umani

È il guaio di certe affermazioni di principio: belle, nobili e altisonanti in teoria. Brutte, ingiuste e ipocrite all’atto pratico. La realtà esigerebbe soluzioni concrete ma quelle “splendide” asserzioni le rendono impossibili. D’altronde che cosa gliene frega, agli impettiti profeti dell’astrazione di turno? Loro hanno pontificato e tanto basta. Con le conseguenze ci si scorneranno i cittadini.

Nel caso specifico parliamo della Convenzione sui diritti umani, o più precisamente  la “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali”, la cui prima ratifica risale al 1950 e che da allora in poi vincola tutti gli stati aderenti alla UE. Affidandone l’applicazione giurisdizionale alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

L’articolo 3, in particolare, afferma che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. E in effetti la sua ragion d’essere è esplicitata proprio nell’intestazione che recita “proibizione della tortura”. Ma si sa come gira: il diavolo è nei dettagli. E l’inferno è nelle interpretazioni estensive. A partire dalla dicitura conclusiva, sui “trattamenti inumani o degradanti”, ci si può tirare dentro qualsiasi cosa. E cammina cammina (o regredisci regredisci), in questi tempi di pseudo progressismo anche quello che all’origine sembrava del tutto normale finisce con l’essere presentato come una violenza terribile. Appunto “inumana”. Appunto “degradante”.

Eh no, l’ergastolo ostativo no…

Il 13 giugno scorso la succitata Corte europea ha emesso la “sentenza Viola”, che ha accolto l’istanza presentata dall’ergastolano Marcello Viola e ha ritenuto che l’ergastolo ostativo non sia accettabile. Il ragionamento, chiamiamolo così, è il seguente: poiché questo tipo di condanna esclude che i generali benefici di legge vengano riconosciuti a chi si è macchiato di alcuni reati di straordinaria gravità, a cominciare da quelli per mafia e terrorismo, la norma sarebbe in contrasto con il divieto dei “trattamenti inumani e degradanti”.

L’Italia ha fatto ricorso. Nella giornata di ieri il ricorso, com’era ampiamente prevedibile, è stato respinto. Secondo gli “illuminati” giudici di Strasburgo non c’è crimine sufficiente a rendere irrecuperabile chi lo abbia commesso. Persino i boss alla Totò Riina devono essere accreditati della capacità di riscattarsi. Quand’anche non abbiano dato alcun segno di pentimento. E pazienza se, per mezzo di quei benefici (a cominciare dai permessi premio che danno modo di uscire dal carcere), avranno l’occasione di tornare in contatto con il loro habitat mafioso.

Pietro Grasso, ex procuratore capo a Palermo, lo dice in maniera fin troppo garbata, ma la sostanza c’è: «Non sono sicuro che a livello europeo, attraverso la sola lettura delle carte, si riesca a percepire fino in fondo la pericolosità e l’incidenza della criminalità organizzata in Italia». E puntualizza: «un mafioso non può reinserirsi se non rompe le regole dell'organizzazione criminale, e questo si dimostra solo collaborando con lo Stato».

Non fa una piega. E serve pure a ricordare, alle “anime belle” che sentenziano a tavolino e non si curano delle ripercussioni sulla vita reale,  che non c’è nulla di più sbagliato che riassorbire i casi eccezionali nelle previsioni ordinarie. Fino, anzi, a negare che possano esservi tali condizioni di assoluta e insormontabile eccezionalità.

Tra i favorevoli alla sentenza UE, peraltro, c’è chi si appella pure all’articolo 27 della nostra Costituzione, il cui terzo comma afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma è un altro abbaglio. “Tendere alla rieducazione” non equivale affatto a dare per scontato che quell’obiettivo sia raggiunto, o anche solo avviato, solo perché un certo colpevole è stato preso, condannato e schiaffato in galera.

Piaccia o non piaccia, ci sono delinquenti i cui crimini non sono stati affatto degli “sbagli”, come ci si compiace di definirli da qualche anno in qua. Essi, al contrario, sono l’esito delinquenziale di una contrapposizione deliberata e irreversibile.

Fingere che non sia così non rende affatto più nobili, ma solo più stupidi e campati per aria. Per non dire di peggio.

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