POETA E FILOSOFO
L'Europa tra passato e futuro: C'era una volta la Sapienza
Trovare la sua firma, all’inizio di un articolo o sulla copertina di un libro, era sinonimo di quiete e lucidità contemplative

Guido Ceronetti si è spento il 13 settembre 2018, dopo una lunga vita dedicata agli abissi della metafisica e allo splendore della Parola. La sua voce aveva la rotondità, la sicurezza, la bellezza di chi, in questa esistenza, di cose ne ha viste, ascoltate, lette molte. Per la generazione degli odierni quarantenni, il suo nome era una sicurezza.

Trovare la sua firma, all’inizio di un articolo o sulla copertina di un libro, era sinonimo di quiete e lucidità contemplative, doti rare nell’Italia di ieri e di oggi. Libri come “Pensieri del Tè”, “Cara incertezza”, “Il silenzio del corpo”, “La lanterna del filosofo”, o il monumentale “La vita apparente”, tutti editi da Adelphi, esprimono la fisionomia di un pensiero, la cui presa sulla realtà era tanto salda quanto straniante.

Grande traduttore della Bibbia – Giobbe, Isaia, Salmi, Ecclesiaste, Cantico dei cantici – Ceronetti era impregnato di Apocalisse. La vita è una manifestazione del tragico e la tecnica contemporanea ha condotto una situazione, già di per sé critica, alla catastrofe. In queste tenebre che ci avvolgono, ogni tanto un lampo, uno squarcio di luce sapienziale, viene a medicare quella ferita che l’uomo è in quanto tale.

Da questo punto di vista, vale la pensa ricordarlo e salutarlo con uno dei suoi libri più riusciti: “Un viaggio in Italia” (Einaudi, 1983). Il tema del ‘viaggio in Italia’ ha nella letteratura europea, a partire da Goethe e Stendhal, una tradizione lunga.

La bellezza di “Un viaggio in Italia” sta in questo: un nomade metafisico, riottoso a ogni convenzione di scuola o di accademia, insofferente verso ogni aspetto consolidato e standardizzato dell’analisi teorica, in particolare per il livello sociologico-politico, estremamente versato nell’analisi della barbarie tecnica attuale – e si sente la mano di Heidegger in questa sensibilità così spiccata per la questione della tecnica – ci racconta, Petrarca e Manzoni alla mano, la decadenza civile, morale, politica del nostro paese.

La felicità della sua operazione letteraria consiste nel fatto, come anche altri pensatori e scrittori contemporanei hanno dimostrato (oltre ad Heidegger, si pensi a Jünger, Colli, Severino), che la parola arcaica è un ottimo reagente da lasciar depositare sul mondo ultra-tecnico in cui viviamo, tanto nel caso della Bibbia quanto nel caso dei Greci.

Certo, talvolta si vorrebbe un filo di speranza in più, una ventata di ottimismo, ma l’abito tragico di Ceronetti (come quello di Adorno) è abbottonato molto stretto e queste concessioni “troppo” umane al senso comune, non sono ammesse.

Ma la sua posizione non è certo stigmatizzabile dal facile ottimismo contemporaneo. Una generazione che ha visto la Seconda guerra mondiale, con le sue bombe atomiche e le sue soluzioni finali, la guerra fredda, il totalitarismo sovietico, le dittature in Sudamerica, il terrorismo rosso e nero – da questo tipo di fenomeni, nasce la posizione radicalmente anti-ideologica di Ceronetti – dovette imparare a pensare tragicamente ed è difficile dargli torto. Inoltre il suo modo di muoversi nel mondo, da guitto e non da accademico, riverbera sulla sua scrittura.

Chi sa fa, chi non sa insegna, dice il proverbio. “Un viaggio in Italia” è attraversato, per intero, dalle scritte sui muri dell’Italia dei primi anni ’80, molto spesso senza un commento. Si tratta di una lente fenomenologica sul cretinismo di allora, che ricorda molto da vicino quello di oggi, essendo il cretinismo sempre uguale a sé stesso. Altro aspetto di non secondaria importanza era il suo vegetarianismo, che era rispetto profondo per ogni creatura.

Erano, dunque, il Male e il Dolore, sia fisico che psichico, ad interessare Ceronetti, nonché quelle parole in grado di medicarli: la Bibbia, la Grecia, Spinoza, molti momenti della letteratura europea (spesso italiana), non senza una costante attenzione all’Oriente. Fiammeggiante come la gloria, la prosa di Ceronetti inseguiva il negativo, ovunque questo si manifestasse.

Era, la sua, una caccia verso ciò che di orrido o distruttivo, la nostra vita produce spontaneamente dal suo seno. A quei giovani, o a quegli adulti, che ancora cercano la purezza nella politica – terribile vizio che il Novecento ci ha lasciato in eredità – consiglierei la scuola della sua Parola, fatta di rigore e sobrietà. 

 

 

 


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