ORATORE E POLITICO
L'Europa tra passato e futuro: Tra le onde della storia
Cicerone, questa grande figura della storia e della cultura romana del I secolo a. C. resta, per i giovani, lontana

Il ricordo che, di Cicerone, si conserva dai tempi del liceo è, sotto molti profili, problematico. Forse per colpa dell’istituzione scolastica stessa, forse per colpa dell’inadeguatezza pedagogica del nostro liceo, forse per colpa dei singoli insegnanti, questa grande figura della storia e della cultura romana del I secolo a. C. resta, per i giovani, lontana. Ci appare un mediocre, un letterato da tavolino, un opportunista.

La monografia di Emanuele Narducci “Cicerone. La parola e la politica” (Laterza 2010), rimasta parzialmente incompiuta per la prematura scomparsa del suo autore, ha il merito non secondario di per restituire il grande oratore e politico alla concretezza e all’intensità di anni decisivi, per la storia di Roma e dell’Occidente.

Maestri del pensiero contemporaneo come Nietzsche e Heidegger avevano disprezzo per Cicerone, le cui opere erano, ai loro occhi, troppo impastate di etica e di retorica. Eppure, come una volta Adorno scrisse a proposito del positivismo, che le critiche che questi rivolgeva al pensiero erano state sapute e dimenticate da questo cento volte, e che esso era divenuto pensiero in questo sapere e dimenticare, così è possibile dire delle critiche che la filosofia tedesca contemporanea ha rivolto all’umanesimo classico e, in particolare, a Cicerone.

Autori come Senofonte, Cicerone e Plutarco non hanno la visione sapienziale di Eraclito, la dirompente lucidità teoretica di Parmenide (che ha visto importanti riprese nella filosofia italiana contemporanea), l’abilità divina di Platone per la dialettica, l’insondabile talento metafisico di Aristotele, lo slancio mistico di Plotino, se si è in cerca della verità (vizio tutto giovanile).

Ma se ci interessa la posizione dell’uomo nel mondo, rispetto a sé stesso, agli altri uomini e al divino, se siamo in cerca di parole di saggezza, che grondino del sudore e della fatica che il passaggio terreno su questo pianeta comporta, allora il quadro cambia. Allora può succedere di ritrovarsi, in una camera d’albergo di una città europea, in compagnia dei “Dialoghi delfici” di Plutarco o delle “Tusculanae disputationes” di Cicerone e di sapersi ricchi di tesori non quantificabili in denaro.

Che uomini erano quelli!”, capita di ripetersi in continuazione. Analogamente al pensiero di re Leonida che, nel 480 a. C., si sacrificò con i suoi trecento spartani al passo delle Termopili; analogamente a quello di Temistocle, la cui metis (intelligenza astuta) conduce, nello stesso anno, alla vittoria di Salamina e alla salvezza della Grecia.

Questo è il senso della cultura umanistica: ritrovare e ripensare modelli, che diano maggiore spessore e profondità alla nostra vita quotidianaQuesto bisognerebbe dell’umanesimo, trasmettere ai giovani: il valore della lentezza, la precisione della Parola, il senso della poesia. Tutte cose che la rivoluzione digitale sta cancellando del tutto.

Il libro di Narducci, che ha alle spalle anni di ricerca sul tema, ci introduce nei segreti più riposti della mente e della vita quotidiana di Marco Tullio. Roma è ancora giovane e, si potrebbe dire, cresce insieme a Cicerone. La dimensione imperiale si sviluppa in modo esponenziale e i pronunciamenti autoritari, di Silla, Pompeo, Cesare si intensificano, fino alla rivoluzione augustea.

Cicerone lotta e resiste. In nome della politica, della concordia, del Senato, della retorica, della Grecia. Divorato da un’ambizione che non è solo delirio di potenza personale, ma amore per la grandezza di Roma, per il sogno di Scipione (come suona il leggendario finale del “De re publica”), morirà massacrato da quella guerra civile, che non era stato suo potere impedire. Eppure sono i lampi della sua mente, intrisa di umanità, ad arrivare fino a noi, non il rumore delle spade che lo condurranno alla morte.

Quando, dopo aver dato tutto sé stesso con le “Filippiche”, i sicari di Antonio lo raggiunsero, egli sporse il collo fuori della lettiga, offrendo con fermezza il suo corpo ai carnefici, affinché compissero ciò per cui erano venuti. Come scrisse Santo Mazzarino, nel primo volume del suo memorabile “L’Impero romano”, nel momento decisivo Cicerone aveva saputo morire.

(Foto: Busto di Cicerone, I sec a.C., Musei Capitolini)

 


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