TECNOLOGIA VS UMANITÀ
Var: la "moviola in campo". E il calcio è sempre di più un business
Con la scusa di evitare gli errori, o i favoritismi, degli arbitri stanno snaturando il ‘gioco più bello del mondo’

Domenica scorsa è toccata alla Roma, nel posticipo contro l’Inter, e quindi a invocare un ricorso più assiduo al Var sono stati i tifosi della "Magica". Per carità: nel caso specifico avevano ragione, ma il guaio è che a forza di ragioni ‘specifiche’ si sta perdendo di vista il quadro complessivo. Ossia quello che il calcio è diventato. O meglio: quello che l’hanno fatto diventare.

Di fronte allo strapotere di alcune squadre, come la Juventus in Italia e il Real Madrid in Spagna, i sostenitori delle altre si sono lasciati convincere che l’unico antidoto possibile alle ingiustizie arbitrali sia l’utilizzo intensivo della tecnologia. Il Var, appunto.

Che invece, se ci si riflette meglio, non è affatto la soluzione del problema. Ma al contrario ne è parte integrante. Perché il problema vero non sono gli errori, veri o presunti, deliberati o accidentali, dei direttori di gara.

Il problema vero è che avevamo una grande festa popolare e ce l’hanno trasformata in una cosa diversa. Più incattivita e sempre più affaristica. Talmente ‘globale’ che i calciatori locali sono diventati quasi una rarità e, specialmente nei club più forti, la stragrande maggioranza sono stranieri.

Più che delle squadre sembrano dei cast cinematografici. Chi può si prende le superstar, gli altri si arrangiano con gli attori di seconda e terza fascia. O coi guitti.

Daje de Var, daje de business

Com’è che si diceva una volta? Ah, sì: si diceva “il gioco del calcio”. Perché pur essendo indiscutibilmente uno sport – e pure tosto, di contatto fisico, a ricordare anche solo inconsciamente che era nato come una variante del rugby – era allo stesso tempo un gioco. Che quasi tutti i maschi avevano giocato da ragazzini, cioè a partire da quando erano solo dei bimbetti, e che quindi gli si era stampato così nella mente, e nel cuore. Come un gioco. Giochiamo, discutiamo, litighiamo pure, e poi finisce là. Perché noi siamo maschi e siamo fatti in questo modo: che possiamo mandarci affanculo e poi andare a bere insieme. Che ci possiamo prendere a cazzotti e poi fare pace. E ritrovarci sul campo per un’altra partita.

Poi, come sappiamo fin troppo bene, le cose hanno preso a cambiare. Sono arrivati i soldi, quelli grossi, alla Berlusconi, e via via sono diventati sempre di più. E le società sportive (che si chiamavano società ma in effetti erano delle associazioni, ossia delle entità senza fini di lucro) si sono trasformate in società vere e proprie, nel senso commerciale del termine. E certe addirittura in Società per Azioni, con tanto di quotazione in Borsa. E se prima avevamo importato dall’inglese le parole base del gioco – il football, il corner, il penalty – adesso importavamo quest’altra, che di giocoso non ha proprio nulla: il business.

C’è da dirlo? Se da un gol in più o in meno, da una vittoria o una sconfitta, da una qualificazione o un’eliminazione, dipendono decine e decine di milioni, che poi diventano centinaia con tutti gli annessi e connessi, la natura degli incontri è irrimediabilmente cambiata. Anzi, stravolta. Checché se ne dica in pubblico, nelle dichiarazioni di facciata, ciò che conta non è il risultato sportivo. È il risultato economico. Che certo passa da quello sportivo, ma che in realtà è il vero asse portante di tutto il resto.

Var: che pena, il calcio al microscopio

Per ora è solo un sussidio, il/la Var, alle funzioni tradizionali dell’arbitro. Normalmente decide lui, al colpo d’occhio, e se proprio gli viene un dubbio ‘grosso così’ allora chiede l’ausilio del video. Che però, attenzione, non consiste solo nel rivedere l’azione a velocità normale, o magari da un’angolazione diversa, in modo da poter valutare meglio se la prima impressione fosse giusta o sbagliata.

Eh no. Con il Var, erede aggiornato della stramaledetta moviola televisiva, l’azione viene osservata al rallentatore, sino a fermare il singolo fotogramma e arrivando a tracciare delle linee computerizzate per stabilire, indiscutibilmente, l’esatta posizione del tale giocatore. Era avanti di un centimetro, rispetto all’ultimo difensore? Allora è fuorigioco. O invece era indietro dello stesso centimetro (in attesa che la tecnologia si affini ulteriormente e si riescano a calcolare pure i millimetri, e in seguito i micron)? Allora fuorigioco non è. Il gol viene assegnato. I calciatori si abbracciano. I tifosi esultano… I minispot partono.

E in futuro? Ci si spingerà più in là. E sempre in nome di una maggior correttezza, di una superiore precisione, del superamento di qualunque ingiustizia, non sarà più il Var a supportare gli arbitri ma il contrario. Gli arbitri, nel senso di quelli che stanno in campo e sgambettano appresso ai giocatori, diventeranno delle specie di figuranti in attesa che i veri arbitri, seduti davanti ai monitor e armati appunto di Var, distillino la Superiore Verità della Tecnologia e dicano loro che decisione va presa.

Pochi giorni fa, a Radio 24, ne parlava un giornalista di lunghissimo corso come Paolo Condò. E nel prefigurare questo scenario, anzi nel darlo per certo, esprimeva qualche dubbio soltanto sul numero di anni che saranno necessari perché diventi la norma. Cinque? Dieci? Venti?

Vedremo. Ma nel frattempo la tecnologia avrà fatto altri passi avanti e sarà diventata ancora più ‘di massa’. E per Natale o per il compleanno i ragazzini non chiederanno più il solito vecchio pallone (figurati: ce lo compriamo da soli su Amazon) ma qualcosa di meglio. Un mini Var da collegare allo smartphone, e da usare pure quando danno quattro calci ai giardinetti. Che mondo meraviglioso, ci attende.


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