GENITORI E FIGLI
Genitore 1 e 2, una questione che non esiste. Abbattiamo i luoghi comuni
Nell'opposizione a una semplificazione burocratica ci sono molti luoghi comuni da sfatare

Confesso che non mi appassiona la polemica su Papà e Mamma contro Genitore 1 e 2… la trovo sostanzialmente una stupidaggine su cui non ci sarebbe da perdere molto tempo. Tuttavia la vicenda porta con sé alcuni luoghi comuni che vorrei contribuire a sfatare e che invece meritano una riflessione. Riporta fedelmente Federico Zamboni sul suo articolo di ieri dal titolo:”Garante privacy: non padre e madre, ma “genitore 1” e “genitore 2”:  Secondo il Garante della privacy, l’autority istituita con la legge 675/1996, sui moduli per la richiesta dei documenti di identità dei minorenni non bisogna tornare a usare i consueti termini di padre e madre, ma conservare quelli di “genitore 1” e “genitore 2”.

Non sono assolutamente in polemica con l’autore dell’articolo, lo premetto. Mi rendo conto che lui si muove sul filo del “buon senso”. Tuttavia è proprio quello che noi consideriamo “buon senso”, che ha un “senso” molto relativo e per nulla discendente da una presunta naturalità, come cercherò di spiegare più avanti.

Ogni figlio è un figlio di tutta la comunità

Chiaramente ogni bambino per nascere avrà avuto bisogno di un uomo e di una donna, anche se oggi non è detto che questo poi si traduca, a posteriori, nella presenza familiare effettiva di un padre e una madre. Sono molte le famiglie che si sfasciano, spesso addirittura prima ancora che il figlio nasca e non è detto che poi lui possa crescere “naturalmente” con le due figure genitoriali, cui tutti siamo abituati. Sono molte le forme di civiltà in cui non necessariamente la famiglia che cresce il bambino è composta secondo i dettami della nostra cultura.

Un proverbio mbangi dice: Un bambino beneducato si prenderà cura di tutto il villaggio, mentre un bambino maleducato non aiuterà nemmeno i propri genitori. Ci sono popolazioni nelle quali i figli sono ritenuti una ricchezza di tutta la comunità e vengono fatti vivere in un ambiente comune, fino a una certa età infantile. Se si muovono negli spazi pubblici, tutti gli adulti sono tenuti a occuparsene, non c’è un solo padre e una sola madre, a parte quelli fisiologici, ma tutti i membri della comunità, quando se ne presenti la necessità, lo sono nel senso della responsabilizzazione e della dimostrazione d’affetto. I bambini si abituano a socializzare e sento attorno a sé l’affetto di tutti gli adulti. I bambini non hanno un nome, se non uno fittizio che poi viene abbandonato ad un’età di passaggio, nell’adolescenza. Quando l’ex bambino stesso decide, d’accordo con la comunità e i saggi, quale sarà il suo vero nome. Se la sua indole sarà quella creativa ed è un bravo disegnatore, potremmo pensare per lui il nome di Amedeo, in onore di Modigliani, il pittore. Se fosse un bambino con l’indole del costruttore di grandi strutture, potremmo chiamarlo Renzo in onore dell’architetto Piano. Se fosse un viaggiatore o un impavido cacciatore, potremmo chiamarlo Cristoforo oppure David, come Crokett. Ovviamente sto facendo un parallelo con la nostra cultura e i nostri personaggi, per farvi comprendere come funziona, non potendo usare i nomi della tribù africana cui mi riferisco. L’idea che una persona decida come chiamarsi in base all’indole mi seduce abbastanza e mi sembra un passo avanti rispetto alle nostre imposizioni, che comunque se ne fottono dell’indole di ciascuno e dei suoi diritti individuali.

Nello Yunnan vive il popolo Mosuo, dove è il fratello della madre a fare il papà

Non c’è unico modello di famiglia nelle culture dell’umanità

Vi sono culture (nell’enclave cinese dello Yunnan per esempio) in cui le donne non sono tenute a sposarsi e se vogliono figli possono farlo, una volta conquistata l’indipendenza economica. È la comunità di Loshui, dove vivono 25.000 Mosuo, le cui femmine possono scegliersi i compagni di letto che vogliono e cambiarli anche spesso, senza nessuna riprovazione sociale. Sono i loro fratelli a fare da padre ai loro bambini. Potrei continuare ma vi annoierei. Voglio dire che nel mondo, che è bello perché è vario, non c’è solo una famiglia “naturale” e non è detto che per allevare i bambini vi sia solo il modo che conosciamo noi. Anzi. E non mi pare che il nostro alla prova dei fatti sia da ritenersi il migliore. L’importante per il bambino è essere amato e accudito e questo lo può fare la comunità, quando rispetta le regole. Lo possono fare gli zii o i nonni, lo può fare una persona che adotti il piccolo.  Quello che invece a un bambino non fa bene è avere due genitori “naturali” che si odiano e che si prendono a male parole, fino a farsi del male, e che magari picchiano anche lui. Non fa bene al bambino avere un padre “naturale” che abusa di lui, o che molto più modestamente lo ignora, non se lo fila mai perché passa il tempo con gli amici, o con i colleghi di lavoro.  Non fa bene al bambino avere una madre “naturale” che non regge allo stress della maternità, che ha ambizioni e smanie di successo dimenticando le esigenze del figlio. Non fa bene al bambino una madre frustrata, che non cercava nella famiglia la sua realizzazione. Purtroppo è rimasta in cinta suo malgrado, ha sbagliato, s’è pentita e non ha potuto abortire, per uno qualsiasi dei mille motivi per cui potrebbe essere stato così.  Di famiglie smembrate, incasinate, stravolte oggi se ne incontrano fin troppe e l’amministrazione pubblica deve pur tenerne conto in maniera da rispettare la privacy dei genitori e del bambino.

La cernia bruna: maschio e femmina dipende dall'età

Cos’è “naturale”? Che ci dimostra la natura?

Polemizzare con l’amministrazione e le scelte del Garante non ha granché senso. Non si tratta di “andare indietro o avanti”, né di stabilire cosa sia logico, naturale e sensato, ma di fare il meglio possibile gli interessi dei cittadini, il bimbo in primis. Fermo restando che il bambino potrà chiamare mamma e papà le due figure genitoriali che lo crescono, a prescindere se siano quelli “naturali” che , avrete capito, per me non significa nulla. I figli sono di chi li cresce e non di chi li mette al mondo.  Quante volte abbiamo sentito questa logica frase? Eppure ancora si sente parlare di naturale, anche se nell’universo non tutta la genetica prevede un maschio penetratore e una femmina imbarazzata ai fini della procreazione. Cos’è dunque “naturale”? La cernia che da maschio si trasforma in femmina è forse innaturale? La partenogenesi è innaturale? La partenogenesi è un modo di riproduzione di alcune piante e animali in cui lo sviluppo dell'uovo avviene senza che questo sia stato fecondato. Può essere considerata come una riproduzione sessuale “asessuata" (Wikipedia)

Il cavalluccio marino (ippocampo) maschio che gestisce la prole nella sua pancia, dove la femmina deposita le uova, è innaturale?

La lumaca che possiede entrambi gli organi genitali maschili e femminili è innaturale?

Per la biologia maschio/femmina non sono l’unico modello naturale

La biologia ha dimostrato che non si può fornire una descrizione di femmina e maschio nel mondo animale e vegetale. Maschio e femmina sono due distinzioni in riferimento alla riproduzione. Ma tra gli animali e i vegetali tale divisione non è sempre così netta e nemmeno sempre si realizza. Lo abbiamo visto con gli esempi di prima. Pertanto non è naturale che un organismo vivente debba essere necessariamente femmina o maschio e che non possa essere entrambi. Dunque, la ripartizione femmina/maschio non può rispecchiare un modello naturale dato che questo in natura, a ben guardare, non sempre si dà. (Vera Tripodi- Convenzioni e generi. Dipartimento Filosofia e Scienze dell’educazione-Torino)

Ma lasciamo perdere i concetti usati a sproposito.

Qui la questione è molto semplice e forse hanno ragione sia Zamboni che il Garante. Per tutelare la privacy e le forme ibride di convivenza familiare e far si che non si creino discriminazioni è bene che si usi Genitore 1 e 2 e lasciamo pure che papà e mamma siano usati nella vita di tutti i giorni, che ci auguriamo più serena e felice per i nostri bambini. 

Viene da pensare che il vero problema è la motivazione che determina questa cronica drammatica riduzione del tasso di natalità. Forse, se invece di preoccuparsi della burocrazia, si provvedesse ad alleviare le future mamme dallo stress delle cure mediche, del costo economico che comporta mettere al mondo un figlio, della carenza di asili nido adeguati, con maestre violente, ecc… Se mettere al mondo figli fosse solo un problema etico, ne nascerebbero molti di più. Fin quando resterà un problema economico, non si uscirà dalla crisi della natalità e di papà e mamme ce ne saranno sempre meno.

 

Leggi anche:

Garante privacy: non padre e madre, ma “genitore 1” e “genitore 2”

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